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Unità Pastorale di Campagnola e Cognento


Nella speranza siamo stati salvati

Io volevo qualcosa di più

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Sac. Carlo Sacchetti

Continuiamo la nostra riflessione sull’intervista che Papa Francesco ha rilasciato a Padre Spadaro S.I. con la seconda domanda che quest’ultimo ha posto al Pontefice.

Perché si è fatto gesuita?

Proseguo con quella che avevo scelto come prima domanda: «Santo Padre, che cosa l'ha spinta a scegliere di entrare nella Compagnia di Gesù? Che cosa l'ha colpita dell'Ordine dei gesuiti?».
«Io volevo qualcosa di più. Ma non sapevo che cosa. Ero entrato in seminario. I domenicani mi piacevano e avevo amici domenicani. Ma poi ho scelto la Compagnia, che ho conosciuto bene perché il seminario era affidato ai gesuiti. Della Compagnia mi hanno colpito tre cose: la missionarietà, la comunità e la disciplina. Curioso questo, perché io sono un indisciplinato nato, nato, nato. Ma la loro disciplina, il modo di ordinare il tempo, mi ha colpito tanto».
«E poi una cosa per me davvero fondamentale è la comunità.
Cercavo sempre una comunità, io non mi vedevo prete solo: ho bisogno di comunità. E lo si capisce dal fatto che sono qui a Santa Marta: quando sono stato eletto, abitavo per sorteggio nella stanza 207. Questa dove siamo adesso era una camera per gli ospiti.
Ho scelto di abitare qui, nella camera 201, perché quando ho preso possesso dell'appartamento pontificio, dentro di me ho sentito distintamente un "no". L'appartamento pontificio nel Palazzo Apostolico non è lussuoso. È antico, fatto con buon gusto e, grande, non lussuoso. Ma alla fine è come un imbuto al rovescio. È grande e spazioso, ma l'ingresso è davvero stretto. Si entra col contagocce, e io no, senza gente non posso vivere. Ho bisogno di vivere la mia vita insieme agli altri».
Mentre il Papa parla di missione e di comunità, mi vengono in mente tutti quei documenti della Compagnia di Gesù in cui si parla di «comunità per la missione» e li ritrovo nelle sue parole.

«Io volevo qualcosa di più». Il grido del cuore dell’uomo, tante volte sepolto nelle molte occupazioni, nelle molte paure, nelle molte doppiezze e fragilità, esce dalle parole del Papa in tutta la sua forza ed essenzialità.
Mi convinco sempre di più che la spiritualità in fondo non è altro che liberare questo grido. Tutti i sistemi, gli schemi, i metodi, le vie spirituali se non portano a questa semplificazione, se non portano a liberare questo grido del cuore dell’uomo, rischiano di diventare ostacoli e non aiuti. In fondo l’ascesi autentica si riconosce in questa essenziale verità. Perché preghi? Perché cerchi di vivere i comandamenti? Perché fai determinate rinunce? Perché condividi ciò che hai con il tuo fratello? Perché, a detta dei Santi, l’umiltà è la catena del rosario che tiene insieme tutte le altre virtù? Potremmo continuare con tutto ciò che ha caratterizzato le varie spiritualità nel tempo, ma la risposta sarebbe sempre e solo una: Perché il cuore possa continuare a volere qualcosa di più. Solo così può sperare di incontrare quel Volto, quel Cuore, quell’Abbraccio nel quale riposare.

«Chi si accontenta gode» non è proprio un detto cristiano. Il Vangelo ci insegna a cogliere quella grandezza che si cela nel più piccolo seme di senape (Mc 4,30-32) o come diceva K. Rahner «le cose quotidiane sono come gocce d’acqua nelle quali si riflette il cielo». Il mondo ti invita a considerare grande ciò che appare e fa successo, e se non hai tutto questo accontentati, perché questo è l’unico modo per sopravvivere. Il vangelo al contrario libera la sete di bellezza, grandezza e pienezza del cuore dell’uomo e gli insegna a trovare quell’acqua che lo può dissetare veramente. Proprio questo dice Gesù alla Samaritana nel Vangelo di Giovanni al capitolo 4: «10Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: «Dammi da bere!», tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». 11Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest'acqua viva? 12Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». 13Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; 14ma chi berrà dell'acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d'acqua che zampilla per la vita eterna».
Quante volte mi sono chiesto: «Come potrò saziare la sete del mio cuore senza rimanere un giorno deluso, ripiegato sul mio sogno svanito?» «Come potrò riempire il mio cuore non potendo vivere tutto, provare tutto, abbracciare tutto?». Poi ho incontrato Cristo, il suo Vangelo, e ho compreso che la via giusta non era quella, impossibile, di provare tutto, ma di trovare tutto in ogni cosa.

Per ora fermiamoci qui nel commento di questa parte dell’intervista, perché gli argomenti in essa trattati richiedono più spazio. Nel prossimo editoriale approfondiremo i temi della “missionarietà, comunità e disciplina”.

Prima di concludere vi propongo questo testo di Gianfranco Ravasi, tratto da “Le parole e i giorni. Nuovo breviario laico” che conclude, con una dolce provocazione, la riflessione di oggi.

«Certo, sia la rondine sia la piuma si librano nell'aria, ma la differenza è netta: la rondine sceglie la traiettoria, naviga contro il vento opponendogli il suo petto carenato; la piuma, invece, è sospinta da ogni corrente d'aria, è succube a ogni soffio. Una domanda s'impone: e noi come siamo? Siamo rondini libere e sicure o piume agitate da ogni brezza e variabilità?»
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