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Unità Pastorale di Campagnola e Cognento


Nella speranza siamo stati salvati

Nacque il tuo nome da ciò che fissavi

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Sac. Carlo Sacchetti

Vorrei continuare a riflettere sul brano di Vangelo della scorsa domenica che ci aiuta a entrare sempre di più nel mistero della misericordia che caratterizza la nostra riflessione di quest’anno. Rileggiamo Luca al capitolo 18, versetti dal 9 al 14:

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

In questi giorni ho letto un testo di Padre Paolo Martinelli sul Volto di Cristo, che può aiutarci a entrare sempre meglio nel brano di Vangelo su cui desidero riflettere oggi.
Dice Padre Paolo in riferimento al Volto di Cristo:

«Ma perché cerchiamo il suo volto? Perché non smettiamo di cercarlo dopo averlo trovato? Quale attrattiva suscitano sul cuore dell'uomo i suoi tratti inconfondibili? A questa domanda risponde in modo suggestivo Karol Wojtyla nella sua poesia sulla Veronica: «nacque il tuo nome da ciò che fissavi». In questa espressione è custodito il mistero di un incontro dal quale nasce il nostro nome. Nella sacra Scrittura il nome indica la realtà propria della persona, il suo carattere irripetibile. Fissare quel volto è trovare il proprio nome, è ritrovare se stessi».

In fondo tutta la vita dell’uomo è un tentativo di dare una risposta alla domanda fondamentale del suo cuore: chi sono? A questa domanda non si può dare una risposta da soli. Solo nell’incontro con l’altro, con il suo sorriso, con il suo amore si ritrova la propria essenza. Nell’essere amati ci sentiamo chiamare per nome e comprendiamo solo allora chi siamo veramente. Sono molte le esperienze concrete nelle quali sperimentiamo l’altro che ci guarda e ci fa sentire unici, speciali. Nell’amore e nell’amicizia il volto dell’altro è come un pennello che giorno dopo giorno comincia a disegnare il nostro volto. In tutte queste esperienze però manca ancora qualcosa, quell’idea, quel “genius”, che dà a quest’opera la misura dell’infinito e dell’eternità. Ognuno di noi è al mondo per incontrare quel Qualcuno che solo può rivelargli la sua vera bellezza. Possiamo anche dire che ogni persona è nata per incontrare il Volto di Cristo, perché senza quest’incontro la sua vita rimarrebbe incompiuta.

Siamo stati pensati da sempre per vedere il Volto di Cristo. È questa la “chiave” che unisce e dà senso a tutte le nostre giornate. Tutto ciò che accade ci porta a questo incontro. Le esperienze belle e gioiose, come le esperienze terribili e dolorose. Il volto radioso e bellissimo del Tabor e quello martoriato e irriconoscibile del Calvario ci parlano di noi. In questi occhi vediamo come rispecchiato il mistero profondo del nostro esserci.

Questa è la vita del credente. Noi non siamo cristiani per osservare delle leggi, per condurre una vita moralmente giusta, ma per incontrare questo Volto. Il Vangelo ci mostra che le vie per incontrarlo possono essere molto diverse tra loro. Per questo occorre stare attenti a giudicare il fratello, come ha fatto il fariseo della parabola.

Chiediamoci dunque: Perché è bene impegnarsi a fare il bene?
Le opere buone possono aprire il cuore al dono di Dio, possono aiutare a riconoscerlo nei vari incontri delle nostre giornate. Quando le nostre azioni sono prive di questo spirito, di questa tensione, scivoliamo nel bisogno di surrogati come il “sentirci bravi”. Il cristiano non è chiamato a sentirsi semplicemente tranquillo in coscienza, perché nel momento in cui si sentisse tale si chiuderebbe al dono di Dio. Solo una coscienza inquieta, che si sente mancante, rimane aperta al Signore che salva, rimane aperta all’incontro che redime, che giustifica.
Come nello studio, più si progredisce nella conoscenza più ci si rende conto di non conoscere, così nella via dell’amore, più ci si comporta bene più si scava nella coscienza quel senso di inadeguatezza che è apertura e accoglienza della salvezza di Dio. Non ci si salva per merito ma per accoglienza. Potremmo dire in modo diverso, non ci si salva con i muscoli ma con un abbraccio.

Per questo il Pubblicano torna a casa giustificato e il Fariseo no. Il Pubblicano attraverso le sue ferite ha incontrato il Volto di Cristo, il Fariseo nella fierezza delle sue opere no.
Non è solo questione di orgoglio e umiltà. È il mistero di tutta la persona che viene messo in gioco da questa parabola. Noi siamo nati per poter arrivare a questo incontro e le opere, le preghiere e tutto ciò che ci impegniamo a fare non serve a nulla se non ci porta qui.

Concludiamo questa riflessione con le parole illuminanti di Charles Peguy che riassume con grande lucidità ciò che ho cercato di spiegarvi:

«Da decenni i pulpiti di legno o di carta ripetono che l’onestà è l’unica cosa che conta per un cristiano. Invece, «le persone più oneste non presentano quella apertura prodotta da una spaventosa ferita, da un’indimenticabile miseria, da un invincibile rimpianto, da un punto di sutura eternamente mal legato, da una mortale inquietudine, da un’invisibile recondita ansietà, da una segreta amarezza, da un precipitare perpetuamente mascherato, da una cicatrice eternamente mal rimarginata. Non presentano quell’apertura alla grazia che è essenzialmente il peccato. Poiché non sono feriti, essi non sono più vulnerabili. La stessa carità di Dio non medica colui che non ha piaghe. Le “persone oneste” non si lasciano bagnare dalla grazia.» In questo senso il rimpicciolimento del cristianesimo a etica è un pericolo costante; cambia il comandamento cui ci si riferisce con maggior accanimento – una volta era il sesto, ora il settimo –, ma resta vero che «ciò che si definisce morale è uno strato che rende l’uomo impermeabile alla grazia. Perciò niente è contrario a ciò che si definisce religione quanto ciò che si definisce morale. La morale ricopre l’uomo contro la grazia. La morale ci fa proprietari delle nostre povere virtù. La grazia ci dà una famiglia e una razza. La grazia ci fa figli di Dio e fratelli di Gesù Cristo».
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