Site logo

Unità Pastorale di Campagnola e Cognento


Nella speranza siamo stati salvati

Amò la Chiesa sempre e comunque

amo_la_chiesa_sempre_e_comunque


di GRAZIANO ZONI (già presidente di Mani Tese ed Emmaus Italia) - tratto da Avvenire del 5 maggio 2015


Con determinazione e gentilezza dalla parte dei «senza voce»

La testimonianza dell’amico e collaboratore italiano. «Sempre accanto alle vittime della tortura, della miseria, dell’ingiustizia». Pur amando tutti aveva, sull’esempio di Cristo, un amore speciale per gli ultimi. «Era un cittadino del mondo che amava definirsi 'l’asinello di Gesù'» L’ammirazione per l’abbé Pierre.

L’apertura del cosiddetto 'processo' di beatificazione per dom Helder Camara, a quanti lo abbiamo conosciuto, frequentato, apprezzato ed amato, non può che riempire il cuore e l’anima di grande gioia, e di profonda gratitudine alla Chiesa. A quella Chiesa che dom Helder ci ha insegnato a parole e soprattutto con la testimonianza della sua vita, ad amare e rispettare, sempre e comunque. Gioia immensa, gioia vera! E non credo proprio di essere il solo che questo momento lo ha atteso da tempo. (Ma, lo sappiamo, la Chiesa di Cristo è eterna… ) Ripercorrendo il non breve periodo della nostra fraterna amicizia (1965/1999) mi ritornano alla mente gli indimenticabili momenti vissuti insieme, in giro per l’Italia, per l’Europa ed anche nella sua cara diocesi di Olinda e Recife. Non mi basterebbero tutte le pagine di Avvenire, per raccontare e documentare l’eccezionalità, l’umiltà, il coraggio e la santità di questo 'piccolo' vescovo. Autentico 'cittadino del mondo', che amava autodefinirsi 'l’asinello di Gesù' nel suo ingresso a Gerusalemme… Fin dal primo rapido incontro, (8.12.1965), dom Helder mi fu presentato (da un comune amico vescovo) come 'un santo', ma fu soprattutto in seguito che ebbi modo e tempo di convincermi che quella 'canonizzazione' fuori norma, era semplicemente documentata dalla limpida ed esemplare testimonianza di vita di questo 'Bispinho', fratello dei poveri e mio fratello' come lo chiamò Giovanni Paolo II in visita a Recife. Indimenticabile, per mia moglie e per me, la prima volta che andammo con lui, dal Papa. Dopo l’incontro privato, dom Helder ci presentò come 'la mia famiglia italiana'… Squisita delicatezza, che ancora oggi ci commuove. E non è il solo ricordo 'dolce'.

Dom Helder sapeva essere dolce, anche quando doveva difendere con 'determinazione' le sue convinzioni fondamentali.
Il fatto è di tanti anni fa, ma lo ricordo bene. Era la prima volta che mi dava una sua conferenza, scritta in francese nella sua 'veglia' notturna, da tradurre. Me lo rivedo ancora uscire dalla stanza da letto, in casa nostra a Firenze, con i fogli che muoveva davanti a me. Sapendo quanto si diceva del 'dom', delle sue posizioni sulla giustizia, la difesa degli ultimi, usai parole un po’ forti. E lui, rimettendomi i fogli, mi disse: «Graziano, non mi piacciono certe espressioni che possono suonare offensive. Si può dire la verità anche senza offendere le persone». Corressi subito il testo e non dimenticai mai la gentile, dolce tirata d’orecchie.
Anche i momenti più delicati del suo rapporto con 'Roma', dom Helder li viveva con molta serenità e grande rispetto. Conservo una sua lettera del 25 ottobre 1989, molto chiara al riguardo. Era il periodo in cui fu chiuso il Seminario regionale di Recife. «Finché in Italia si continua a parlare del 'caso del Seminario 'monsignor Camara' è segno che bisogna che eviti di venire, soprattutto a Roma. È vero che sono convinto di avere ragione, ma per nessuna ragione accetterei di dare l’impressione di essere in lotta col Vaticano. Dio esiste!».
Un altro ricordo che resta scolpito, indelebile, nella mia mente e nel mio cuore, è la considerazione, imprevista, che mi fece una sera, in cucina, a Recife. Mi disse: «Vedi, Graziano, a volte mi viene di fare un confronto con l’abbé Pierre. Io mi sono limitato ad aiutare i più poveri. Lui, ha saputo trovare il modo di organizzarli e fare in modo che potessero vivere col proprio lavoro…». Colsi la palla al balzo. Da tempo sognavo una Comunità Emmaus a Recife. Gli dissi: «Dom, vuole aprire una comunità Emmaus? Il problema potrebbe essere il responsabile, anche se un nome l’avrei: 'Luis'». Luis Tenderini era da tempo uno dei suoi più diretti collaboratori… E dom Helder mi disse: «Ma ti rendi conto di chi mi chiedi?». Confermai, e lui mi disse di dargli tempo. Prima che io partissi per l’Italia, mi disse: «Ok. Hai vinto… Sia per Luis».
E così, in occasione della festa dei 65 anni di sacerdozio di dom Helder, presente anche l’abbé Pierre, il 16 agosto 1996, partì la comunità Emmaus a Recife… Fedele a quanto aveva 'avvertito' il 12 aprile 1964, nel suo primo discorso, come vescovo, di Recife, dom Helder rimase dalla parte dei 'senza voce' vittime della tortura, della miseria e dell’ingiustizia: «È chiaro che, amando tutti, devo avere, sull’esempio di Cristo, un amore speciale per i poveri. ( … ) Tutti insieme avremo cura dei poveri, rivolgendoci specialmente alla povertà vergognosa per evitare che degeneri in miseria.(...) La miseria è avvilente, cancella l’immagine di Dio che è in ogni persona (...). Non vengo per ingannare nessuno, quasi che bastino un poco di generosità e di assistenza sociale...».
Devo fermarmi. E non mi dispiace, anche perché queste affermazioni di dom Helder, sono un fedele anticipo di quelle che papa Francesco ci ripete ogni giorno…
blog comments powered by Disqus