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Unità Pastorale di Campagnola e Cognento


Nella speranza siamo stati salvati
Apr 2015

Gender, quella sottile «censura»

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Di Marina Corradi - tratto da Avvenire del 17 aprile 2015

A volte, sui giornali succedono cose singolari. Ci sono notizie che si gonfiano e dilagano, benché non così significative, e altre che spariscono, si inabissano, così che chi legge può non accorgersi che qualcosa sia accaduto. Ieri è successo qualcosa di simile. Il Papa, si sa, è molto amato, e normalmente i quotidiani riportano con grande risalto le sue parole e le sue battute. Però, non sempre. L’altra mattina Francesco, in Udienza, era partito dalla Genesi, da quel passo che recita: «Maschio e femmina Dio li creò». E dopo avere sottolineato come uomo e donna, insieme, siano immagine di Dio, e come questo dualismo non sia per la contrapposizione o la subordinazione, ma per la comunione e la generazione, aveva detto: «Io mi domando se la cosiddetta teoria del gender non sia anche espressione di una frustrazione e di una rassegnazione, che mira a cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa. Sì, rischiamo di fare un passo indietro. La rimozione della differenza, infatti, è il problema, non la soluzione».

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Il grido più alto

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Marina Corradi - tratto da “Avvenire” del 9 aprile 2015

Ogni bambino abbandonato è «un grido che sale a Dio». Siamo abituati agli occhi e alla faccia buona del Papa, al sorriso che spesso attraversa le sue parole, ma c’era da ammutolire, ieri a San Pietro, a questo monito: ogni bambino abbandonato, è un grido che sale a Dio e «accusa il sistema che noi adulti abbiamo costruito». Ieri, nella stessa mattina, i giornali erano come sempre pieni di cronache di sofferenze di bambini. Quei 3.500 piccoli palestinesi assediati nel campo profughi di Yarmuk, senza cibo né acqua né medicine, e quelli dello Yemen sotto le bombe, sono solo le ultime pagine del libro, terribilmente grosso e pesante, su cui potrebbero essere scritte le pene dei bambini nel mondo. O, per usare l’espressione di Francesco, la loro 'Passione': quel misterioso, spesso umanamente intollerabile, dolore che i piccoli dei Paesi più disgraziati, ma anche a volte i figli delle nostre civili città, sono chiamati a portare. Nell’eterno scandalo del dolore innocente: quello che l’Ivan di Dostoevskij, nei Fratelli Karamazov, non tollera, quello per cui vorrebbe «rispettosamente » restituire a Dio il biglietto d’ingresso a questa vita.

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Il cuore compatibile con Dio

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Alessandro d’Avenia (tratto da "Avvenire" del 5 aprile 2015)

Riparare i viventi è il titolo di un bel romanzo scritto della bravissima Maylis de Kerengal che in questi giorni mi ha accompagnato. Mi sembra il titolo perfetto per questa domenica. La storia parla di un adolescente che, uscito con i suoi amici in una fredda notte in cerca dell’onda perfetta da cavalcare all’alba con i loro surf ruggenti, sulla strada del ritorno ha un incidente ed entra in coma irreversibile. I suoi genitori consentono l’espianto degli organi, anche se è il cuore il vero protagonista della storia. Il cuore che viene estratto dal petto del ragazzo va a riempire quello di una donna in attesa di un organo che la salvi grazie ad un trapianto.
Ad un tratto la madre di Simon, il ragazzo morto, si chiede che accadrà al contenuto del cuore di suo figlio: «Che ne sarà dell’amore di Juliette una volta che il cuore di Simon ricomincerà a battere dentro un corpo sconosciuto, che ne sarà di tutto quel che riempiva quel cuore, dei suoi affetti lentamente stratificati dal primo giorno o trasmessi qua e là in uno slancio d’entusiasmo o in un accesso di collera, le sue amicizie e le sue avversioni, i suoi rancori, la sua veemenza, le sue passioni tristi e tenere? Che ne sarà delle scariche elettriche che gli sfondavano il cuore quando avanzava l’onda? Che ne sarà di quel cuore traboccante, pieno, troppo pieno?».

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La forza e il coraggio dell'informazione

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Sac. Carlo Sacchetti

Quest’anno arriviamo a Pasqua con ancora negli occhi e nelle orecchie le immagini e testimonianze che hanno fatto seguito al terribile disastro aereo che ormai, sembra al di là di ogni dubbio, sia stato causato da un gesto di follia del copilota della Germanwings Andreas Lubitz. Reportage dettagliati, ore di servizi speciali, sopralluoghi di giornalisti coraggiosi, ci hanno permesso di vivere, partecipare, soffrire, insieme a tutto il mondo per questa tragedia. La straordinaria forza dei mezzi di comunicazione che oggi il mondo ha a disposizione, può realmente rendere il mondo “più piccolo” e le persone “più vicine”. Il “conoscere” rende possibile la “partecipazione”, “la riflessione”, la “presa di posizione” e “le scelte”. L’informazione ha una forza incredibile e se viene fatta in modo trasparente può avviare autentici cambiamenti nelle persone di tutto il mondo.

Leggevo in questi giorni il commento che Luigino Bruni ha fatto al libro di Giobbe. Penso che tutti conosciate, almeno per aver sentito il proverbio, “avere la pazienza di Giobbe”, la storia di questo credente. Uomo di fede, osservante della legge, viene messo alla prova prima nelle cose che ha (beni e figli) e poi nella sua stessa carne (malattia terribile che lo ha reso irriconoscibile agli stessi amici). Attraverso questa esperienza Giobbe viene condotto da Dio a fare un’esperienza rinnovata di se stesso e di Dio. Al termine della sua esperienza arriva infatti a dire: «Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto» (Gb 42,5). Luigino Bruni vede in questa storia della Bibbia, come anche in opere di letteratura, poesie, il dare voce e volto a chi vive nella storia simili “notti mute”. Ma ascoltiamo le sue parole:

«Ma se leggiamo il suo poema (ndr: intende il libro di Giobbe) con 'l’intelligenza delle scritture', facciamo una scoperta sbalorditiva: il suo canto di maledizione è anche la costruzione di una nuova e diversa arca di salvezza. Nell’arca di Giobbe non salgono i suoi figli e gli animali, ma tutti i disperati, gli sconsolati, i depressi, gli abbandonati, i falliti, gli scomunicati, tutte le vittime inconsolabili e inconsolate della storia. È così che la Bibbia ci ama e ci salva, paradossalmente e realmente. Come, analogamente, ci salvano la grande poesia e la grande letteratura, che riscattano e salvano il principe Myskin, Cosette e Jean Valjean, il 'pastore errante dell’Asia', mentre li raggiungono, li incontrano, abitano la loro sventura. La 'resurrezione' di questi miserabili arriva quando vediamo, descriviamo, amiamo le loro sofferenze».

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