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Unità Pastorale di Campagnola e Cognento


Nella speranza siamo stati salvati
May 2015

La Ragione e i Simboli

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di Carlo Cardia - tratto da Avvenire del 15 maggio 2015

Quando non si vogliono riconoscere verità semplici, la ragione si perde in meandri e labirinti di pensiero che recidono il buon senso. Il caso più recente riguarda la simbologia religiosa, ed è accaduto in Francia dove il tribunale di Rennes ha disposto che venga rimossa una statua di Giovanni Paolo II sormontata da una grande croce, collocata, con tutte le necessarie autorizzazioni, in una piazza della cittadina di Ploërmel nel 2006: per i giudici, la scultura sarebbe troppo «vistosa» e violerebbe il principio di laicità sancito dalla Costituzione francese e dall’art. 28 della Loi de séparation del 1905. Nel dettaglio, il Tribunale non ritiene contraria al principio di laicità la statua in sé, quanto il fatto ch’è sormontata da una grande croce, ed è posta in luogo pubblico; però, afferma, essendo opera d’arte composta di un unico blocco, non si può rimuovere solo la croce, e concede sei mesi perché venga portata altrove. Oltre a provocare reazioni, e appelli, per il mantenimento della scultura nel luogo per il quale è stata ideata e realizzata, la sentenza ha fatto nascere in alcuni cittadini l’idea d’un escamotage: comprare la piccola area sulla quale la statua insta, perché così cesserebbe la violazione della legge del 1905, che parla di «luogo pubblico», che diverrebbe di proprietà privata. Si avrebbe così una nuova dimensione giuridica labirintica. Un altro caso è derivato dalla decisione della scuola di Charleville-Mézières di impedire a una ragazza di entrare in aula con una gonna troppo lunga, perché questa rifletterebbe la sua appartenenza religiosa (islamica). Ci si è richiamati alla legge del 2004 che vieta di accedere agli istituti scolastici con segni che evochino un’appartenenza religiosa, perché questa implicherebbe un’indiretta opera di proselitismo. Anche qui, un dettaglio: la ragazza indossa normalmente il velo islamico, ma lo toglie quando entra a scuola, lo rimette quando ne esce. Quindi, rispetta pienamente la legge (ingiusta), ma ciò non basta a chi guarda persino alla gonna dal punto di vista religioso. Si scorge il profilo grottesco di questi fatti, che richiamano altri già riportati su 'Avvenire'. Il più clamoroso riguarda una circolare del Ministero dell’Educazione che vieta d’indossare simboli religiosi alle mamme che accompagnano i figli nelle gite scolastiche, anche se entrano in un museo, fanno un picnic, vanno al ristorante: tanto assurdo, che il divieto è stato poco dopo revocato. L’altro è delle settimane scorse, ed è l’introduzione di una specie di materia scolastica nuova, imperniata sulla laïcité, che sarà insegnata nelle scuole pubbliche da docenti arruolati per questo scopo.

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Con la Teoria del Gender si rischia un passo indietro

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La catechesi di papa Francesco: la rimozione della differenza è il problema, non la soluzione

Cari fratelli e sorelle, buongiorno! La catechesi di oggi è dedicata a un aspetto centrale del tema della famiglia: quello del grande dono che Dio ha fatto all’umanità con la creazione dell’uomo e della donna e con il sacramento del matrimonio. Questa catechesi e la prossima riguardano la differenza e la complementarietà tra l’uomo e la donna, che stanno al vertice della creazione divina; le due che seguiranno poi, saranno su altri temi del matrimonio.
Iniziamo con un breve commento al primo racconto della creazione, nel Libro della Genesi. Qui leggiamo che Dio, dopo aver creato l’universo e tutti gli esseri viventi, creò il capolavoro, ossia l’essere umano, che fece a propria immagine: «a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò» ( Gen 1, 27), così dice il Libro della Genesi.
E come tutti sappiamo, la differenza sessuale è presente in tante forme di vita, nella lunga scala dei viventi. Ma solo nell’uomo e nella donna essa porta in sé l’immagine e la somiglianza di Dio: il testo biblico lo ripete per ben tre volte in due versetti (26-27): uomo e donna sono immagine e somiglianza di Dio. Questo ci dice che non solo l’uomo preso a sé è immagine di Dio, non solo la donna presa a sé è immagine di Dio, ma anche l’uomo e la donna, come coppia, sono immagine di Dio. La differenza tra uomo e donna non è per la contrapposizione, o la subordinazione, ma per la comunione e la generazione, sempre ad immagine e somiglianza di Dio.

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Amò la Chiesa sempre e comunque

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di GRAZIANO ZONI (già presidente di Mani Tese ed Emmaus Italia) - tratto da Avvenire del 5 maggio 2015


Con determinazione e gentilezza dalla parte dei «senza voce»

La testimonianza dell’amico e collaboratore italiano. «Sempre accanto alle vittime della tortura, della miseria, dell’ingiustizia». Pur amando tutti aveva, sull’esempio di Cristo, un amore speciale per gli ultimi. «Era un cittadino del mondo che amava definirsi 'l’asinello di Gesù'» L’ammirazione per l’abbé Pierre.

L’apertura del cosiddetto 'processo' di beatificazione per dom Helder Camara, a quanti lo abbiamo conosciuto, frequentato, apprezzato ed amato, non può che riempire il cuore e l’anima di grande gioia, e di profonda gratitudine alla Chiesa. A quella Chiesa che dom Helder ci ha insegnato a parole e soprattutto con la testimonianza della sua vita, ad amare e rispettare, sempre e comunque. Gioia immensa, gioia vera! E non credo proprio di essere il solo che questo momento lo ha atteso da tempo. (Ma, lo sappiamo, la Chiesa di Cristo è eterna… ) Ripercorrendo il non breve periodo della nostra fraterna amicizia (1965/1999) mi ritornano alla mente gli indimenticabili momenti vissuti insieme, in giro per l’Italia, per l’Europa ed anche nella sua cara diocesi di Olinda e Recife. Non mi basterebbero tutte le pagine di Avvenire, per raccontare e documentare l’eccezionalità, l’umiltà, il coraggio e la santità di questo 'piccolo' vescovo. Autentico 'cittadino del mondo', che amava autodefinirsi 'l’asinello di Gesù' nel suo ingresso a Gerusalemme… Fin dal primo rapido incontro, (8.12.1965), dom Helder mi fu presentato (da un comune amico vescovo) come 'un santo', ma fu soprattutto in seguito che ebbi modo e tempo di convincermi che quella 'canonizzazione' fuori norma, era semplicemente documentata dalla limpida ed esemplare testimonianza di vita di questo 'Bispinho', fratello dei poveri e mio fratello' come lo chiamò Giovanni Paolo II in visita a Recife. Indimenticabile, per mia moglie e per me, la prima volta che andammo con lui, dal Papa. Dopo l’incontro privato, dom Helder ci presentò come 'la mia famiglia italiana'… Squisita delicatezza, che ancora oggi ci commuove. E non è il solo ricordo 'dolce'.

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Proprio come noi

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di MARINA CORRADI - tratto da Avvenire di martedì 21 aprile

Molti di quei morti non li troveranno mai, e intanto un altro barcone è naufragato, e altri ancora, probabilmente, stanno per mettersi in viaggio: stracarichi di uomini e donne che spesso non hanno mai visto il mare, e che, mentre cala la notte, guarderanno atterriti attorno a loro l’immensità dell’acqua nera. Intanto in Europa si starà discutendo di date, di vertici, di ordini del giorno – e nuovi barconi zeppi, con il motore che s’imballa e stenta, andranno lenti verso il loro destino.
Sono molti anni, ormai, che si muore nel Mediterraneo, e ci deve essere al fondo una ragione per l’inerzia con cui l’Europa – non l’Italia, che aiuta come sa e come può – lascia che si ripetano le stragi. Fino a un sussulto, quando il numero dei morti batte ogni precedente; per, allora, andarsi a inchinare davanti alle bare – sempre che siano almeno centinaia, però. Il Papa domenica all’Angelus ha detto di quei morti: «Sono uomini e donne come noi, fratelli nostri che cercano una vita migliore...». Uomini come noi, certo, nessuno lo oserebbe negare. Eppure in quei volti neri, in quegli stracci, in quelle lingue incomprensibili, davvero noi europei riconosciamo «uomini come noi»? O non invece altri da noi, miserabili, forse pericolosi, se non proprio invasori? Basta guardare, alla Stazione centrale di Milano, i gruppi di sfiniti profughi siriani, e come i viaggiatori istintivamente, senza magari ben sapere chi siano, ne girino alla larga – stringendo, senza forse accorgersene, più forte la borsa nella mano.

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