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Unità Pastorale di Campagnola e Cognento


Nella speranza siamo stati salvati

Riformiamo il lavoro dal "basso"

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Sac. Carlo Sacchetti

Nella riflessione di oggi vorrei offrirvi una storia che ci aiuta a comprendere che il problema lavoro è molto più complesso di come alcune “ideologie riduttive” vogliono mostrarcelo e che il cammino che può trasformare il luogo di lavoro in una palestra di crescita umana debba essere di tutti: imprenditori e lavoratori. Nella storia spesso ciò che è partito dal basso ha avuto più durata ed efficacia nel tempo. Dunque rendiamo protagonisti i lavoratori! A volte gesti semplici e allo stesso tempo coraggiosi, iniettano nell’ambiente di lavoro un’energia, uno spirito positivo, che poi influisce anche sulle grandi scelte.

Torniamo allo scorso maggio e andiamo a Peccioli, nelle campagne pisane. È lì che vive Rossella Cionini, autista di autobus all’azienda Ctt Nord. Rossella è ammalata da anni e, a cadenze regolari, deve sottoporsi ad interventi chirurgici che la costringono a lunghe degenze. A gennaio aveva terminato ferie e permessi: sarebbe rimasta a casa senza stipendio se i suoi 250 colleghi non avessero deciso di regalarle un po’ delle loro ferie per aiutarla. Anche nei giorni in cui dalla sua storia sta nascendo un disegno di legge Rossella è a casa per colpa di un’operazione. «Sono tornata sotto i ferri il 19 agosto - dice - e spero sia l’ultima volta. Se venisse approvata una legge per la donazione delle ferie vorrei che si chiamasse la “legge degli angeli”. Perché io ho messo la storia ma i miei colleghi il gesto. Sono loro che hanno dimostrato di avere cuore».

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Il cielo e la melma

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Sac. Carlo Sacchetti

Susanna Tamaro, nella rubrica “Un cuore pensante” fa questa riflessione:

«Nella vita alle volte basterebbe che qualcuno, a un tratto, ti tenesse per mano. Un passaggio difficile, una cengia, un guado dalle acque minacciose - niente è insuperabile se, accanto a noi, si manifesta una presenza rassicurante. Ma se accanto abbiamo solo il vuoto?
Dove finisce un aquilone il cui filo si srotola, senza che nessuno più lo trattenga? Sparisce probabilmente nello stesso paese dove svaniscono i palloncini. Così io già veleggiavo verso il cielo, il fascino dell’alto era il fascino della mia vita, non so Chi mi avesse messo dentro questo tarlo, sentivo la brezza sfiorare la mia carta velina e la coda colorata frustrava allegra l’aria come se stesse cantando. Ci ho messo parecchio ad accorgermi che quella corsa felice non era più trattenuta da una mano e che le correnti violente mi avevano trascinato di nuovo a terra, nel fango. Cos’è questa melma dove sono finita, mi chiedevo, questo pantano senza orizzonti? L’opacità in qualche modo conforta, non si deve più scegliere, non si deve più rischiare, si può star fermi ad aspettare, abbandonandosi alla sonnolenza che si fa sempre più forte. Non tutti, non sempre si accorgono che quel torpore è l’anticamera della morte».

Che belle queste parole che ci accompagnano, per mano, dentro al cuore di una donna che come una lente di ingrandimento ci racconta ciò che accade nel cuore di ogni uomo. Sì perché queste dinamiche appartengono all’essenza di ogni cuore anche se la maggior parte delle persone rischia o di non sentirle (diciamo meglio: preferisce non ascoltarle lasciando che la vita si riempia di rumori, emozioni, distrazioni) o ne viene travolta e schiacciata precipitando in un nichilismo che prende forme differenti: depressione, aggressione, rabbia, violenze verso se stessi o gli altri.
Siamo sconvolti dalle notizie di cronaca che ci vengono gettate addosso senza nessun pudore dai media. Si uccide una persona perché ha deciso di non continuare una relazione d’amore, si elimina un figlio perché non si riesce a gestire la vita dopo la sua venuta al mondo, si massacra un vicino per una lite di condominio ecc. Potremmo continuare in questa lista degli orrori limitandoci a prenderne le distanze pensando che sono cose che noi non faremmo mai. Così riusciamo a sterilizzare questi eventi rendendoli innocui per la nostra vita e il nostro equilibrio.

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Silvio Dissegna, il santo della porta accanto

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Sac. Carlo Sacchetti

Questo editoriale uscirà nella giornata in cui i nostri ragazzi celebreranno la Cresima, ho pensato di fare loro un augurio. Per questo lo stile sarà quello di una lettera rivolta a loro (ma, come comprenderete leggendola, con essa desidero parlare anche a tutta la Comunità ).

Cari ragazzi,
circa dieci giorni fa, venerdì 7 novembre, Papa Francesco, ricevendo in udienza il cardinale Angelo Amato (prefetto della Congregazione delle cause dei santi), ha dato l’autorizzazione alla pubblicazione dei decreti riguardanti le virtù eroiche di un ragazzino di dodici anni (la vostra età ). Il nome di questo ragazzo è Silvio Dissegna.
Cerchiamo di conoscerlo meglio.
Silvio Dissegna nasce il 1° luglio 1967, a Moncalieri (Torino), festa del Preziosissimo Sangue di Gesù. Cresce sano, intelligente e vivace nella sua casa di Poirino (Torino), con Carlo, il fratello più giovane di un anno, ricevendo dai suoi genitori, Ottavio e Gabriella, una luminosa educazione cristiana.
Prova una grandissima gioia, quando i suoi genitori gli fanno conoscere Gesù e gli insegnano a pregare, mattino e sera... Tra lui e Gesù, nasce presto un rapporto intenso, come un’intesa segreta, che diventa vera "vita a due"  il giorno della Prima Comunione, il 7 settembre 1975. Da quel momento, il più grande desiderio di Silvio è quello di ricevere Gesù, il più spesso possibile, almeno tutte le domeniche, andando alla Messa, preparato dalla confessione e da un continuo impegno a migliorarsi e a essere molto buono con i genitori, con i compagni e le persone che incontra.
A scuola, si distingue tra tutti per le doti e per l'impegno, ma gli piace pure tantissimo giocare a pallone, a bocce, a nascondino, a far passeggiate a piedi e nei boschi. Incanta tutti con il suo affetto, con il suo "grazie" sempre pronto e il suo perenne dolcissimo sorriso.

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Morire non è nulla; non vivere è spaventoso

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Sac. Carlo Sacchetti

Oggi vorrei proporre alla vostra riflessione il testamento di Reyhaneh Jabbari, 26 anni, impiccata il 25 ottobre scorso dal regime iraniano per avere ucciso l’uomo che voleva stuprarla. Avrebbe potuto salvarsi, perché i familiari dell’accusato avevano promesso la grazia se lei avesse negato il tentativo di stupro. Ma lei, fedele a se stessa fino alla fine, non lo ha fatto.
Il primo aprile, una volta saputo della sua condanna a morte, aveva registrato per la madre l’audio messaggio con le sue ultime volontà.
Per la nostra comunità, vorrei che fosse un momento di riflessione sulla bellezza di questa donna, che ha un cuore troppo grande per preferire pochi anni di vita in più a ciò che sente come vero. Come dice a sua madre: «Sei stata tu a insegnarmi che bisogna perseverare, anche fino alla morte, per i valori». In questa persona troviamo incarnate le parole di Victor Hugo che affermava: «Morire non è nulla; non vivere è spaventoso».

«Cara Shole, oggi ho appreso che è arrivato il mio turno di affrontare la Qisas (la legge del taglione del regime ndr).
Mi sento ferita, perché non mi avevi detto che sono arrivata all’ultima pagina del libro della mia vita. Non pensi che dovrei saperlo? Non sai quanto mi vergogno per la tua tristezza. Perché non mi hai dato la possibilità di baciare la tua mano e quella di papà?
Il mondo mi ha permesso di vivere fino a 19 anni. Quella notte fatale avrei dovuto essere uccisa. Il mio corpo sarebbe stato gettato in un qualche angolo della città e, dopo qualche giorno, la polizia ti avrebbe portata all’obitorio per identificare il mio cadavere, e avresti appreso anche che ero stata stuprata. L’assassino non sarebbe mai stato trovato poiché noi non godiamo della loro ricchezza e del loro potere. E poi avresti continuato la tua vita nel dolore e nella vergogna, e un paio di anni dopo saresti morta per questa sofferenza, e sarebbe finita così. Ma a causa di quel colpo maledetto la storia è cambiata. Il mio corpo non è stato gettato via, ma nella fossa della prigione di Evin e nelle sue celle di isolamento e ora in questo carceretomba di Shahr-e Ray. Ma non vacillare di fronte al destino e non ti lamentare. Sai bene che la morte non è la fine della vita.
Mi hai insegnato che veniamo al mondo per fare esperienza e per imparare una lezione, e che ogni nascita porta con sé una responsabilità. Ho imparato che a volte bisogna combattere. Mi ricordo quando mi dicesti che l’uomo che conduceva la vettura aveva protestato contro l’uomo che mi stava frustando, ma quest’ultimo ha colpito l’altro con la frusta sulla testa e sul volto, causandone alla fine la morte. Sei stata tu a insegnarmi che bisogna perseverare, anche fino alla morte, per i valori.

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Dove sta la dignità di una persona devastata dalla malattia?

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Sac. Carlo Sacchetti

Concludevo la scorsa settimana, dopo aver citato una lettera di F. M. Dostoevskij, con queste parole:

«Possiamo anche dire che “da soli non possiamo comprendere il Mistero del dolore, abbiamo bisogno dell’amicizia e dell’amore delle altre persone. La via silenziosa della nostra coscienza deve essere accompagnata, nella sua solitaria fatica, dagli sguardi, dal calore delle mani e dalla compagnia di amici e consorti”.
Il mistero del dolore, come quello della resurrezione, non lo si comprende da soli. Vi può essere una dimensione di solitudine in chi soffre, ma la vittoria su di esso e la sua comprensione si sperimentano solo nella sollecitudine e vicinanza di chi ci ama».

Per continuare questa riflessione vorrei proporvi una storia dei nostri giorni raccontata, in una lettera inviata al quotidiano Avvenire, da Antonella Goisis, un medico di hospice. Ho fatto questa scelta perché ciò che in essa viene narrato si pone in piena continuità con ciò che abbiamo meditato la scorsa settimana e inoltre perché questo Testata d’Angolo uscirà sabato 1 novembre, il giorno in cui Brittany Maynard ha annunciato al mondo che si toglierà la vita. Malata di cancro al cervello, la cui prima diagnosi le è stata fatta a gennaio, Brittany ha preso la decisione di farsi praticare l'eutanasia agli inizi di ottobre, quando ha dichiarato che sarebbe morta in pace, con suo marito a fianco, il primo novembre, proprio il giorno dopo il compleanno del suo compagno.
“Non sono una suicida – ha spiegato – e se lo fossi stata l’avrei già fatto, ma sto morendo e voglio farlo. Il mio tumore è così grande che servirebbero delle potenti radiazioni al cervello solo per rallentarne l’avanzata ma con effetti collaterali spaventosi, tra cui le ustioni. Con la mia famiglia abbiamo ragionato e verificato che non esiste un trattamento. Le cure palliative inoltre non riducono comunque il dolore devastante e la possibilità che possa perdere a breve le capacità cognitiva e di movimento, ho deciso quindi per una morte dignitosa”.

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