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Unità Pastorale di Campagnola e Cognento


Nella speranza siamo stati salvati
Editoriali

La Ragione e i Simboli

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di Carlo Cardia - tratto da Avvenire del 15 maggio 2015

Quando non si vogliono riconoscere verità semplici, la ragione si perde in meandri e labirinti di pensiero che recidono il buon senso. Il caso più recente riguarda la simbologia religiosa, ed è accaduto in Francia dove il tribunale di Rennes ha disposto che venga rimossa una statua di Giovanni Paolo II sormontata da una grande croce, collocata, con tutte le necessarie autorizzazioni, in una piazza della cittadina di Ploërmel nel 2006: per i giudici, la scultura sarebbe troppo «vistosa» e violerebbe il principio di laicità sancito dalla Costituzione francese e dall’art. 28 della Loi de séparation del 1905. Nel dettaglio, il Tribunale non ritiene contraria al principio di laicità la statua in sé, quanto il fatto ch’è sormontata da una grande croce, ed è posta in luogo pubblico; però, afferma, essendo opera d’arte composta di un unico blocco, non si può rimuovere solo la croce, e concede sei mesi perché venga portata altrove. Oltre a provocare reazioni, e appelli, per il mantenimento della scultura nel luogo per il quale è stata ideata e realizzata, la sentenza ha fatto nascere in alcuni cittadini l’idea d’un escamotage: comprare la piccola area sulla quale la statua insta, perché così cesserebbe la violazione della legge del 1905, che parla di «luogo pubblico», che diverrebbe di proprietà privata. Si avrebbe così una nuova dimensione giuridica labirintica. Un altro caso è derivato dalla decisione della scuola di Charleville-Mézières di impedire a una ragazza di entrare in aula con una gonna troppo lunga, perché questa rifletterebbe la sua appartenenza religiosa (islamica). Ci si è richiamati alla legge del 2004 che vieta di accedere agli istituti scolastici con segni che evochino un’appartenenza religiosa, perché questa implicherebbe un’indiretta opera di proselitismo. Anche qui, un dettaglio: la ragazza indossa normalmente il velo islamico, ma lo toglie quando entra a scuola, lo rimette quando ne esce. Quindi, rispetta pienamente la legge (ingiusta), ma ciò non basta a chi guarda persino alla gonna dal punto di vista religioso. Si scorge il profilo grottesco di questi fatti, che richiamano altri già riportati su 'Avvenire'. Il più clamoroso riguarda una circolare del Ministero dell’Educazione che vieta d’indossare simboli religiosi alle mamme che accompagnano i figli nelle gite scolastiche, anche se entrano in un museo, fanno un picnic, vanno al ristorante: tanto assurdo, che il divieto è stato poco dopo revocato. L’altro è delle settimane scorse, ed è l’introduzione di una specie di materia scolastica nuova, imperniata sulla laïcité, che sarà insegnata nelle scuole pubbliche da docenti arruolati per questo scopo.

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Con la Teoria del Gender si rischia un passo indietro

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La catechesi di papa Francesco: la rimozione della differenza è il problema, non la soluzione

Cari fratelli e sorelle, buongiorno! La catechesi di oggi è dedicata a un aspetto centrale del tema della famiglia: quello del grande dono che Dio ha fatto all’umanità con la creazione dell’uomo e della donna e con il sacramento del matrimonio. Questa catechesi e la prossima riguardano la differenza e la complementarietà tra l’uomo e la donna, che stanno al vertice della creazione divina; le due che seguiranno poi, saranno su altri temi del matrimonio.
Iniziamo con un breve commento al primo racconto della creazione, nel Libro della Genesi. Qui leggiamo che Dio, dopo aver creato l’universo e tutti gli esseri viventi, creò il capolavoro, ossia l’essere umano, che fece a propria immagine: «a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò» ( Gen 1, 27), così dice il Libro della Genesi.
E come tutti sappiamo, la differenza sessuale è presente in tante forme di vita, nella lunga scala dei viventi. Ma solo nell’uomo e nella donna essa porta in sé l’immagine e la somiglianza di Dio: il testo biblico lo ripete per ben tre volte in due versetti (26-27): uomo e donna sono immagine e somiglianza di Dio. Questo ci dice che non solo l’uomo preso a sé è immagine di Dio, non solo la donna presa a sé è immagine di Dio, ma anche l’uomo e la donna, come coppia, sono immagine di Dio. La differenza tra uomo e donna non è per la contrapposizione, o la subordinazione, ma per la comunione e la generazione, sempre ad immagine e somiglianza di Dio.

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Amò la Chiesa sempre e comunque

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di GRAZIANO ZONI (già presidente di Mani Tese ed Emmaus Italia) - tratto da Avvenire del 5 maggio 2015


Con determinazione e gentilezza dalla parte dei «senza voce»

La testimonianza dell’amico e collaboratore italiano. «Sempre accanto alle vittime della tortura, della miseria, dell’ingiustizia». Pur amando tutti aveva, sull’esempio di Cristo, un amore speciale per gli ultimi. «Era un cittadino del mondo che amava definirsi 'l’asinello di Gesù'» L’ammirazione per l’abbé Pierre.

L’apertura del cosiddetto 'processo' di beatificazione per dom Helder Camara, a quanti lo abbiamo conosciuto, frequentato, apprezzato ed amato, non può che riempire il cuore e l’anima di grande gioia, e di profonda gratitudine alla Chiesa. A quella Chiesa che dom Helder ci ha insegnato a parole e soprattutto con la testimonianza della sua vita, ad amare e rispettare, sempre e comunque. Gioia immensa, gioia vera! E non credo proprio di essere il solo che questo momento lo ha atteso da tempo. (Ma, lo sappiamo, la Chiesa di Cristo è eterna… ) Ripercorrendo il non breve periodo della nostra fraterna amicizia (1965/1999) mi ritornano alla mente gli indimenticabili momenti vissuti insieme, in giro per l’Italia, per l’Europa ed anche nella sua cara diocesi di Olinda e Recife. Non mi basterebbero tutte le pagine di Avvenire, per raccontare e documentare l’eccezionalità, l’umiltà, il coraggio e la santità di questo 'piccolo' vescovo. Autentico 'cittadino del mondo', che amava autodefinirsi 'l’asinello di Gesù' nel suo ingresso a Gerusalemme… Fin dal primo rapido incontro, (8.12.1965), dom Helder mi fu presentato (da un comune amico vescovo) come 'un santo', ma fu soprattutto in seguito che ebbi modo e tempo di convincermi che quella 'canonizzazione' fuori norma, era semplicemente documentata dalla limpida ed esemplare testimonianza di vita di questo 'Bispinho', fratello dei poveri e mio fratello' come lo chiamò Giovanni Paolo II in visita a Recife. Indimenticabile, per mia moglie e per me, la prima volta che andammo con lui, dal Papa. Dopo l’incontro privato, dom Helder ci presentò come 'la mia famiglia italiana'… Squisita delicatezza, che ancora oggi ci commuove. E non è il solo ricordo 'dolce'.

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Proprio come noi

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di MARINA CORRADI - tratto da Avvenire di martedì 21 aprile

Molti di quei morti non li troveranno mai, e intanto un altro barcone è naufragato, e altri ancora, probabilmente, stanno per mettersi in viaggio: stracarichi di uomini e donne che spesso non hanno mai visto il mare, e che, mentre cala la notte, guarderanno atterriti attorno a loro l’immensità dell’acqua nera. Intanto in Europa si starà discutendo di date, di vertici, di ordini del giorno – e nuovi barconi zeppi, con il motore che s’imballa e stenta, andranno lenti verso il loro destino.
Sono molti anni, ormai, che si muore nel Mediterraneo, e ci deve essere al fondo una ragione per l’inerzia con cui l’Europa – non l’Italia, che aiuta come sa e come può – lascia che si ripetano le stragi. Fino a un sussulto, quando il numero dei morti batte ogni precedente; per, allora, andarsi a inchinare davanti alle bare – sempre che siano almeno centinaia, però. Il Papa domenica all’Angelus ha detto di quei morti: «Sono uomini e donne come noi, fratelli nostri che cercano una vita migliore...». Uomini come noi, certo, nessuno lo oserebbe negare. Eppure in quei volti neri, in quegli stracci, in quelle lingue incomprensibili, davvero noi europei riconosciamo «uomini come noi»? O non invece altri da noi, miserabili, forse pericolosi, se non proprio invasori? Basta guardare, alla Stazione centrale di Milano, i gruppi di sfiniti profughi siriani, e come i viaggiatori istintivamente, senza magari ben sapere chi siano, ne girino alla larga – stringendo, senza forse accorgersene, più forte la borsa nella mano.

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Gender, quella sottile «censura»

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Di Marina Corradi - tratto da Avvenire del 17 aprile 2015

A volte, sui giornali succedono cose singolari. Ci sono notizie che si gonfiano e dilagano, benché non così significative, e altre che spariscono, si inabissano, così che chi legge può non accorgersi che qualcosa sia accaduto. Ieri è successo qualcosa di simile. Il Papa, si sa, è molto amato, e normalmente i quotidiani riportano con grande risalto le sue parole e le sue battute. Però, non sempre. L’altra mattina Francesco, in Udienza, era partito dalla Genesi, da quel passo che recita: «Maschio e femmina Dio li creò». E dopo avere sottolineato come uomo e donna, insieme, siano immagine di Dio, e come questo dualismo non sia per la contrapposizione o la subordinazione, ma per la comunione e la generazione, aveva detto: «Io mi domando se la cosiddetta teoria del gender non sia anche espressione di una frustrazione e di una rassegnazione, che mira a cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa. Sì, rischiamo di fare un passo indietro. La rimozione della differenza, infatti, è il problema, non la soluzione».

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Il grido più alto

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Marina Corradi - tratto da “Avvenire” del 9 aprile 2015

Ogni bambino abbandonato è «un grido che sale a Dio». Siamo abituati agli occhi e alla faccia buona del Papa, al sorriso che spesso attraversa le sue parole, ma c’era da ammutolire, ieri a San Pietro, a questo monito: ogni bambino abbandonato, è un grido che sale a Dio e «accusa il sistema che noi adulti abbiamo costruito». Ieri, nella stessa mattina, i giornali erano come sempre pieni di cronache di sofferenze di bambini. Quei 3.500 piccoli palestinesi assediati nel campo profughi di Yarmuk, senza cibo né acqua né medicine, e quelli dello Yemen sotto le bombe, sono solo le ultime pagine del libro, terribilmente grosso e pesante, su cui potrebbero essere scritte le pene dei bambini nel mondo. O, per usare l’espressione di Francesco, la loro 'Passione': quel misterioso, spesso umanamente intollerabile, dolore che i piccoli dei Paesi più disgraziati, ma anche a volte i figli delle nostre civili città, sono chiamati a portare. Nell’eterno scandalo del dolore innocente: quello che l’Ivan di Dostoevskij, nei Fratelli Karamazov, non tollera, quello per cui vorrebbe «rispettosamente » restituire a Dio il biglietto d’ingresso a questa vita.

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Il cuore compatibile con Dio

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Alessandro d’Avenia (tratto da "Avvenire" del 5 aprile 2015)

Riparare i viventi è il titolo di un bel romanzo scritto della bravissima Maylis de Kerengal che in questi giorni mi ha accompagnato. Mi sembra il titolo perfetto per questa domenica. La storia parla di un adolescente che, uscito con i suoi amici in una fredda notte in cerca dell’onda perfetta da cavalcare all’alba con i loro surf ruggenti, sulla strada del ritorno ha un incidente ed entra in coma irreversibile. I suoi genitori consentono l’espianto degli organi, anche se è il cuore il vero protagonista della storia. Il cuore che viene estratto dal petto del ragazzo va a riempire quello di una donna in attesa di un organo che la salvi grazie ad un trapianto.
Ad un tratto la madre di Simon, il ragazzo morto, si chiede che accadrà al contenuto del cuore di suo figlio: «Che ne sarà dell’amore di Juliette una volta che il cuore di Simon ricomincerà a battere dentro un corpo sconosciuto, che ne sarà di tutto quel che riempiva quel cuore, dei suoi affetti lentamente stratificati dal primo giorno o trasmessi qua e là in uno slancio d’entusiasmo o in un accesso di collera, le sue amicizie e le sue avversioni, i suoi rancori, la sua veemenza, le sue passioni tristi e tenere? Che ne sarà delle scariche elettriche che gli sfondavano il cuore quando avanzava l’onda? Che ne sarà di quel cuore traboccante, pieno, troppo pieno?».

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La forza e il coraggio dell'informazione

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Sac. Carlo Sacchetti

Quest’anno arriviamo a Pasqua con ancora negli occhi e nelle orecchie le immagini e testimonianze che hanno fatto seguito al terribile disastro aereo che ormai, sembra al di là di ogni dubbio, sia stato causato da un gesto di follia del copilota della Germanwings Andreas Lubitz. Reportage dettagliati, ore di servizi speciali, sopralluoghi di giornalisti coraggiosi, ci hanno permesso di vivere, partecipare, soffrire, insieme a tutto il mondo per questa tragedia. La straordinaria forza dei mezzi di comunicazione che oggi il mondo ha a disposizione, può realmente rendere il mondo “più piccolo” e le persone “più vicine”. Il “conoscere” rende possibile la “partecipazione”, “la riflessione”, la “presa di posizione” e “le scelte”. L’informazione ha una forza incredibile e se viene fatta in modo trasparente può avviare autentici cambiamenti nelle persone di tutto il mondo.

Leggevo in questi giorni il commento che Luigino Bruni ha fatto al libro di Giobbe. Penso che tutti conosciate, almeno per aver sentito il proverbio, “avere la pazienza di Giobbe”, la storia di questo credente. Uomo di fede, osservante della legge, viene messo alla prova prima nelle cose che ha (beni e figli) e poi nella sua stessa carne (malattia terribile che lo ha reso irriconoscibile agli stessi amici). Attraverso questa esperienza Giobbe viene condotto da Dio a fare un’esperienza rinnovata di se stesso e di Dio. Al termine della sua esperienza arriva infatti a dire: «Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto» (Gb 42,5). Luigino Bruni vede in questa storia della Bibbia, come anche in opere di letteratura, poesie, il dare voce e volto a chi vive nella storia simili “notti mute”. Ma ascoltiamo le sue parole:

«Ma se leggiamo il suo poema (ndr: intende il libro di Giobbe) con 'l’intelligenza delle scritture', facciamo una scoperta sbalorditiva: il suo canto di maledizione è anche la costruzione di una nuova e diversa arca di salvezza. Nell’arca di Giobbe non salgono i suoi figli e gli animali, ma tutti i disperati, gli sconsolati, i depressi, gli abbandonati, i falliti, gli scomunicati, tutte le vittime inconsolabili e inconsolate della storia. È così che la Bibbia ci ama e ci salva, paradossalmente e realmente. Come, analogamente, ci salvano la grande poesia e la grande letteratura, che riscattano e salvano il principe Myskin, Cosette e Jean Valjean, il 'pastore errante dell’Asia', mentre li raggiungono, li incontrano, abitano la loro sventura. La 'resurrezione' di questi miserabili arriva quando vediamo, descriviamo, amiamo le loro sofferenze».

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Il figlio ideale delude, quello guardato con fiducia cresce

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Sac. Carlo Sacchetti

Ho letto di recente un articolo di Luigi Ballerini, che ha il titolo esattamente come quello sopra, con il quale mi ritrovo molto e vorrei condividere con voi alcune riflessioni.
Leggiamo prima una parte dell’articolo:

«”Nel percorso di autonomia dei nostri figli come liberarsi da quello che riteniamo, noi genitori, il loro bene, come capire che quella scelta è espressione di loro stessi, come non viverla come una delusione? Come imparare ad accettare il figlio diverso da come ce lo siamo immaginato, e una volta fatto questo, come accettare che il figlio scelga un percorso, uno stile che non ci assomiglia al punto da pensare «ma questo figlio cosa c’entra con me?” (Barbara Stefanini Wetter)
Un figlio che cresce non è un sogno che si realizza, e nemmeno un progetto che arriva al suo termine. È una vita che si compie e che procede secondo vie incalcolabili. Se c’è un ostacolo alla crescita del figlio è proprio il doversi misurare con un ideale, presente nella testa dei suoi genitori. Nel confronto con il figlio ideale, quello reale sarà sempre perdente, non sarà mai adeguato. E alla fine deluderà.
«Mi hai deluso!»: quanto è insostenibile questa affermazione! Sui ragazzi ha il potere di annichilirli. Hai deluso cosa, poi? Le aspettative che avevo su di te.
Certo, noi desideriamo un futuro felice per i nostri figli e li vorremmo realizzati secondo il nostro concetto di realizzazione. Eppure, qualunque sia la nostra idea dobbiamo, fortunatamente, fare i conti con loro. Con i loro desideri, le loro aspettative, i loro errori anche.
Quando un figlio non ci corrisponde c’è una domanda che conviene porre a noi stessi. Siamo così concentrati sul nostro progetto da non vedere il buono che sta realizzando nella sua vita, diverso da come lo avevamo preventivato, oppure si tratta veramente di una situazione in cui sta lavorando a suo danno? Perché c’è male laddove c’è un danno documentabile.
Guardiamolo sempre con uno sguardo pieno di fiducia, però. Tale sguardo nasce dalla stima per il suo pensiero e per la sua capacità di giudizio. Dentro questa prospettiva anche l’eventuale errore non diventa fonte di scandalo, perché esso stesso è frutto di competenza. Se ha messo qualcosa di suo nel far andar male le cose, potrà certamente mettere qualcosa di suo nel farle andare bene. Si tratta della certezza che, riprendere a pensare bene, ossia pensare per il proprio profitto, è sempre possibile a partire da un lavoro personale ed eventualmente comune.
«Ma questo figlio cosa c’entra con me?» è una domanda da non chiudere troppo in fretta. Se lo vedo solo frutto della mia opera educativa, o verrà esibito come un trofeo nel caso le cose vadano bene, o lo considererò una vergogna, magari da nascondere, se vanno male. Ma per fortuna, esiste la sua libertà».

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La misericordia è la Risurrezione incarnata nella storia!

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Sac. Carlo Sacchetti

«Cari fratelli e sorelle, ho pensato spesso a come la Chiesa possa rendere più evidente la sua missione di essere testimone della misericordia. È un cammino che inizia con una conversione spirituale; e dobbiamo fare questo cammino. Per questo ho deciso di indire un Giubileo straordinario che abbia al suo centro la misericordia di Dio. Sarà un Anno Santo della misericordia. Lo vogliamo vivere alla luce della parola del Signore: «Siate misericordiosi come il Padre» (cfr Lc 6,36). E questo specialmente per i confessori! Tanta misericordia!»

Con queste parole Papa Francesco, al termine dell’Omelia della Liturgia Penitenziale del 13 marzo scorso, ha annunciato che il prossimo 8 dicembre avrà inizio un Anno Santo straordinario: l’Anno della misericordia.

In tutto il suo pontificato è tornata spesso questa verità: il Dio di Gesù Cristo è un Dio di misericordia. Penso che in un momento dove la Religione è elevata, da fanatici, a vessillo che giustifica la soppressione dell’infedele (è di questi giorni l’ennesima strage di cristiani in Pakistan), mostrare come cuore della religione “la misericordia” corregge e rilancia al mondo laico, al mondo in ricerca, l’annuncio di un Dio vicino che per primo cerca l’uomo. A chi fa della violenza e della paura uno strumento di conquista, il Papa, fedele discepolo di Gesù Cristo, risponde che la vera forza sta nella misericordia.

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Non trascurare i discorsi dei vecchi

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Sac. Carlo Sacchetti

Prendendo spunto dalle catechesi sugli anziani che ha fatto Papa Francesco vorrei fare con voi alcune considerazioni su questa preziosa “riserva sapienziale del nostro popolo”, come la definisce lo stesso Papa.

In una società tutta basata sull’efficienza, si tende a dare valore solo a ciò che produce. Per questo va crescendo la cultura dello “scarto” che si esercita verso tutto ciò che viene percepito come zavorra. In cima alla lista di questa cultura vi sono certamente i poveri; e gli anziani sono da considerare poveri. Sono poveri perché non hanno più le energie di una volta, non hanno la lucidità e freschezza mentale di quando erano giovani, non hanno davanti a sé la ricca prospettiva di molti anni da vivere e di solito sono ammalati. Il loro cuore si volge spesso indietro, verso il passato, è “gonfio” di ricordi, e la maggior parte delle volte parlano per brontolare. Questo però non giustifica, in nessun caso, il metterli da parte, perché si hanno troppe, e più importanti, cose da fare.
Colpiscono gli esempi che Papa Francesco riporta nel suo intervento: «Io ricordo, quando visitavo le case di riposo, parlavo con ognuno e tante volte ho sentito questo: «Come sta lei? E i suoi figli? - Bene, bene - Quanti ne ha? – Tanti. - E vengono a visitarla? - Sì, sì, sempre, sì, vengono. – Quando sono venuti l’ultima volta?». Ricordo un’anziana che mi diceva: «Mah, per Natale ». Eravamo in agosto! Otto mesi senza essere visitati dai figli, otto mesi abbandonata! Questo si chiama peccato mortale, capito? Una volta da bambino, la nonna ci raccontava una storia di un nonno anziano che nel mangiare si sporcava perché non poteva portare bene il cucchiaio con la minestra alla bocca. E il figlio, ossia il papà della famiglia, aveva deciso di spostarlo dalla tavola comune e ha fatto un tavolino in cucina, dove non si vedeva, perché mangiasse da solo. E così non avrebbe fatto una brutta figura quando venivano gli amici a pranzo o a cena. Pochi giorni dopo, arrivò a casa e trovò il suo figlio più piccolo che giocava con il legno e il martello e i chiodi, faceva qualcosa lì, disse: «Ma cosa fai? – Faccio un tavolo, papà. – Un tavolo, perché? –. Per averlo quando tu diventi anziano, così tu puoi mangiare lì». I bambini hanno più coscienza di noi!»

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Quel "non previsto" che spinge la storia

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Sac. Carlo Sacchetti

Stavo rileggendo in questi giorni la cronaca del “martirio” dei ventuno copti cristiani uccisi dall’Is. Tutto secondo copione: il boia con il tabarro nero, il rito quasi maniacale e ripetitivo che insinua il messaggio che il massacro è inarrestabile, la pubblicazione in internet attraverso la quale si vuole alimentare il terrore, le rivendicazioni che suonano come minacce all’occidente nemico, la vittima sacrificale che rimane inerte, rassegnata, pronta per il sacrificio. Lui il Boia grande, dominatore, l’altro, la vittima, debole e piccolo. Rileggendo le cronache delle varie uccisioni si coglie una continuità che fa pensare ad una “regia pensata” nella quale si considera anche il dettaglio pur di raggiungere il proprio scopo.

Eppure, in questo caso, qualcosa è sfuggito a chi ha montato scrupolosamente il video da proporre al mondo intero. Antonio Aziz Mina, vescovo copto di Giza, cittadina egiziana, nel guardare il video dell’esecuzione dei ventuno lavoratori cristiani copti ha osservato le labbra dei condannati negli ultimi istanti, e dal labiale ha letto che invocavano il nome di Gesù Cristo. Ma come! Non dovevano rappresentare la debolezza e fragilità di chiunque si opponga all’Is? Non dovevano esprimere la rassegnazione di chi sa che prima o poi toccherà a lui? Non dovevano mostrare al mondo la paura di chi non può resistere a un destino ineluttabile?
Certo nell’intenzione del “regista” erano questi i messaggi che si dovevano trasmettere, ma c’è stato un “non previsto” che ha cambiato radicalmente la prospettiva. Colui che doveva apparire piccolo agli occhi di tutti è diventato un “gigante” della fede. Nessuna parola di vendetta, nessuna richiesta di pietà, solamente quell’invocare Gesù che è riconoscere Lui come unico Signore e Salvatore.

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Una parola buona in più

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Sac. Carlo Sacchetti

Dopo aver suggerito alcuni temi su cui poter costruire il programma di Quaresima, ovvero di “conversione”, ovvero di “ingresso nella vita”, ho pensato di soffermarmi su un aspetto che spero non manchi nell’impegno umano-spirituale di tutti.

Il Padre Benedettino tedesco Anselm Grün afferma: «Secondo i padri della chiesa, col nostro linguaggio noi costruiamo una casa. E se esso è pieno di rimproveri o giudizi, costruiamo una casa in cui nessuno vorrebbe abitare: una casa fredda, inospitale, da cui si cerca di uscire il più in fretta possibile».
Partendo da questo testo verrei consigliare, in questo percorso di quaresima, di soffermarsi sulle proprie parole.

Si sente, da più parti, sottolineare l’importanza dei fatti, delle opere. È evidente che il parlare che non è seguito dalle opere è vuoto e la stessa fede è morta. Gesù stesso ha detto: «21Non chiunque mi dice: «Signore, Signore», entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21). La lettera di Giacomo al capitolo secondo ricorda: «4A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha le opere? Quella fede può forse salvarlo? 15Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano 16e uno di voi dice loro: «Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi», ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve? 17Così anche la fede: se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta».
Alcune persone, forti di queste certezze, si impegnano, si danno da fare, pensando che sia importante solo questo e, di conseguenza, trascurano ciò che rappresenta la “casa”. Il linguaggio, le parole che usiamo, il come le usiamo, i tempi in cui parliamo o taciamo, l’intenzione che ispira il nostro dire, sono le fondamenta, le travi, le porte e le finestre della nostra casa.

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Per iniziare bene la Quaresima...

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Sac. Carlo Sacchetti

Il 14 febbraio scorso Papa Francesco ha consegnato 19 berrette cardinalizie ad altrettanti neoporporati dei cinque continenti (il ventesimo della lista, il colombiano Pimiento Rodriguez, non è potuto venire a Roma per ragioni di età avanzata).
I cardinali ora sono 227. 125 gli under 80 quindi votanti in un eventuale conclave. In essi troviamo le prime porpore per Tonga, Capo Verde Myanmar e Panama. Compare chiaro un orientamento che porta ad avere meno Europa e più “periferie del mondo”.

Vi scrivo queste cose perché vorrei che conoscessimo sempre meglio la “nostra” Chiesa. In molte occasioni vi ho esortato a non restringere la Chiesa al Clero. Il “Popolo di Dio” è formato da tutti i credenti e ognuno di noi è chiamato a sentirsi parte viva e attiva della Chiesa. Essa è una grande famiglia che spesso rischiamo di vedere solo nei suoi lati ambigui, fragili, organizzativi e gerarchici, e tutto questo ci porta a sentirci estranei ad essa e capaci di critiche anche feroci.
Rileggendo l’omelia di Papa Francesco, nella quale si rivolge ai neo Cardinali, si respira tutta la freschezza e tenerezza, unita a grande serietà e responsabilità, di ciò che rappresenta il codice esistenziale di chi riveste importanti responsabilità di governo nella Chiesa. Il Papa richiama l’inno alla Carità come “cifra spirituale” della vita del Cardinale. Ripercorriamo alcuni passaggi di questa omelia pensando che la maggior parte di questi cardinali vive questi valori, o comunque ogni giorno cerca di incarnarli nella sua vita, con serio e responsabile impegno. Sì perché è facile scagliarsi sul singolo che sbaglia dimenticando i molti fedeli che servono quotidianamente chi è loro affidato. È giusto condannare l’errore, che nel caso di persone che hanno incarichi così importanti acquista una gravità maggiore, ma sempre tenendo presente l’insieme ed evitando generalizzazioni che allontanano da una visione onesta e vera. Inoltre penso che queste indicazioni possano servire ad ogni credente e quindi possano rappresentare meditazioni utili per tutti noi. Non dimentichiamo ciò che disse S. Agostino nel suo discorso 340 in occasione dell’anniversario della sua ordinazione: «Per voi infatti sono vescovo, con voi sono cristiano».

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Dare per scontata la sconfitta

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Sac. Carlo Sacchetti

La notizia che fa riflettere in questi giorni è la decisione di delimitare una zona all’interno della Capitale, area Eur, nella quale si possa esercitare la prostituzione in modo “controllato”, cercando così di limitare i margini di sfruttamento che questa “antica attività” ha iscritto nel suo DNA.
Al di là di tutte le riflessioni che abbiamo letto nei giornali in questi giorni - dove vi è stato chi, come il direttore della Caritas romana, monsignor Enrico Feroci che ha affermato con forza che: «La prostituzione comporta sempre uno sfruttamento della persona, regolarizzarla o tollerarla per motivi di ordine pubblico è un’azione comunque sbagliata»; o chi come Andrea Santoro (colui da cui è nata la proposta), presidente del IX Municipio, che in risposta alle varie critiche piovute da ogni parte a questa sua iniziativa ha annunciato che: «organizzeremo giornate nelle scuole per spiegare il rispetto del corpo della donna e far comprendere il fenomeno della prostituzione» e vigileranno nelle strade a luci rosse operatori, «non volontari, ma professionisti, mediatori culturali» - penso sia opportuno aggiungere un’ulteriore considerazione.

Come abbiamo detto nelle riflessioni precedenti ciò che delimita il confine tra le due posizioni è certamente l’idea di persona. Come si fa a tollerare che vi sia un luogo dove alcuni esseri umani, soprattutto donne, sono sottoposti ad una violenza, che in molti casi supera quella fisica, che le porta a rinunciare alla propria dignità e alla libertà di poter donare il proprio corpo come espressione di un profondo legame d’amore? Accettare lo sfruttamento, il ricatto, le percosse che stanno dietro a realtà come questa (e non illudiamoci che il ghettizzare le prostitute elimini questi problemi), non è certamente un segno di progresso e di crescita. Non chiamiamo tutto questo un segno di civiltà! Inoltre non nascondiamoci dietro ai soliti modi dire: «Scelta? Libera?» Una volontaria ha risposto chiaramente all’ipocrisia di simili dichiarazioni affermando: «Lei scherza! Ma veramente crede esista una donna che voglia... vendere il suo corpo?! - s’infervora questa operatrice e continua -. Guardi che mentre noi stiamo parlando con loro, arrivano sistematicamente chiamate sul loro cellulare da chi le 'controlla'... Lo sappiamo, lo sappiamo bene». Insomma, «altro che strade a luci rosse», insiste questa ragazza: «Offrissero piuttosto un’alternativa vera, ad esempio lavorativa, alle ragazze, insegnassero il rispetto del corpo, proprio e altrui, se la prendessero coi clienti».

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La scizofrenia dell'Europa

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Sac. Carlo Sacchetti

La riflessione che vorrei proporvi oggi è in continuità con l’ultima che ho scritto all’inizio dell’anno. In essa cercavo di evidenziare che si può parlare di libertà solamente quando si pone al centro la persona, la sua tutela e promozione. Quando in nome della libertà si calpesta ciò che per molte persone è vita - la religione o le profonde convinzioni che orientano l’esistenza - ci si incammina in una via fatta di bassa demagogia, che sfociando in riduzionismi di parte coglie solo alcuni aspetti della persona e della realtà perdendo di vista l’intero.

Una chiara dimostrazione di quanto appena affermato la ritroviamo nello scorso gennaio dove l’Europa che era scesa in piazza per la grande manifestazione di Parigi domenica 11 gennaio, il lunedì successivo ha deliberato - a seguito del recente parere favorevole dell’Agenzia europea dei medicinali (Ema) - che la cosiddetta “pillola dei 5 giorni dopo”, anche nota col nome commerciale di EllaOne, dev’essere liberamente acquistabile in farmacia senza ricetta.

Cerchiamo di spiegare in poche parole, per i non addetti, di cosa si tratta. La Hra Pharma, l’azienda francese che produce EllaOne, da sempre insiste sull’effetto semplicemente «antiovulatorio» del farmaco: la pillola agirebbe cioè soltanto prevenendo o ritardando l’ovulazione ma non interrompendo la gravidanza, per quanto appena iniziata. E sulla base di queste indicazioni non proprio imparziali l’Ema prima e la Commissione europea ora hanno espresso il loro giudizio. Peccato che la documentazione scientifica sul farmaco (studio Brache del 2010) dimostri altro.
È interessante constatare che nel 2009 la stessa HRA (l’azienda francese che produce EllaOne) segnalava che la pillola dei 5 giorni dopo possa essere assunta anche per abortire, e questo ben oltre i cinque giorni dopo il presunto “rapporto a rischio”. Come è possibile per un antiovulatorio? Semplice: il principio attivo del farmaco, l’ulipristal acetato, e il miferpistone (per intenderci, il contenuto della Ru486) sono equivalenti, come lo stesso documento dell’Ema spiega a pagina 10. «Con le dovute proporzioni, s’intende – spiega Bruno Mozzanega, professore aggregato di Ginecologia dell’Università di Padova e presidente della Società Italiana Procreazione Responsabile –. Per abortire fino (almeno) a sette settimane bastano 200 mg di Ru486, i quali equivalgono, quanto a efficacia sull’endometrio, a 200 mg di ulipristal non micronizzato». E visto che EllaOne contiene 30 mg di ulipristal micronizzato (che corrisponde a 50 mg non micronizzato), ecco che con quattro compresse si ottiene un dosaggio equivalente ai 200 mg di Ru486. Altro che contraccezione.

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Io non sono Charlie

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Sac. Carlo Sacchetti

Mi ha sconvolto la ferocia e la violenza di chi ha freddato giornalisti e agenti inermi quasi fossero animali destinati al macello. Del resto l’odio è così, rende progressivamente ciechi e distorce la realtà rendendola conforme a ciò che si vuole vedere.

Ma non sono meno addolorato e arrabbiato davanti al massacro di Boko Haram in Nigeria. Ammazzati a uno a uno a colpi d'arma da fuoco o con i machete, uomini anziani, donne e bambini inseguiti nelle strade e nella foresta, finiti dopo essere stati atrocemente mutilati.
Non si riescono a contare le vittime della carneficina nella città di Baqa, nel nord-est della Nigeria, dove dei circa diecimila abitanti almeno 2.000 sarebbero stati uccisi dagli integralisti islamici di Boko Haram in meno di una settimana.

Eppure quanti di noi e dei grandi della terra sono scesi in piazza per condannare un simile gesto? Certo è passato per i telegiornali, ma mentre il primo ha monopolizzato le varie edizioni per più giorni, il secondo è scivolato via alla pari di tante altre notizie.

Nel primo caso sono stati uccisi (meglio dire massacrati) professionisti che operavano in una testata giornalistica famosa per la sua satira irriverente che non si preoccupava di calpestare i sentimenti e i valori più intimi e profondi di tante persone. Quante volte ho sentito ripetere la parola “libertà” in questi giorni. Sono confuso! Come si può mettere insieme la libertà con la violenza di chi dissacra ciò che rappresenta la fede e la speranza di tante persone. Perché occorre che ce lo diciamo: questa è violenza e, tra l’altro, delle peggiori. Certo si può obiettare che qui non si uccideva nessuno, era solo satira. Ho ascoltato un’intervista fatta a Dario Fo e al vignettista Vincino su Sky che si è conclusa con la tesi, affermata da tutti che la “satira non deve avere alcun limite”. Questo è sbagliato e grave.
Il peso che si dà a tesi come queste dipende dalla visione che si ha della persona. Se la riduciamo a ciò che è biologico e psicologico allora si può fare questa differenza. Vi sono state tante correnti, filosofiche e no, (positivismo, materialismo ed altro) che hanno ridotto l’uomo a queste dimensioni. Ma se l’uomo è anche spiritualità, esigenza di senso e religiosità, allora attentare e violentare ciò che di più sacro vi è per queste persone è una violenza che ha anche l’aggravante della derisione. Riguardando in internet, alcune vignette pubblicate dal giornale satirico, c’è da rimanere inorriditi e sentirsi offesi nella propria fede. Mi ha fatto e mi fa molto male pensare che in nome della libertà di espressione ci sia chi si può permettere di calpestare quanto ho di più sacro. Intendiamoci non sto parlando qui di un sano umorismo. Questo non solo è necessario nella vita ma aiuta in tanti casi a sdrammatizzare situazioni, limiti e paure. Chi non sa ridere di se stesso, manifesta spesso problemi di relazione e accoglienza verso se stesso e gli altri. Ma qui il discorso è molto diverso. Qui si colpisce il tesoro più prezioso di molte persone.
I martiri di Abitene morti nel 304 d.c. perché dinanzi all’invito di evitare di celebrare l’eucaristia, per non farsi scoprire dal persecutore, hanno risposto: «senza la domenica non possiamo vivere» dimostrano che vi possono essere realtà che non si toccano, non si vedono, ma rappresentano un valore che può essere più importante della stessa vita. La religione è una di queste realtà e il suo carattere sacro va sempre rispettato, come è sacra la vita umana e non vi sono ragioni che possono giustificarne la soppressione.

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La "regola" dell'esemplarità

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Sac. Carlo Sacchetti

Mi è piaciuto molto, perché acuto e molto attuale, il parallelo che Alessandro d’Avenia ha fatto il giorno dell’Epifania tra i Re magi e chi svolge il proprio lavoro con serietà, professionalità ed onestà:

«Mi ha sempre affascinato che il Bambino-Dio nato in un posto rabberciato alla meglio è contemporaneamente reperibile grazie a calcoli e osservazioni astronomiche da professionisti del settore. Dio si fa trovare sempre da chi fa bene il proprio lavoro: come perfezionamento del pezzo di mondo che gli è affidato, come perfezionamento delle persone con cui lo svolge, come perfezionamento della propria capacità di stare al mondo. Chi cerca la stella nel proprio lavoro, trova la Stella nel proprio lavoro».

In questi ultimi editoriali abbiamo riflettuto spesso sul lavoro, su come affrontarlo. Abbiamo mostrato esperienze cariche di spirito profetico. Imprenditori che ripensano al loro ruolo ponendosi al servizio della persona e vedendo in questo il loro profitto maggiore. Ma non ci siamo fermati solo a chi comanda. Se desideriamo che l’ambiente di lavoro diventi sempre più un humus dove crescere e realizzare la propria vocazione ad essere pienamente uomini è necessario che anche “dal basso” gli operai ed impiegati escano dalla semplice logica del “portare a casa lo stipendio” e ripensino al tempo del lavoro (che è quasi il 50% delle ore disponibili nella vita, togliendo il sonno e i pasti) come una palestra, e quindi un’opportunità, per realizzare la propria umanità nella condivisione e servizio reciproco. Rimando alle esperienze che abbiamo qui raccontato dell’imprenditore Giovanni Arletti e Rossella Cionini.

Ora, però, guardiamo la cronaca. Ciò che riempie le pagine dei giornali è la mafia capitale dove viene stravolto il senso vero e profondo del lavoro. L’attività (preferisco chiamarla così per la stima che nutro verso il termine “lavoro” ) che viene messa al servizio del proprio utile e guadagno, andando a calpestare le persone più fragili, andando contro le più elementari esigenze di rispetto e decenza.
Su tutt’altro piano, ma sempre nocivo per la collettività, l’assenteismo dei vigili per l’ultimo dell’anno. Il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, aiuta a comprendere in che cosa, soprattutto, questo gesto ha fatto male: «L’esemplarità degli amministratori pubblici – in tutti i gradi di governo e di potere – è la “prima regola”. Chi sta in alto fissa in qualche modo l’asticella del decoro, del senso del dovere, persino dell’abnegazione con i quali si rende servizio alla comunità e si dà onore all’istituzione esercitando un ruolo pubblico. Il livello qualitativo del lavoro per la Città (la Regione, lo Stato) dipende grandemente da questo. E il rispetto vero, sereno, puntuale della legge saldamente fondata (e non palesemente ingiusta o tale da suscitare giustificata obiezione morale), che si è chiamati ad applicare, è parte integrante di questa “prima regola” dell’esemplarità».

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Difendere le balene e schiacciare le carote

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Sac. Carlo Sacchetti

Nella riflessione di oggi vorrei partire dalle parole di Susanna Tamaro:

«Tra le molte tristezze spirituali del mondo contemporaneo c’è l’incapacità di saper leggere nella natura che ci circonda una straordinaria offerta di Grazia che si manifesta attraverso la gratuità della bellezza.
Impauriti dalla potenza di tutto ciò che è vivo e sfugge al nostro dominio, abbiamo deciso di imbrigliare anche il Creato in una rigida ideologia. Tutti noi vogliamo salvare la terra - ed è assolutamente giusto farlo - ma in fondo non sappiamo davvero perché. Ricordo ancora, anni fa, la visita di una giornalista molto impegnata nelle battaglie ecologiche.
Quando l’ho accompagnata nel mio orto è riuscita a calpestare praticamente tutte le piantine che stavano timidamente spuntando. Continuava a parlare forsennatamente e quando ho detto: attenzione, le mie carote! non ha abbassato gli occhi, né alzato il piede.
Con lo sguardo caparbiamente fisso sull’orizzonte, ha continuato a parlarmi imperterrita delle balene. Difendeva le balene, ma schiacciava le carote! Quante volte, per seguire un’idea della nostra mente, non riusciamo a vedere la realtà che sta sotto ai nostri occhi. Quella realtà implora la nostra attenzione, ma noi non siamo in grado di udire la sua flebile e umile voce. Abbiamo piani grandi, non possiamo permetterci di perdere tempo.
Eppure non è proprio il prendersi cura di tutto ciò che vive e cresce intorno a noi con la trepida attenzione di una madre la cura a tutti i nostri mali?»

Queste parole della Tamaro ci possono aiutare a crescere come persone e come comunità.

Che vi siano state e vi siano ideologie che calpestano tutto ciò che non è rigidamente secondo la propria prospettiva ce lo dice la storia e ce lo dice anche il Vangelo. Gesù ha infatti dovuto educare i suoi in questo senso: «38Giovanni gli disse: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». 39Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c'è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: 40chi non è contro di noi è per noi» (Mc 9,38-40).

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Priorità educativa

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Sac. Carlo Sacchetti

Riflettevo in questi giorni su quali debbano essere le priorità educative per un genitore cristiano.
Quante volte una mamma o un papà mi hanno chiesto consigli per svolgere al meglio questa loro missione e responsabilità.
Perciò, ho pensato di dedicare alcune righe per dare alcuni consigli che nascono dalla mia esperienza con i giovani e le famiglie.

Prima di tutto dico ai genitori di non cadere nella tentazione della paura. Il mondo oggi non aiuta, le possibilità di confusione e relativismo sono tante, la globalizzazione (soprattutto nelle comunicazioni) ha “globalizzato” anche le possibilità di incontri sbagliati, di trappole per minori. Il benessere in cui abbiamo fatto crescere i nostri figli li ha resi in tanti casi fragili davanti alle inevitabili fatiche e sofferenze della vita. Debolezza che riscontriamo anche nel soccombere, quasi sempre, dinanzi alla proposta del piacere facile e a buon mercato rispetto all’impegno e alla responsabilità che il vivere per ideali e valori comporta. Anche il fatto che alcuni facciano molti sacrifici per la scuola non ci garantisce circa la reale maturità di questi ragazzi. I successi scolastici possono diventare per alcuni quello che la fuga in evasioni di vario tipo sono per altri: cercare nel narcisismo, piuttosto che nel piacere e nel non pensare, di nascondere un vuoto che in nessun modo si riesce a riempire. Dico questo perché ho visto vari giovani, esemplari nell’età dell’adolescenza crollare intorno ai 25 anni rivelando che l’adultismo, che li aveva accompagnati negli anni precedenti, era solo una forma più raffinata di maschera.
Queste sono solo alcune difficoltà che un genitore, con gli occhi e la mente aperta rileva. Ripeto però di non avere paura. Il genitore è il primo responsabile dell’educazione del figlio, colui che più di tutti può agire con efficacia nella sua crescita. Il ragazzo potrà incontrare anche altri educatori validi ma il primo riferimento rimangono i suoi genitori. Di conseguenza è fondamentale che il papà e la mamma abbiano la consapevolezza che in loro ci sono i doni e le risorse per poter vivere con piena responsabilità questo incarico così importante.
Quindi il primo consiglio è quello di non delegare ad altri, ritenuti più professionali o preparati, ciò che è nostra responsabilità e possibilità.

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Il vangelo del lavoro, il vangelo nel lavoro

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Sac. Carlo Sacchetti

Vorrei continuare con voi la riflessione su come l’ambiente di lavoro possa diventare il luogo dove l’uomo ritrova se stesso, cresce e sviluppa dimensioni fondamentali della sua umanità. La fabbrica come luogo liturgico e ambone dal quale il Vangelo viene annunciato anche oggi all’uomo.

Guardiamo all’esperienza di un industriale della nostra zona Giovanni Arletti, che vive con la sua famiglia questa logica di comunione in un’azienda che ha sede a Limidi di Soliera in provincia di Modena. Leggiamo questa esperienza mettendola in sinossi con la Parola di Dio che ne rivela la vera sorgente. Perché dietro tutto ciò che vi è di veramente umano e a favore dell’uomo ritroviamo il volto di colui che «non ritenne un privilegio l'essere come Dio, 7ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini» (Fil 2.6-7).

Racconta quest’imprenditore che: «Nel settembre del 2008 si è fermato tutto, non arrivava più una telefonata, un ordine.  È stato l’inizio di una crisi annunciata, ci eravamo già preparati riorganizzando la rete commerciale reimpostando i programmi informatici e l’amministrazione con contabilità industriale e controllo di gestione in modo da avere un controllo più veloce e dati più dettagliati». Continua dicendo: «Abbiamo chiamato tutti i lavoratori e messi al corrente di quello che poteva accadere, impegnandoci noi a fare tutti i sacrifici rinunciando al margine e con loro a vivere insieme le difficoltà, magari riducendo gli orari. Inoltre visto che una delle difficoltà era accedere al credito abbiamo deciso di raddoppiare il capitale sociale in tutte le società del gruppo. Questo ha aumentato la fiducia degli istituti di credito e dei fornitori nell’azienda. Ad oggi non abbiamo perso un’ora di lavoro, non abbiamo licenziato nessuno, la crisi non è finita, però siamo ancora qui e siamo cresciuti in numero e fatturato».
La logica della partecipazione, è lo stile che Gesù ci ha insegnato. Nel momento più difficile della sua esperienza terrena, dove doveva rinnovare la sua fedeltà al Padre anche se questa comportava il fare dono della propria vita, chiama a se gli apostoli e vive con loro un momento di profonda comunione. Non si forza il vangelo nel dire che questo momento di intimità e condivisione ha certamente illuminato e sostenuto il Figlio dell’Uomo nella sua difficile scelta. «14Quando venne l'ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui, 15e disse loro: «Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, 16perché io vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio». 17E, ricevuto un calice, rese grazie e disse: «Prendetelo e fatelo passare tra voi, 18perché io vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non verrà il regno di Dio». 19Poi prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me». 20E, dopo aver cenato, fece lo stesso con il calice dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi» (Lc 22,14-20). Come si fa a non cogliere una continuità tra le parole di Gesù che chiama i suoi apostoli e dice: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi» e le parole di questo imprenditore che chiama i suoi lavoratori e si impegna a fare tutti i sacrifici rinunciando al margine e con loro a vivere insieme le difficoltà.

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Riformiamo il lavoro dal "basso"

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Sac. Carlo Sacchetti

Nella riflessione di oggi vorrei offrirvi una storia che ci aiuta a comprendere che il problema lavoro è molto più complesso di come alcune “ideologie riduttive” vogliono mostrarcelo e che il cammino che può trasformare il luogo di lavoro in una palestra di crescita umana debba essere di tutti: imprenditori e lavoratori. Nella storia spesso ciò che è partito dal basso ha avuto più durata ed efficacia nel tempo. Dunque rendiamo protagonisti i lavoratori! A volte gesti semplici e allo stesso tempo coraggiosi, iniettano nell’ambiente di lavoro un’energia, uno spirito positivo, che poi influisce anche sulle grandi scelte.

Torniamo allo scorso maggio e andiamo a Peccioli, nelle campagne pisane. È lì che vive Rossella Cionini, autista di autobus all’azienda Ctt Nord. Rossella è ammalata da anni e, a cadenze regolari, deve sottoporsi ad interventi chirurgici che la costringono a lunghe degenze. A gennaio aveva terminato ferie e permessi: sarebbe rimasta a casa senza stipendio se i suoi 250 colleghi non avessero deciso di regalarle un po’ delle loro ferie per aiutarla. Anche nei giorni in cui dalla sua storia sta nascendo un disegno di legge Rossella è a casa per colpa di un’operazione. «Sono tornata sotto i ferri il 19 agosto - dice - e spero sia l’ultima volta. Se venisse approvata una legge per la donazione delle ferie vorrei che si chiamasse la “legge degli angeli”. Perché io ho messo la storia ma i miei colleghi il gesto. Sono loro che hanno dimostrato di avere cuore».

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Il cielo e la melma

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Sac. Carlo Sacchetti

Susanna Tamaro, nella rubrica “Un cuore pensante” fa questa riflessione:

«Nella vita alle volte basterebbe che qualcuno, a un tratto, ti tenesse per mano. Un passaggio difficile, una cengia, un guado dalle acque minacciose - niente è insuperabile se, accanto a noi, si manifesta una presenza rassicurante. Ma se accanto abbiamo solo il vuoto?
Dove finisce un aquilone il cui filo si srotola, senza che nessuno più lo trattenga? Sparisce probabilmente nello stesso paese dove svaniscono i palloncini. Così io già veleggiavo verso il cielo, il fascino dell’alto era il fascino della mia vita, non so Chi mi avesse messo dentro questo tarlo, sentivo la brezza sfiorare la mia carta velina e la coda colorata frustrava allegra l’aria come se stesse cantando. Ci ho messo parecchio ad accorgermi che quella corsa felice non era più trattenuta da una mano e che le correnti violente mi avevano trascinato di nuovo a terra, nel fango. Cos’è questa melma dove sono finita, mi chiedevo, questo pantano senza orizzonti? L’opacità in qualche modo conforta, non si deve più scegliere, non si deve più rischiare, si può star fermi ad aspettare, abbandonandosi alla sonnolenza che si fa sempre più forte. Non tutti, non sempre si accorgono che quel torpore è l’anticamera della morte».

Che belle queste parole che ci accompagnano, per mano, dentro al cuore di una donna che come una lente di ingrandimento ci racconta ciò che accade nel cuore di ogni uomo. Sì perché queste dinamiche appartengono all’essenza di ogni cuore anche se la maggior parte delle persone rischia o di non sentirle (diciamo meglio: preferisce non ascoltarle lasciando che la vita si riempia di rumori, emozioni, distrazioni) o ne viene travolta e schiacciata precipitando in un nichilismo che prende forme differenti: depressione, aggressione, rabbia, violenze verso se stessi o gli altri.
Siamo sconvolti dalle notizie di cronaca che ci vengono gettate addosso senza nessun pudore dai media. Si uccide una persona perché ha deciso di non continuare una relazione d’amore, si elimina un figlio perché non si riesce a gestire la vita dopo la sua venuta al mondo, si massacra un vicino per una lite di condominio ecc. Potremmo continuare in questa lista degli orrori limitandoci a prenderne le distanze pensando che sono cose che noi non faremmo mai. Così riusciamo a sterilizzare questi eventi rendendoli innocui per la nostra vita e il nostro equilibrio.

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Silvio Dissegna, il santo della porta accanto

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Sac. Carlo Sacchetti

Questo editoriale uscirà nella giornata in cui i nostri ragazzi celebreranno la Cresima, ho pensato di fare loro un augurio. Per questo lo stile sarà quello di una lettera rivolta a loro (ma, come comprenderete leggendola, con essa desidero parlare anche a tutta la Comunità ).

Cari ragazzi,
circa dieci giorni fa, venerdì 7 novembre, Papa Francesco, ricevendo in udienza il cardinale Angelo Amato (prefetto della Congregazione delle cause dei santi), ha dato l’autorizzazione alla pubblicazione dei decreti riguardanti le virtù eroiche di un ragazzino di dodici anni (la vostra età ). Il nome di questo ragazzo è Silvio Dissegna.
Cerchiamo di conoscerlo meglio.
Silvio Dissegna nasce il 1° luglio 1967, a Moncalieri (Torino), festa del Preziosissimo Sangue di Gesù. Cresce sano, intelligente e vivace nella sua casa di Poirino (Torino), con Carlo, il fratello più giovane di un anno, ricevendo dai suoi genitori, Ottavio e Gabriella, una luminosa educazione cristiana.
Prova una grandissima gioia, quando i suoi genitori gli fanno conoscere Gesù e gli insegnano a pregare, mattino e sera... Tra lui e Gesù, nasce presto un rapporto intenso, come un’intesa segreta, che diventa vera "vita a due"  il giorno della Prima Comunione, il 7 settembre 1975. Da quel momento, il più grande desiderio di Silvio è quello di ricevere Gesù, il più spesso possibile, almeno tutte le domeniche, andando alla Messa, preparato dalla confessione e da un continuo impegno a migliorarsi e a essere molto buono con i genitori, con i compagni e le persone che incontra.
A scuola, si distingue tra tutti per le doti e per l'impegno, ma gli piace pure tantissimo giocare a pallone, a bocce, a nascondino, a far passeggiate a piedi e nei boschi. Incanta tutti con il suo affetto, con il suo "grazie" sempre pronto e il suo perenne dolcissimo sorriso.

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Morire non è nulla; non vivere è spaventoso

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Sac. Carlo Sacchetti

Oggi vorrei proporre alla vostra riflessione il testamento di Reyhaneh Jabbari, 26 anni, impiccata il 25 ottobre scorso dal regime iraniano per avere ucciso l’uomo che voleva stuprarla. Avrebbe potuto salvarsi, perché i familiari dell’accusato avevano promesso la grazia se lei avesse negato il tentativo di stupro. Ma lei, fedele a se stessa fino alla fine, non lo ha fatto.
Il primo aprile, una volta saputo della sua condanna a morte, aveva registrato per la madre l’audio messaggio con le sue ultime volontà.
Per la nostra comunità, vorrei che fosse un momento di riflessione sulla bellezza di questa donna, che ha un cuore troppo grande per preferire pochi anni di vita in più a ciò che sente come vero. Come dice a sua madre: «Sei stata tu a insegnarmi che bisogna perseverare, anche fino alla morte, per i valori». In questa persona troviamo incarnate le parole di Victor Hugo che affermava: «Morire non è nulla; non vivere è spaventoso».

«Cara Shole, oggi ho appreso che è arrivato il mio turno di affrontare la Qisas (la legge del taglione del regime ndr).
Mi sento ferita, perché non mi avevi detto che sono arrivata all’ultima pagina del libro della mia vita. Non pensi che dovrei saperlo? Non sai quanto mi vergogno per la tua tristezza. Perché non mi hai dato la possibilità di baciare la tua mano e quella di papà?
Il mondo mi ha permesso di vivere fino a 19 anni. Quella notte fatale avrei dovuto essere uccisa. Il mio corpo sarebbe stato gettato in un qualche angolo della città e, dopo qualche giorno, la polizia ti avrebbe portata all’obitorio per identificare il mio cadavere, e avresti appreso anche che ero stata stuprata. L’assassino non sarebbe mai stato trovato poiché noi non godiamo della loro ricchezza e del loro potere. E poi avresti continuato la tua vita nel dolore e nella vergogna, e un paio di anni dopo saresti morta per questa sofferenza, e sarebbe finita così. Ma a causa di quel colpo maledetto la storia è cambiata. Il mio corpo non è stato gettato via, ma nella fossa della prigione di Evin e nelle sue celle di isolamento e ora in questo carceretomba di Shahr-e Ray. Ma non vacillare di fronte al destino e non ti lamentare. Sai bene che la morte non è la fine della vita.
Mi hai insegnato che veniamo al mondo per fare esperienza e per imparare una lezione, e che ogni nascita porta con sé una responsabilità. Ho imparato che a volte bisogna combattere. Mi ricordo quando mi dicesti che l’uomo che conduceva la vettura aveva protestato contro l’uomo che mi stava frustando, ma quest’ultimo ha colpito l’altro con la frusta sulla testa e sul volto, causandone alla fine la morte. Sei stata tu a insegnarmi che bisogna perseverare, anche fino alla morte, per i valori.

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Dove sta la dignità di una persona devastata dalla malattia?

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Sac. Carlo Sacchetti

Concludevo la scorsa settimana, dopo aver citato una lettera di F. M. Dostoevskij, con queste parole:

«Possiamo anche dire che “da soli non possiamo comprendere il Mistero del dolore, abbiamo bisogno dell’amicizia e dell’amore delle altre persone. La via silenziosa della nostra coscienza deve essere accompagnata, nella sua solitaria fatica, dagli sguardi, dal calore delle mani e dalla compagnia di amici e consorti”.
Il mistero del dolore, come quello della resurrezione, non lo si comprende da soli. Vi può essere una dimensione di solitudine in chi soffre, ma la vittoria su di esso e la sua comprensione si sperimentano solo nella sollecitudine e vicinanza di chi ci ama».

Per continuare questa riflessione vorrei proporvi una storia dei nostri giorni raccontata, in una lettera inviata al quotidiano Avvenire, da Antonella Goisis, un medico di hospice. Ho fatto questa scelta perché ciò che in essa viene narrato si pone in piena continuità con ciò che abbiamo meditato la scorsa settimana e inoltre perché questo Testata d’Angolo uscirà sabato 1 novembre, il giorno in cui Brittany Maynard ha annunciato al mondo che si toglierà la vita. Malata di cancro al cervello, la cui prima diagnosi le è stata fatta a gennaio, Brittany ha preso la decisione di farsi praticare l'eutanasia agli inizi di ottobre, quando ha dichiarato che sarebbe morta in pace, con suo marito a fianco, il primo novembre, proprio il giorno dopo il compleanno del suo compagno.
“Non sono una suicida – ha spiegato – e se lo fossi stata l’avrei già fatto, ma sto morendo e voglio farlo. Il mio tumore è così grande che servirebbero delle potenti radiazioni al cervello solo per rallentarne l’avanzata ma con effetti collaterali spaventosi, tra cui le ustioni. Con la mia famiglia abbiamo ragionato e verificato che non esiste un trattamento. Le cure palliative inoltre non riducono comunque il dolore devastante e la possibilità che possa perdere a breve le capacità cognitiva e di movimento, ho deciso quindi per una morte dignitosa”.

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Il mistero del dolore

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Sac. Carlo Sacchetti

Oggi vorrei riflettere con voi sul mistero del dolore. Mistero “sommo”, di non immediata comprensione.
Prima o poi la sofferenza bussa nella casa dell’uomo e la maggior parte delle volte lo trova impreparato. L’atteggiamento dei più è quello di non pensarci, incrociando le dita. Perché intristirsi quando tutto va bene? Certo, come dice il Vangelo, “a ciascun giorno basta la sua pena” (Mt 6,34), ma questo non toglie che chi desidera vivere la vita in pienezza deve cercare di comprenderla, provando a entrare nel suo mistero. Questo non solo per essere pronti ad affrontare i momenti di difficoltà quando arriveranno, ma anche per spremere tutta la gioia che l’esistenza può dare. Più conosciamo la verità del nostro esistere, più riusciamo a gustare ogni istante della vita con un’intensità sempre nuova.

Per tornare al mistero del dolore vorrei proporvi una riflessione tratta da un estratto di una lettera che Fedor Michajlovic Dostoevskij scrive a Natal’ja Dmitrevna Fonzivina:

«Voglio però svelarvi un segreto. Il romanzo (“L’Idiota” ndr) si basa tutto sul dialogo segreto tra un quadro, “Il Cristo morto” di Hans Holbein e un’icona sacra, la “Deposizione del Sepolcro” di Gorodec, venerata da secoli dai fedeli, nella cattedrale di Kazan di Santo Pietroburgo. Nella pittura religiosa occidentale moderna, Gesù morto, fateci caso, è sempre raffigurato da solo.

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Finché non entrai nel Santuario di Dio

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Sac. Carlo Sacchetti

Una cosa di cui il cristiano non può fare a meno è la preghiera. Come una pianta ha bisogno di acqua, di luce, così il credente non può fare a meno della preghiera.
Per parlarvi della preghiera ho scelto il salmo 73 che ci riporta l’esperienza di un giusto che è messo alla prova da ciò che accade davanti ai suoi occhi.
Come sono belli i salmi! Alcuni si lasciano intimorire dal linguaggio non sempre immediato contenuto in essi o dai riferimenti ad eventi non conosciuti che disorientano. È vero che per comprendere i salmi occorrerebbe una certa conoscenza dell’Antico Testamento (e mi sento di consigliare ad ogni cristiano questo approfondimento. In esso troviamo la Storia della Salvezza nella quale riponiamo la nostra speranza), ma se pregati con attenzione possono parlare all’uomo di ogni tempo. S. Agostino, sul letto di morte, si fece scrivere i principali salmi sul muro per poter continuare a pregarli nella malattia. La nota distintiva dei salmi è quella di guardare a Dio partendo dalle vicende dell’uomo. C’è così tanta umanità nei salmi che ognuno di noi ritrova qualcosa di sé. C’è tanta divinità in queste preghiere che la nostra speranza e fede vengono educate al senso del Dio d’Israele.
Ma insieme uno dei 150 salmi che compongono il salterio completo.

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Perché mi devo confessare dal prete?

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Sac. Carlo Sacchetti

Continuando il cammino sullo specifico cristiano (cattolico), oggi vorrei partire da questa domanda: perché mi devo confessare dal prete? Non sarebbe meglio farlo direttamente con Dio? In fondo, ci hanno insegnato al catechismo, il peccato è un’offesa a Dio.

La prima risposta che viene alla mente si rifà alle parole di Gesù, quando, dopo la Risurrezione, incontra gli apostoli: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». 22Detto questo, soffiò e disse loro: Ricevete lo Spirito Santo. 23A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati» (Gv 20,21-23).

Ma con voi oggi vorrei cercare un altro motivo che trae la sua forza dall’essenza stessa del cristiano.
Proviamo ad ascoltare ciò che la Prima Lettera ai Corinzi, al capitolo 12, ci dice:

12Come infatti il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo. 13Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito.
14E infatti il corpo non è formato da un membro solo, ma da molte membra. 15Se il piede dicesse: «Poiché non sono mano, non appartengo al corpo, non per questo non farebbe parte del corpo. 16E se l'orecchio dicesse: «Poiché non sono occhio, non appartengo al corpo, non per questo non farebbe parte del corpo. 17Se tutto il corpo fosse occhio, dove sarebbe l'udito? Se tutto fosse udito, dove sarebbe l'odorato? 18Ora, invece, Dio ha disposto le membra del corpo in modo distinto, come egli ha voluto. 19Se poi tutto fosse un membro solo, dove sarebbe il corpo? 20Invece molte sono le membra, ma uno solo è il corpo. 21Non può l'occhio dire alla mano: «Non ho bisogno di te; oppure la testa ai piedi: «Non ho bisogno di voi. 22Anzi proprio le membra del corpo che sembrano più deboli sono le più necessarie; 23e le parti del corpo che riteniamo meno onorevoli le circondiamo di maggiore rispetto, e quelle indecorose sono trattate con maggiore decenza, 24mentre quelle decenti non ne hanno bisogno. Ma Dio ha disposto il corpo conferendo maggiore onore a ciò che non ne ha, 25perché nel corpo non vi sia divisione, ma anzi le varie membra abbiano cura le une delle altre. 26Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui.
27Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra.

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Perché è necessario confessarsi e farlo con frequenza?

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Sac. Carlo Sacchetti

Vorrei, in questo editoriale, riflettere con voi sul Sacramento della Penitenza, conosciuto come Confessione.
Non intendo fare una catechesi, in senso stretto, ma cercare di darvi un motivo valido per vivere questo Sacramento nello spirito giusto e con la giusta frequenza.
Per questo motivo vi propongo come meditazione il brano del vangelo di Matteo, capitolo 5, versetti 43-48:

43Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. 44Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, 45affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. 46Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? 47E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? 48Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.

In queste parole di Gesù avvertiamo la vertigine di sentirci chiamati, dal cuore di Dio, a così alte vette. Ascoltando queste parole di Gesù ci si potrebbe spaventare e cercare di fuggire (vedi l’esperienza di Giona). Ma il modo corretto di accogliere questo discorso del Messia è quello di accogliere con stupore e gioia la grande vocazione a cui siamo chiamati. Se Gesù ci offre questo alto ideale è perché ognuno di noi, con il Suo aiuto, lo può realizzare.
Non abbiamo dunque scuse: ognuno di noi può vivere come Dio, amando col Suo stesso amore, donando se stesso come Lui ha fatto.

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Noi siamo Famiglia

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Sac. Carlo Sacchetti

Nel nostro cammino su ciò che caratterizza l’essere credenti non possiamo trascurare il brano di vangelo che abbiamo pregato la scorsa domenica (visto che non ero in comunità, questa riflessione serve a dare continuità al percorso che stiamo facendo nelle varie domeniche dell’anno liturgico).

Il Vangelo era Mt 20,1-16:

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

Sono molte le persone che sentono un certo disagio ad ascoltare queste parole di Gesù. In fondo l’idea di “meritarsi” la salvezza è molto radicata in un certo cristianesimo nel quale si pensa di poter conservare il “vino nuovo”, della Rivelazione di Cristo, in “otri vecchi”.

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Padre, rendici degni di servire

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Sac. Carlo Sacchetti

Continuiamo il nostro cammino intorno al tema dell’anno, il “Prodigio di essere credenti”, dando uno sguardo ad un aspetto fondamentale dell’essere cristiani.

Il cardinale e teologo francese Yves Congar afferma: «Il titolo doûlos, schiavo, servo (di Dio), che non aveva nessun significato religioso nel mondo pagano, esprime quanto mai bene questa appartenenza totale a Cristo, che ci costituisce nel contempo servi di tutti i nostri fratelli»

Essere discepoli di Gesù Cristo porta a riscoprire in modo totalmente nuovo cosa significhi essere servi. Lo stare accanto a Gesù ci conduce, prima o poi, a quella particolare cena nella quale Lui, il Maestro e il Signore, si china a lavare i piedi ai suoi discepoli. Riascoltiamo l’inizio del capitolo 13 di Giovanni:

«1 Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine. 2Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, 3Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, 4si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. 5Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugamano di cui si era cinto. 6Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». 7Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». 8Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». 9Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». 10Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». 11Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri». 12Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? 13Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. 14Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. 15Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi. 16In verità, in verità io vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un inviato è più grande di chi lo ha mandato. 17Sapendo queste cose, siete beati se le mettete in pratica».

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Vedere Dio

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Sac. Carlo Sacchetti

Il programma di quest’anno, come abbiamo scritto la scorsa settimana, è: “Il prodigio di essere credenti”.
Iniziamo, dunque, un percorso che ci aiuti a comprendere lo specifico cristiano in tutta la sua bellezza.

Le cose più grandi e importanti non sono quelle che appaiono, le cose esagerate, diverse dal solito, che rompono gli schemi. Come è successo anche per l’evento più importante della storia, la venuta di Dio sulla terra, non vi sono state trombe o cose particolari. Questo modo di manifestarsi ha confuso chi si aspettava un Messia potente, strepitoso, alla maniera del mondo. Ma se proviamo a fermarci a pensare, ci accorgiamo che questa regola la ritroviamo costantemente.
È più grande l’evento che fa sorgere il sole ogni giorno o i fuochi di artificio. Eppure il primo neanche lo notiamo mentre i secondi ci lasciano a bocca aperta. La forza che fa andare in ebollizione un pentolino d’acqua non ha regole diverse da quella che fa eruttare un vulcano. L’amore fedele e quotidiano di due sposi non è forse più grande di un gesto d’amore speciale che fa intenerire e riempie le testate dei giornali? Le attese trepidanti di tante persone anziane che contano i minuti che li separano dalla prossima visita del figlio non sono meno struggenti di tanti problemi e situazioni estreme che i telegiornali ci sbattono in faccia creando un clima di ansia e pessimismo collettivo.

Si potrebbe continuare, ma penso che il messaggio sia già chiaro: le nostre giornate sono piene di eventi che scivolano via, senza essere compresi e vissuti in tutta la loro grandezza.

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Il prodigio di essere credenti

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Sac. Carlo Sacchetti

«Se tutti noi vivessimo come dovremmo, i pagani ci ammirerebbero di più di coloro che operano prodigi».

Con queste parole, il Padre della Chiesa Giovanni Crisostomo, conosciuto come “bocca d’oro” per le sue capacità oratorie, aiuta i credenti a comprendere che il prodigio più bello, grande, efficace, è la loro vita di fede.

Troppo spesso non ci rendiamo conto che la fede ci dona l’opportunità di vivere una vita bella, piena, “prodigiosa”. Il prodigio della vita cristiana non è quello della cosa strana, strepitosa, che alla fine, con il tempo, arriva a stancare e in alcuni casi può anche indispettire o insospettire.
Coloro che sono troppo legati ai prodigi sono come alberi privi di radici. Rimangono legati fino a che non arriva qualcosa di più “appariscente” o accade qualcosa in senso contrario. Questo non vale solo per la fede, ma anche per le relazioni di amicizia e coppia. Se ci si attacca alle caratteristiche speciali, appariscenti, si rimane alla periferia del rapporto senza giungere mai al cuore. I doni, i tratti speciali dell’altro, sono ciò che all’inizio ci permette di rimanerne affascinati, ma non ci si deve fermare lì. Attraverso questi è necessario giungere al carattere straordinario dell’altro in quanto persona, unica e speciale.
Così nella fede, ciò che è straordinario (miracoli, apparizioni, ecc.) può essere una porta che però ci deve condurre a comprendere il carattere straordinario dell’essere credenti in Cristo. Vivere il vangelo è un prodigio! Nel credente vi è una bellezza che trascende tutte le altre. Nella sua semplicità e sobrietà, nel suo rialzarsi ogni giorno nonostante la fatica e debolezza, nell’essere come tutti ma allo stesso tempo diverso da tutti, nel superare l’asfissiante prova del quotidiano, il credente riparte ogni giorno con determinazione e speranza, animato da quella promessa che ha conquistato il suo cuore nel momento della conversione.

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Sacerdoti si diventa. Intervista a Don Carlo nel 25° della sua Ordinazione

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Dopo la pubblicazione dell'intervista al Papa, questo giornale vede quella di un altro grande uomo della Chiesa cattolica: Don Carlo Sacchetti in occasione del suo 25º anniversario di consacrazione.

Si tratta di un'intervista rilasciata alla redazione, dove il nostro parroco si racconta esprimendo la sua visione dell'essere sacerdote.
Redazione: Don oggi festeggi 25 anni di sacerdozio, è un bel traguardo, qual è la prima considerazione che ti viene in mente?
Don Carlo: A 25 anni dall'ordinazione mi rendo sempre più conto che sacerdoti si diventa. Il momento della consacrazione ti apre un’infinita possibilità che però va realizzata giorno dopo giorno.
R: Esattamente come nella coppia, come ci insegni tu.
Don quando hai maturato la consapevolezza di voler diventare sacerdote?
DC: Ho cominciato a pensarci intorno ai 17 anni. Già quando ne avevo 16 ho iniziato a partecipare a momenti di ritiro, che nella mia parrocchia erano abbastanza frequenti, e stranamente per la mia età, mi piacevano: mi piaceva poter stare in silenzio e riflettere sulla mia vita, lì mi accorgevo che cresceva dal profondo del cuore l'esigenza di non lasciarla scivolare via tra tante cose che eri costretto a fare quasi per imposizione dall'esterno e non tanto perché le avessi comprese e scelte tu con tutto te stesso. E soprattutto capivo che avrei voluto dedicarmi a qualcosa che non si esaurisse in questa piccola parentesi che è la vita, e che non si chiudesse in un modo banale, anonimo, ma volevo che fosse il mio modo più grande e più bello di esserci.
Naturalmente ho condotto la vita di un qualsiasi altro giovane: andavo a scuola, avevo delle ragazze, ho praticato molti sport, ma in questa mia ricerca interiore sentivo l'esigenza di una totalità e di un assoluto. Forse erano già i segni di una vocazione, che non riuscivo a vedere in una via ordinaria, ma solo in un dono totale a qualcosa. Le esperienze fatte nella mia vita da giovane, i viaggi in tutta l'Europa, la musica, suonavo il pianoforte, che mi ha avvicinato all'arte e alla bellezza, gli sport praticati dove ho imparato che per raggiungere degli obiettivi e delle mete occorrono sacrificio e disciplina, il senso di squadra, tutte queste cose hanno secondo me influito sulla mia scelta. Oltre naturalmente al cammino di discernimento intrapreso e di preghiera personale che alla fine mi hanno fatto arrivare a comprendere che, per come sono fatto io, la strada giusta era probabilmente quella di una totale dedizione a Dio e agli altri. Avevo capito che l'amare e il darmi era la via più bella, se non avessi fatto una scelta di questo tipo l'avrei dovuta dividere con tante altre cose, invece mi sarebbe piaciuto potermi alzare al mattino e dedicarmi subito a quello che ritenevo ciò che di più giusto e bello avevo scelto per la mia vita.

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Il povero ci trasforma

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Sac. Carlo Sacchetti

Eccoci alla conclusione di questa bella testimonianza di Jean Vanier:

«All’ARCA viviamo tutti insieme, con gli Armando, i Raphael, i Philippe, in case piccole, inserite nei quartieri; è una vita molto umana e molto semplice. Non facciamo nulla di grande, ma impariamo a vivere umanamente. Non siamo persone che corrono a destra e a sinistra, in questo mondo di tecnologia e di lavoro; cerchiamo di scoprire che cosa significa vivere come esseri umani. Vivere il pranzo, vivere il perdono, vivere la celebrazione, scoprire che per essere pienamente umani dobbiamo lasciare scendere lo Spirito Santo nella nostra umanità, perché vivere umanamente è amare, accogliere la differenza, lasciare un mondo di competizione per entrare nel corpo e dare voce a chi non ha voce. FEDE E LUCE e l'ARCA sono delle comunità dove si riuniscono occasionalmente, le persone con handicap, con i loro genitori, con i loro amici, sono comunità dove fare quest'incontro nel nome di Gesù.
Io spero che ognuno di voi possa scoprire il segreto del Vangelo che è significato anche in questa piccola storia che uno dei responsabili dell'ARCA mi ha raccontato non molto tempo fa. Mi ha detto questo: "Mia madre è stata colpita dal morbo di Alzheimer ed è diventata molto povera e molto piccola. Lei non può neppure lavarsi i denti da sola, non può mangiare da sola. E' così piccola e bella nella sua piccolezza. Ma vorrei parlarvi del mio papà . Mio padre era un uomo molto potente, era un uomo d'affari e faceva molti affari, era molto efficace ed efficiente, ma, quando mia madre si è ammalata, si è rifiutato di metterla in ospedale. Ora è lui che si occupa della mamma. Ma quello che è straordinario è che mio padre si è trasformato: è lui che lava i denti alla mamma, è lui che le dà da mangiare. Invece di un uomo potente ed efficace, di un uomo pieno di progetti, lui è diventato un uomo di una tenerezza straordinaria". E' evidente che Dio era presente nel mistero di questa coppia. Il povero ci disturba, ci disturba profondamente, ma il povero ci trasforma e ci rivela il cuore di Cristo».

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Non lasciamola chiusa nel fondo del cuore

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Sac. Carlo Sacchetti

Continua nella sua testimonianza Jean Vanier:

«Vivendo con persone con handicap ho scoperto anche le mie ferite, un mondo di tenebre dentro di me. Non si può vivere con persone che soffrono tanto, senza che esse rivelino la nostra sofferenza. Non si può vivere con persone molto angosciate senza che questo provochi le nostre angosce. Queste persone con handicap risvegliano in me angosce molto grandi. Ho visto dentro di me delle forze di durezza, ho visto dentro di me delle capacità di violenza, anche di un certo odio psicologico; è duro scoprire dentro di sé la capacità di volere il male. Non si tratta di credere di essere superiore agli altri. La vita stessa è lo scoprire progressivamente chi sono io, con tutto ciò che è tenebroso, ferito dentro di me e scoprire anche tutto ciò che è dono, scoprire che sono amato da Dio, così come sono.
Quando ho vissuto una certa esperienza particolarmente dolorosa, ho scoperto una lettera di Carl Jung ad una donna cristiana. Jung diceva così: "Io ammiro voi cristiani: quando vedete qualcuno che ha fame e sete, voi vedete Gesù. Quando visitate qualcuno che è in prigione o che è malato voi fate visita a Gesù. Quando accogliete uno straniero o vestite quelli che sono nudi, voi vedete Gesù". Poi aggiungeva: "Io trovo tutto questo molto bello, ma quello che non capisco è che voi non vedete Gesù nella vostra stessa povertà. Perché Gesù è sempre nel povero al di fuori di voi, mentre lo negate nella povertà che è dentro di voi? Perché passate il vostro tempo a negare le vostre tenebre?".
Così ho capito anche questa frase di Gesù: "Non cercare di togliere la pagliuzza nell'occhio dell'altro, quando c'è una trave nel tuo. Insensato! accetta di togliere la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai chiaro per levare la pagliuzza nell'occhio dell'altro . Così ho scoperto, dentro di me, tutte le potenze di negazione della mia povertà. La povertà delle persone con le quali vivevo mi portava a vivere la verità. Spesso dico che la gente viene all'ARCA o a FEDE E LUCE per servire i poveri, ma resta solo se si scopre povera. In quel momento si scopre una cosa importante: la buona novella non è per quelli che servono i poveri. La buona novella è per quelli che sono poveri, che hanno toccato le loro ferite, la loro fragilità , la loro vulnerabilità , che hanno lasciato cadere il loro sistema di difesa, con la certezza che Dio li difende. E' quello che Gesù diceva a Paolo: "La mia grazia ti basta, la mia potenza si rivela nella tua debolezza”».

La più grande santa dei tempi moderni, Teresa di Lisieux, affermava che: «Quando arriveremo in paradiso ne vedremo delle belle». Affermava anche: «Ah, se i sapienti, dopo aver passato la loro vita negli studi, fossero venuti a interrogarmi, senza dubbio sarebbero rimasti meravigliati vedendo una fanciulla di quattordici anni capire i segreti della perfezione, segreti che tutta la loro scienza non può scoprire, poiché per possederli bisogna essere poveri di spirito!». E ancora: «Sono questi (i miseri) i fiori selvatici che lo rapiscono (il Signore) perché sono tanto semplici»; «Affinché l'amore sia soddisfatto pienamente, bisogna che si abbassi, che si abbassi fino al niente, per trasformare in fuoco questo niente»; «Gesù non chiede grandi azioni, bensì soltanto l'abbandono e la riconoscenza».

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La comunione è una liberazione

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Sac. Carlo Sacchetti

Jean Vanier continua la sua testimonianza:

[…] «Armando è molto piccolo, estremamente fragile, ha un corpo molto piccolo, non può parlare, non può mangiare da solo e da due anni non può mangiare con la bocca. Ha una sonda che conduce il nutrimento direttamente nello stomaco. Sono sempre emozionato, quando vedo Armando. Ha uno sguardo di una tale bellezza. Quando gli andiamo vicino e gli si dice: "Armando!", i suoi occhi piccoli, il suo viso scoppiano in un sorriso. Mi tocca sempre molto profondamente. Armando non chiede soldi, non chiede sapere, non chiede potere, non chiede un posto, una funzione; tutto ciò che chiede è molto semplice: "Mi ami?". Questo ci raggiunge nel profondo del cuore, un cuore fatto di tenerezza e vulnerabilità . Questo cuore di cui forse ho un po' paura, perché abbiamo un po' tutti paura di amare. Forse nascondiamo la nostra vulnerabilità, è forse proprio tutto questo che ho scoperto.
In marina e negli studi avevo alzato attorno al mio cuore tutto un sistema di difesa. Dovevo apparire forte, non sapevo diventare vulnerabile e lasciarmi toccare nella profondità del mio essere. È qui che Armando mi ha toccato, perché Armando dice: "Lascia cadere le tue difese, tira via la maschera, sii te stesso ed entra in una relazione di comunione!". E' questo quello che ho scoperto vivendo con uomini e donne fragili: la comunione.
La comunione è molto diversa dalla generosità; la generosità è fare delle cose buone, essere generosi, fare delle cose per le persone, ma senza avere mai il tempo per ricevere dagli altri. La comunione è un
vai e vieni dell' amore attraverso lo sguardo, il gesto, la parola. La comunione è molto diversa dalla cooperazione. Armando ed io non necessariamente cooperiamo insieme. La comunione è questo sguardo reciproco, basato sulla fiducia dove Armando può dire: "Ho fiducia in te" ed io posso dire a lui: Ho fiducia in te, tu sei un tempio dello Spirito Santo, tu sei presenza di Dio".
Ed è vero che con Raphael e Philippe e persone come Armando ho cominciato a penetrare molto più nel Vangelo. Gesù dice: "Chi accoglie uno di questi piccoli, nel mio nome, accoglie me". Se accogliete qualcuno che non può sbrigarsela da solo, voi accogliete Gesù. Non trovate tutto questo molto semplice? Se accogliete qualcuno che non può farcela da solo, accogliete Gesù. E' così che scopriamo come Armando ci guarisce, ci aiuta a far cadere le maschere, a non essere in un mondo competitivo. Ho il diritto di essere me stesso, con il mio cuore vulnerabile, con il mio cuore che ha bisogno di amare e di essere amato. La comunione non è possedere l'altro (quando si vive insieme a persone che hanno un handicap mentale, si può sentire dentro di sé questa tentazione), la comunione è donare libertà all'altro. Non possederlo, non conservarlo, ma aiutarlo a crescere. La comunione è una liberazione.
Vivendo con persone che hanno un handicap ho scoperto tutto un pozzo di tenerezza dentro di me. E' stupendo questo pozzo di tenerezza dentro di noi. Ho scoperto cosa significa amare: amare non è necessariamente fare delle cose per gli altri e allo stesso tempo schiacciarli e fargli capire che non sono in grado di fare niente. Amare l'altro è dargli fiducia, aiutare l'altro a scoprire la sua bellezza, aiutarlo a scoprire il suo valore, rivelare all'altro che è prezioso ed importante».

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Sono contento che tu esista

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Sac. Carlo Sacchetti

Continua Jean Vanier nella sua testimonianza:

«Poi, ben presto, ho scoperto che Raphael e Philippe non volevano assolutamente vivere con un ufficiale di marina che credeva di poter comandare tutti quanti. Non avevano nemmeno voglia di vivere con un ex professore di filosofia che credeva di saper qualcosa. Ciò che volevano era vivere con degli amici, come ognuno di noi.
Vogliamo vivere con degli amici. E sapete cosa è un amico? L'amico è colui che mi accoglie così come sono e non mi giudica e non mi condanna quando vede i miei limiti, la mia vulnerabilità , la mia fragilità, il mio handicap. E' molto semplice l'amicizia: amare l'altro così com'è, con tutto ciò che è brutto e che è bello in lui.
Amicizia è anche vedere il potenziale dell'altro. È vedere i suoi doni, le sue capacità di crescita, aiutare l'altro a sbocciare. L'amico è colui che è felice di vivere col suo amico.
Ben presto ho scoperto che la pedagogia essenziale dell'ARCA è quella di essere felici. Accogliere le persone che hanno sofferto e dire loro attraverso gli occhi, i gesti, la parola: "Sono contento che tu esista". Perché questa è la Buona Novella: "Sono felice che tu esista".
Progressivamente ho scoperto anche una visione di Gesù per il nostro mondo; ho scoperto che Raphael e Philippe mi chiedevano semplicemente di diventare loro amico, ma per questo occorreva che io cambiassi. Sapete sono un figlio della mia cultura e nella mia cultura bisognava essere il primo della classe. A scuola bisognava lottare, nello sport, in classe, lottare per essere sempre primi, bisognava sempre vincere i premi. Nella marina mi hanno insegnato a salire di grado, sempre salire, per avere più privilegi, più potere. Era nel mio sangue, nel mio spirito.
Viviamo in una società competitiva. In questa società c’è qualcuno che vince, che si sente in alto e poi una massa di persone che perdono, che hanno fame, che non hanno lavoro, che sono ferite, che sono emarginate, sia che siano gli emarginati della nostra società, sia che siano quelli del mondo intero. Ci sono gli emarginati nei paesi del nord che hanno molte ricchezze, come nei paesi del sud che sono nella povertà. Ma questa è la realtà di un mondo competitivo.
Progressivamente ho scoperto che Gesù voleva un' altra cosa: non voleva creare un mondo competitivo, come in una gerarchia piramidale. Voleva creare un corpo. Sapete, è molto bella la visione di Gesù riguardo al nostro mondo. San Paolo lo dice ancora una volta nella prima lettera ai Corinzi, dove descrive la chiesa come un corpo, dove ogni persona è differente dall'altra. Paolo dice: "Come nel corpo l'occhio è diverso dal dito, l'occhio e il dito sono diversi dal piede. L'occhio non può dire: sono meglio di te. L'orecchio non può' dire: sono meglio del naso. Il naso non può dire: sono meglio dei piedi. No! Paolo dice che abbiamo bisogno gli uni degli altri. Ognuno è radicalmente diverso, ognuno unico, ognuno ha bisogno dell'altro. Non ci sono migliori o peggiori, siamo parti di un corpo e ognuno è chiamato a far parte di questo corpo.

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L'opera di Dio

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Sac. Carlo Sacchetti

È impressionante cogliere come le dinamiche che accompagnano la vita di chi vive con persone portatrici di handicap, se lette in modo profondo parlino dell’esperienza di tutti, della vita di ogni uomo.
Ciò che rende saggia una persona è il poter attingere a quel patrimonio umano essenziale che, proprio perché tale, appartiene ad ogni uomo.
In questa prospettiva continuiamo a leggere la testimonianza di Jean Vanier.

«A quell'epoca ho cominciato a visitare degli ospedali psichiatrici, degli istituti, ed in una di queste istituzioni dolorose ho incontrato due uomini, Raphael e Philippe. Raphael ed io abbiamo la stessa età ma il viaggio della nostra vita è stato molto diverso. Quando aveva tre anni lui ha avuto la meningite, così ha perso la parola, cammina con difficoltà. Quando la mamma e il papà sono morti è stato messo in questa istituzione, senza chiedergli che cosa ne pensasse. Così ho condotto entrambi, Raphael e Philippe, in una piccola casa un po' diroccata che avevo comprato.
All'inizio non c'erano servizi igienici, non c'era riscaldamento e non c'era nemmeno la luce. Le leggi sociali erano un po' diverse a quell'epoca e così abbiamo cominciato a vivere insieme. Io cucinavo e mangiavamo molto male. Come tutta la gente, passavamo la metà del nostro tempo a sporcare e l'altra metà a pulire.
Facevamo tutto insieme e, come sapete, quando due o tre persone stanno insieme cominciano a litigare. Poi abbiamo iniziato a perdonare, a perdonarci gli uni gli altri. Così poco a poco, ho scoperto un piccolo comandamento di Gesù che a prima vista sembra sconcertante. Gesù dice: "Quando date una cena, non invitate i membri della vostra famiglia, non i vostri ricchi vicini, non i vostri amici, perché rischiate di fare questo soltanto per essere invitati a vostra volta. Quando date un banchetto invitate i poveri, i ciechi, gli storpi, le persone che hanno un handicap, così sarete felici, sarete molto felici".
Non trovate questo stupefacente? Se voi mangiaste con i poveri, entrereste nella beatitudine; una delle beatitudini. E sapete cosa vuol dire: "Beati i poveri di spirito"? È molto semplice: vuol dire che Dio si avvicina a te; Dio sarebbe con te. Se tu mangi alla tavola con i poveri, Dio sarà con te. E così ho cominciato a scoprire che questo era uno dei testi fondamentali dell’ARCA.
Vivendo con Raphael e Philippe, progressivamente ho scoperto la profondità della sofferenza e della loro sofferenza, la profondità del loro cuore ferito. Sapete non è facile sentire per tutta la vita che sei una delusione per i tuoi genitori; non è facile per un genitore portare il lutto del sogno che aveva per il figlio. Tutte queste domande delle persone che hanno un handicap toccano delle immense sofferenze umane.
Ho incontrato anche dei papà e delle mamme con un cuore profondamente ferito; anche loro ponevano queste domande: "Perché? Perché ci è successo questo?". È la stessa domanda che i discepoli ponevano a Gesù. Quando hanno visto quell'uomo nato cieco, hanno detto a Gesù: "Perché? È a causa dei suoi peccati o dei peccati dei suoi genitori? Chi è il colpevole?". E Gesù ha rifiutato con forza questa prospettiva: "Non è questione di peccato, ma è perché l'opera di Dio possa realizzarsi".

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Mi ami?

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Sac. Carlo Sacchetti

Non ho mai nascosto la mia ammirazione, e in tanti aspetti, il mio debito spirituale, verso Jean Vanier. Lui che da ufficiale di marina aveva imparato che è dall’efficienza che si valuta la statura di un uomo è stato come “colpito” da una domanda che ha segnato tutta la sua vita a venire: che dire di chi non è e non sarà mai in alto in una gerarchia? Che dire, perciò, della maggioranza degli esseri umani? E’ giusto coltivare in loro sogni che non potranno mai realizzare, anzi contro cui si spezzeranno le loro vite, sbarrate da altre vite più svelte, più scaltre, ma sempre terribilmente poche?
Ascoltiamo una parte di una sua testimonianza.

«Gesù mi ha chiamato a seguirlo e ho lasciato la marina; ho avuto il privilegio di essere accolto da un padre domenicano che è diventato il mio padre spirituale e intellettuale. Ho studiato, ho cominciato ad insegnare filosofia in Canada . Nel 1963 questo stesso prete era cappellano in un centro per persone che avevano un handicap mentale. Era stato professore di teologia e filosofia e, vivendo con uomini e donne che avevano un handicap mentale, ha scoperto il segreto del Vangelo.
Questo segreto è rivelato nella prima lettera ai Corinzi, dove san Paolo dice che Dio ha scelto ciò che è folle nel mondo per confondere i saggi, ha scelto ciò che è debole per confondere i forti, ha scelto ciò che è più basso e più disprezzato. Non trovate che sia sconcertante questa scelta di Dio? La scelta di quelli che sono considerati dei pazzi, dei deboli, la gente disprezzata!
Questo prete aveva un po' toccato con mano questa verità, con questi uomini e donne che avevano molto sofferto. Nel loro cuore c'era una specie di semplicità. Ha voluto che io incontrassi i suoi nuovi amici. Allora sono andato. Ero un po’ imbarazzato davanti a questi uomini e queste donne; non sapevo comunicare bene con persone che non parlavano. Anche se parlavano, di che cosa potevamo parlare? Ero colpito da questi volti deformi, ma ero toccato da una cosa: ognuno con un gesto, con uno sguardo, con una parola, mi poneva una domanda molto fondamentale: "Mi ami?".
E' una domanda molto fondamentale. I miei studenti in filosofia non mi ponevano questa domanda. Gli studenti mi chiedevano piuttosto quello che c'era nella mia testa, per poi lasciarmi e continuare la loro vita. Questi uomini invece ponevano questa domanda: "Mi ami?". Ed è la stessa domanda che Gesù ci pone; la domanda che ha posto a Pietro, dopo la Risurrezione: "Simone, mi ami tu?". Ed è la stessa domanda che pone ad ognuno di noi:
Mi ami veramente?».

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Solo per oggi...

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Sac. Carlo Sacchetti

Per mesi ha accompagnato la nostra riflessione l’intervista di Papa Francesco a Padre Spadaro. Oggi vorrei continuare a lasciarmi ispirare da un Papa: Giovanni XXIII.

«Solo per oggi cercherò di vivere alla giornata senza voler risolvere i problemi della mia vita tutti in una volta. Solo per oggi avrò la massima cura del mio aspetto: vestirò con sobrietà, non alzerò la voce, sarò cortese nei modi, non criticherò nessuno, non cercherò di migliorare o disciplinare nessuno tranne me stesso. Solo per oggi sarò felice nella certezza che sono stato creato per essere felice non solo nell’altro mondo, ma anche in questo. Solo per oggi mi adatterò alle circostanze, senza pretendere che le circostanze si adattino ai miei desideri. Solo per oggi dedicherò dieci minuti del mio tempo a sedere in silenzio ascoltando Dio, ricordando che come il cibo è necessario alla vita del corpo,  così il silenzio e l’ascolto sono necessari alla vita dell’anima. Solo per oggi, compirò una buona azione e non lo dirò a nessuno. Solo per oggi mi farò un programma: forse non lo seguirò perfettamente, ma lo farò. E mi guarderò dai due malanni: la fretta e l’indecisione. Solo per oggi saprò dal profondo del cuore, nonostante le apparenze, che l’esistenza si prende cura di me come nessun altro al mondo. Solo per oggi non avrò timori. In modo particolare non avrò paura di godere di ciò che è bello e di credere nell’Amore. Posso ben fare per 12 ore ciò che mi sgomenterebbe se pensassi di doverlo fare tutta la vita».

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Il sacramento della nostra vita

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Sac. Carlo Sacchetti

Eccoci giunti alla fine dell’intervista con un’ultima domanda sulla preghiera.

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Pongo al Papa un'ultima domanda sul suo modo di pregare preferito. «Prego l'Ufficio ogni mattina. Mi piace pregare con i Salmi. Poi, a seguire, celebro la Messa. Prego il Rosario. Ciò che davvero preferisco è l'Adorazione serale, anche quando mi distraggo e penso ad altro o addirittura mi addormento pregando. La sera quindi, tra le sette e le otto, sto davanti al Santissimo per un'ora in adorazione.
Ma anche prego mentalmente quando aspetto dal dentista o in altri momenti della giornata».
«E la preghiera è per me sempre una preghiera "memoriosa", piena di memoria, di ricordi, anche memoria della mia storia o di quello che il Signore ha fatto nella sua Chiesa o in una parrocchia particolare. Per me è la memoria di cui sant'Ignazio parla nella Prima Settimana degli Esercizi nell'incontro misericordioso con Cristo Crocifisso. E mi chiedo: "Che cosa ho fatto per Cristo? Che cosa faccio per Cristo? Che cosa devo fare per Cristo?". È la memoria di cui Ignazio parla anche nella Contemplatio ad amorem, quando chiede di richiamare alla memoria i benefici ricevuti. Ma soprattutto io so anche che il Signore ha memoria di me. lo posso dimenticarmi di Lui, ma io so che Lui mai, mai si dimentica di me. La memoria fonda radicalmente il cuore di un gesuita: è la memoria della grazia, la memoria di cui si parla nel Deuteronomio, la memoria delle opere di Dio che sono alla base dell'alleanza tra Dio e il suo popolo.
È questa memoria che mi fa figlio e che mi fa essere anche padre».

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Sappiamo che ciò che rende credibili le nostre parole è la vita. Dopo aver parlato dell’importanza della preghiera il Papa ci racconta la sua preghiera.
Prima di tutto penso sia importante sottolineare come la preghiera aiuti il Pontefice a riconoscere le tracce della presenza di Dio nella sua vita, e nella storia in generale. La vera preghiera non porta ad un’evasione dal reale, ma permette di entrarci ancora di più, proprio perché aiuta a coglierne il senso profondo.

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La Chiesa dovrebbe tendere alla Genialità

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Sac. Carlo Sacchetti

[…] Comincio a ragionare sul fatto che l'uomo si sta interpretando in maniera diversa dal passato, con categorie diverse. E questo anche a causa dei grandi cambiamenti nella società e di un più ampio studio di se stesso...
Il Papa a questo punto si alza e va a prendere sulla sua scrivania il Breviario. È un Breviario in latino, ormai logoro per l'uso. E lo apre all'Ufficio delle Letture della Feria sexta, cioè venerdì, della XXVII settimana. Mi legge un passaggio tratto dal Commonitórium Primum di san Vincenzo di Lerins: «Anche il dogma della religione cristiana deve seguire queste leggi. Progredisce, consolidandosi con gli anni, sviluppandosi col tempo, approfondendosi con l'età».
E così il Papa prosegue: «San Vincenzo di Lerins fa il paragone tra lo sviluppo biologico dell'uomo e la trasmissione da un'epoca all'altra del depositum fidei, che cresce e si consolida con il passar del tempo. Ecco, la comprensione dell'uomo muta col tempo, e così anche la coscienza dell'uomo si approfondisce. Pensiamo a quando la schiavitù era ammessa o la pena di morte era ammessa senza alcun problema. Dunque si cresce nella comprensione della verità. Gli esegeti e i teologi aiutano la Chiesa a maturare il proprio giudizio.
Anche le altre scienze e la loro evoluzione aiutano la Chiesa in questa crescita nella comprensione. Ci sono norme e precetti ecclesiali secondari che una volta erano efficaci, ma che adesso hanno perso di valore o significato. La visione della dottrina della Chiesa come un monolite da difendere senza sfumature è errata».
«Del resto, in ogni epoca l'uomo cerca di comprendere ed esprimere meglio se stesso. E dunque l'uomo col tempo cambia il modo di percepire se stesso: una cosa è l'uomo che si esprime scolpendo la Nike di Samotracia, un'altra quella del Caravaggio, un'altra quella di Chagall e ancora un'altra quella di Dalí. Anche le forme di espressione della verità possono essere multiformi, e questo anzi è necessario per la trasmissione del messaggio evangelico nel suo significato immutabile».

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Come la calamita attira il ferro

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Sac. Carlo Sacchetti

Siamo ormai verso la fine di questa importante intervista rilasciata dal Papa e in questa parte precisa cosa intende per “Frontiera”.

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«Ovunque nella Chiesa, anche nei campi più difficili e di punta, nei crocevia delle ideologie, nelle trincee sociali, vi è stato e vi è il confronto tra le esigenze brucianti dell'uomo e il perenne messaggio del Vangelo, là vi sono stati e vi sono i gesuiti».
Chiedo a Papa Francesco qualche chiarimento: «Ci ha chiesto di stare attenti a non cadere nella "tentazione di addomesticare le frontiere: si deve andare verso le frontiere e non portare le frontiere a casa per verniciarle un po' e addomesticarle”». […]
«Quando insisto sulla frontiera, in maniera particolare mi riferisco alla necessità per l'uomo che fa cultura di essere inserito nel contesto nel quale opera e sul quale riflette. C'è sempre in agguato il pericolo di vivere in un laboratorio. La nostra non è una fede-laboratorio, ma una fede-cammino, una fede storica. Dio si è rivelato come storia, non come un compendio di verità astratte. Io temo i laboratori perché nel laboratorio si prendono i problemi e li si portano a casa propria per addomesticarli, per verniciarli, fuori dal loro contesto. […]
C’è una lettera geniale del padre Arrupe ai Centros de Investigación y Acción Social (CIAS) sulla povertà, nella quale dice chiaramente che non si può parlare di povertà se non la si sperimenta con una inserzione diretta nei luoghi nei quali la si vive. Questa parola "inserzione" è pericolosa perché alcuni religiosi l'hanno presa come una moda, e sono accaduti dei disastri per mancanza di discernimento.
Ma è davvero importante».

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Circa l'educare...

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Sac. Carlo Sacchetti

Dopo aver elencato le sue preferenze letterarie, musicali, cinematografiche il Pontefice racconta una sua esperienza molto significativa.

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Penso in particolare proprio a Borges, perché di lui Bergoglio, ventottenne professore di Letteratura a Santa Fé presso il Colegio de la Immaculada Concepción, ebbe una conoscenza diretta. Bergoglio insegnava agli ultimi due anni del Liceo e avviò i suoi ragazzi alla scrittura creativa. Ho avuto una esperienza simile alla sua, quando avevo la sua età, presso l'Istituto Massimo di Roma, fondando BombaCarta, e gliela racconto. Alla fine chiedo al Papa di raccontare la sua esperienza.
«È stata una cosa un po' rischiosa -- risponde --. Dovevo fare in modo che i miei alunni studiassero El Cid. Ma ai ragazzi non piaceva. Chiedevano di leggere García Lorca. Allora ho deciso che avrebbero studiato El Cid a casa, e durante le lezioni io avrei trattato gli autori che piacevano di più ai ragazzi. Ovviamente i giovani volevano leggere le opere letterarie più "piccanti", contemporanee come La casada infiel, o classiche come La Celestina di Fernando de Rojas. Ma leggendo queste cose che li attiravano sul momento, prendevano gusto più in generale alla letteratura, alla poesia, e passavano ad altri autori. E per me è stata una grande esperienza.
Ho completato il programma, ma in maniera destrutturata, cioè non ordinata secondo ciò che era previsto, ma secondo un ordine che veniva naturale nella lettura degli autori. E questa modalità mi corrispondeva molto: non amavo fare una programmazione rigida, ma semmai sapere dove arrivare più o meno. Allora ho cominciato anche a farli scrivere. Alla fine ho deciso di far leggere a Borges due racconti scritti dai miei ragazzi. Conoscevo la sua segretaria, che era stata la mia professoressa di pianoforte. A Borges piacquero moltissimo. E allora lui propose di scrivere l'introduzione a una raccolta».
«Allora, Padre Santo, per la vita di una persona la creatività è importante?», gli chiedo. Lui ride e mi risponde: «Per un gesuita è estremamente importante! Un gesuita deve essere creativo».

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Con queste parole, il Papa, richiama il fondamento metodologico che Don Bosco aveva posto come criterio essenziale del suo metodo educativo: “Amare quello che amano i giovani per far loro amare quello che amiamo noi”. In questo metodo vi sono alcune caratteristiche che mi piacerebbe sottolineare.

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Dio vive già nella città

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Sac. Carlo Sacchetti

Il Pontefice continua sviluppando quanto detto in precedenza.

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Queste parole del Papa mi ricordano alcune sue riflessioni del passato, nelle quali l'allora cardinal Bergoglio ha scritto che Dio vive già nella città, vitalmente mescolato in mezzo a tutti e unito a ciascuno. È un altro modo, a mio avviso, per dire ciò che sant'Ignazio scrisse negli Esercizi Spirituali, cioè che Dio «lavora e opera» nel nostro mondo. Gli chiedo dunque: «dobbiamo essere ottimisti? Quali sono i segni di speranza nel mondo d'oggi? Come si fa ad essere ottimisti in un mondo in crisi?».
«A me non piace usare la parola "ottimismo", perché dice un atteggiamento psicologico. Mi piace invece usare la parola "speranza" secondo ciò che si legge nel capitolo 11 della Lettera agli Ebrei che citavo prima. I Padri hanno continuato a camminare, attraversando grandi difficoltà. E la speranza non delude, come leggiamo nella Lettera ai Romani. Pensa invece al primo indovinello della Turandot di Puccini», mi chiede il Papa.
Sul momento ho ricordato un po' a memoria i versi di quell'enigma della principessa che ha come risposta la speranza: Nella cupa notte vola un fantasma iridescente. / Sale e spiega l'ale / sulla nera infinita umanità. / Tutto il mondo l'invoca / e tutto il mondo l'implora. / Ma il fantasma sparisce con l'aurora / per rinascere nel cuore. / Ed ogni notte nasce / ed ogni giorno muore! Versi che rivelano il desiderio di una speranza che qui però è fantasma iridescente e che sparisce con l’aurora.
«Ecco - prosegue Papa Francesco -, la speranza cristiana non è un fantasma e non inganna. È una virtù teologale e dunque, in definitiva, un regalo di Dio che non si può ridurre all'ottimismo, che è solamente umano. Dio non defrauda la speranza, non può rinnegare se stesso. Dio è tutto promessa».

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Proviamo a capovolgere la visione di preghiera, non per toglierla, ma per ridefinirne lo spazio vitale. La sostanza della preghiera è nella vita quotidiana, negli incontri che facciamo ogni giorno. Come ricorda il Papa: «Dio vive già nella città, vitalmente mescolato in mezzo a tutti e unito a ciascuno». È lì che possiamo trovare Dio. Può venir da pensare che se è così non è più necessario pregare. Ma subito ci si accorge che per avere questo sguardo, per avere questa fame, per avere questa capacità di riconoscerlo e accoglierlo in tutto ciò che accade, non si può fare a meno di momenti di solitudine, di ascolto della Parola, di rigenerazione nel sacramento. Ecco che questa spiritualità non ci toglie la preghiera ma ci mostra la sua dinamica profonda e vera. Attraverso il silenzio e la preghiera il mio cuore si dilata, la fame di Dio cresce, il desiderio di Lui diventa irresistibile. Ora però sappiamo che per placare questa fame, lo possiamo incontrare solo dentro la città, perché è vitalmente mescolato in mezzo a tutti e unito a ciascuno.
Questa dialettica, e solo questa “opposizione polare” (per usare un termine caro a Romano Guardini, ma da quanto abbiamo letto finora possiamo dire anche caro a Papa Francesco), ci può introdurre nella verità della preghiera, nell’essenza della vita cristiana.

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Una chiave importante

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Sac. Carlo Sacchetti

Continua il Papa con una riflessione di importanza fondamentale:

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«Se l'incontro con Dio in tutte le cose non è un "eureka empirico"- dico al Papa -- e se dunque si tratta di un cammino che legge la storia, si possono anche commettere errori…».
«Sì, in questo cercare e trovare Dio in tutte le cose resta sempre una zona di incertezza. Deve esserci. Se una persona dice che ha incontrato Dio con certezza totale e non è sfiorata da un margine di incertezza, allora non va bene. Per me questa è una chiave importante. Se uno ha le risposte a tutte le domande, ecco che questa è la prova che Dio non è con lui. Vuol dire che è un falso profeta, che usa la religione per se stesso. Le grandi guide del popolo di Dio, come Mosè, hanno sempre lasciato spazio al dubbio. Si deve lasciare spazio al Signore, non alle nostre certezze; bisogna essere umili.
L'incertezza si ha in ogni vero discernimento che è aperto alla conferma della consolazione spirituale».
«Il rischio nel cercare e trovare Dio in tutte le cose è dunque la volontà di esplicitare troppo, di dire con certezza umana e arroganza: "Dio è qui". Troveremmo solamente un dio a nostra misura. L'atteggiamento corretto è quello agostiniano: cercare Dio per trovarlo, e trovarlo per cercarlo sempre. E spesso si cerca a tentoni, come si legge nella Bibbia. È questa l'esperienza dei grandi Padri della fede, che sono il nostro modello. Bisogna rileggere il capitolo 11 della Lettera agli Ebrei. Abramo è partito senza sapere dove andava, per fede. Tutti i nostri antenati della fede morirono vedendo i beni promessi, ma da lontano... La nostra vita non ci è data come un libretto d'opera in cui c'è tutto scritto, ma è andare, camminare, fare, cercare, vedere... Si deve entrare nell'avventura della ricerca dell'incontro e del lasciarsi cercare e lasciarsi incontrare da Dio».

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Solo la Verità può renderci liberi

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Sac. Carlo Sacchetti

Dopo alcune considerazioni sul Concilio Vaticano II che il Papa vede come “una rilettura del Vangelo alla luce della cultura contemporanea” da cui è nato un movimento di rinnovamento che è assolutamente irreversibile, il pontefice affronta la sfida di “cercare e trovare Dio in tutte le cose”.

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Il discorso di Papa Francesco è molto sbilanciato sulle sfide dell'oggi. Anni fa aveva scritto che per vedere la realtà è necessario uno sguardo di fede, altrimenti si vede una realtà a pezzi, frammentata. È questo anche uno dei temi dell'enciclica Lumen fidei. Ho in mente anche alcuni passaggi dei discorsi di Papa Francesco durante la Giornata Mondiale della Gioventù di Rio de Janeiro. Glieli cito:
«Dio è reale se si manifesta nell'oggi»; «Dio sta da tutte le parti».
Sono frasi che riecheggiano l'espressione ignaziana «cercare e trovare Dio in tutte le cose». Chiedo dunque al Papa: «Santità, come si fa a cercare e trovare Dio in tutte le cose?».
«Quel che ho detto a Rio ha un valore temporale. C'è infatti la tentazione di cercare Dio nel passato o nei futuribili. Dio è certamente nel passato, perché è nelle impronte che ha lasciato. Ed è anche nel futuro come promessa. Ma il Dio "concreto", diciamo così, è oggi. Per questo le lamentele mai mai ci aiutano a trovare Dio. Le lamentele di oggi su come va il mondo "barbaro" finiscono a volte per far nascere dentro la Chiesa desideri di ordine inteso come pura conservazione, difesa. No: Dio va incontrato nell'oggi».
«Dio si manifesta in una rivelazione storica, nel tempo. […]
«Incontrare Dio in tutte le cose non è un eureka empirico. In fondo, quando desideriamo incontrare Dio, vorremmo constatarlo subito con metodo empirico. Così non si incontra Dio. Lo si incontra nella brezza leggera avvertita da Elia. I sensi che constatano Dio sono quelli che sant'Ignazio chiama i "sensi spirituali". Ignazio chiede di aprire la sensibilità spirituale per incontrare Dio al di là di un approccio puramente empirico. È necessario un atteggiamento contemplativo: è il sentire che si va per il buon cammino della comprensione e dell'affetto nei confronti delle cose e delle situazioni. Il segno che si è in questo buon cammino è quello della pace profonda, della consolazione spirituale, dell'amore di Dio, e di vedere tutte le cose in Dio».

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Le lamentele non portano a nulla. Lamentarsi è lavarsene le mani. Non vi è momento storico che non abbia avuto le sue difficoltà, contraddizioni, limiti. La difficoltà mette in moto l’uomo, fa uscire risorse che difficilmente si manifesterebbero senza l’energia attraverso la quale si affronta il problema. Quando tutto va bene è molto facile fermarsi, sedersi. Ma ciò che è fermo già comincia a morire! Al giorno d’oggi si corre moltissimo, non si è mai fermi eppure, anche in questa situazione, si può rimanere immobili, non crescere, non mettere vita nella propria esistenza. È più facile correre che crescere. Paradossalmente lo stare fermi, il fare silenzio, ci può mettere in grande movimento, ci può far fare tanta strada. La lamentela è come il correre: ci difende dall’affrontare con coraggio le situazioni, le domande decisive, le sfide che ci permettono di vivere in modo maturo e pieno. Come dice il papa il lamentarsi finisce per portare a staticità, a “pura conservazione”.

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L'unità della Chiesa passerà attraverso il cuore delle donne

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Sac. Carlo Sacchetti

Dopo alcune considerazioni sui Dicasteri romani e il rapporto tra primato petrino e sinodalità il Papa si sofferma sul ruolo della donna nella Chiesa:

[…] Cerco di capire come il Papa veda il futuro dell'unità della Chiesa. Mi risponde: «dobbiamo camminare uniti nelle differenze: non c'è altra strada per unirci. Questa è la strada di Gesù».
[…] Allora, chiedo: «Quale deve essere il ruolo della donna nella Chiesa? Come fare per renderlo oggi più visibile?».
«È necessario ampliare gli spazi di una presenza femminile più incisiva nella Chiesa. Temo la soluzione del "machismo in gonnella", perché in realtà la donna ha una struttura differente dall'uomo.
E invece i discorsi che sento sul ruolo della donna sono spesso ispirati proprio da una ideologia machista. Le donne stanno ponendo domande profonde che vanno affrontate. La Chiesa non può essere se stessa senza la donna e il suo ruolo. La donna per la Chiesa è imprescindibile. Maria, una donna, è più importante dei Vescovi.
Dico questo perché non bisogna confondere la funzione con la dignità. Bisogna dunque approfondire meglio la figura della donna nella Chiesa. Bisogna lavorare di più per fare una profonda teologia della donna. Solo compiendo questo passaggio si potrà riflettere meglio sulla funzione della donna all'interno della Chiesa. Il genio femminile è necessario nei luoghi in cui si prendono le decisioni importanti. La sfida oggi è proprio questa: riflettere sul posto specifico della donna anche proprio lì dove si esercita l'autorità nei vari ambiti della Chiesa».

Non è a caso che siano accostati due argomenti come l’unità della Chiesa e il ruolo della donna.
Prima di tutto occorre sottolineare ciò che il pontefice afferma subito dopo. La donna è bella nella misura in cui è pienamente se stessa e non perché scimmiotta ciò che è tipico dell’uomo. Il “machismo in gonnella” ci priva di quel genius femminile che è una risorsa preziosa e irrinunciabile per l’umanità.

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La profezia del "sì"

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Sac. Carlo Sacchetti

Si apre ora la parte dell’intervista dove si sottolinea che Francesco è il primo papa religioso dopo 182 anni. Leggiamo:

Papa Francesco è il primo Pontefice a provenire da un Ordine religioso dopo il camaldolese Gregorio XVI, eletto nel 1831, 182 anni fa. Chiedo dunque: «Qual è oggi nella Chiesa il posto specifico dei religiosi e delle religiose?».
«I religiosi sono profeti. Sono coloro che hanno scelto una sequela di Gesù che imita la sua vita con l'obbedienza al Padre, la povertà, la vita di comunità e la castità. In questo senso i voti non possono finire per essere caricature, altrimenti, ad esempio, la vita di comunità diventa un inferno e la castità un modo di vivere da zitelloni. Il voto di castità deve essere un voto di fecondità. Nella Chiesa i religiosi sono chiamati in particolare ad essere profeti che testimoniano come Gesù è vissuto su questa terra, e che annunciano come il Regno di Dio sarà nella sua perfezione. Mai un religioso deve rinunciare alla profezia. Questo non significa contrapporsi alla parte gerarchica della Chiesa, anche se la funzione profetica e la struttura gerarchica non coincidono. Sto parlando di una proposta sempre positiva, che però non deve essere timorosa. Pensiamo a ciò che hanno fatto tanti grandi santi monaci, religiosi e religiose, sin da sant'Antonio abate. Essere profeti a volte può significare fare ruido, non so come dire... La profezia fa rumore, chiasso, qualcuno dice "casino". Ma in realtà il suo carisma è quello di essere lievito: la profezia annuncia lo spirito del Vangelo».

Iniziando a commentare queste parole è bene sottolineare che, nella Bibbia, Profeta non significa indovino. La cultura popolare spesso confonde queste due realtà. L’indovino è colui che ti predice il futuro grazie a una potenza quasi magica, il profeta è colui che ti indica la chiave del presente grazie a una sapienza illuminata. Il profeta legge gli eventi che accadono alla luce della fede, riconoscendo in essi i segni di quella “relazione tra Dio e il suo popolo” che è la chiave per comprendere tutto ciò che esiste.

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Non ardeva forse in noi il nostro cuore...

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Sac. Carlo Sacchetti

Il Papa continua:

«Come stiamo trattando il popolo di Dio? Sogno una Chiesa Madre e Pastora. I ministri della Chiesa devono essere misericordiosi, farsi carico delle persone, accompagnandole come il buon samaritano che lava, pulisce, solleva il suo prossimo. Questo è Vangelo puro. Dio è più grande del peccato. Le riforme organizzative e strutturali sono secondarie, cioè vengono dopo. La prima riforma deve essere quella dell'atteggiamento. I ministri del Vangelo devono essere persone capaci di riscaldare il cuore delle persone, di camminare nella notte con loro, di saper dialogare e anche di scendere nella loro notte, nel loro buio senza perdersi. Il popolo di Dio vuole pastori e non funzionari o chierici di Stato. I Vescovi, particolarmente, devono essere uomini capaci di sostenere con pazienza i passi di Dio nel suo popolo in modo che nessuno rimanga indietro, ma anche per accompagnare il gregge che ha il fiuto per trovare nuove strade».

[… a questo punto salto una parte che ho già commentato nella lettera di Natale]

«Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. lo non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione».
«Gli insegnamenti, tanto dogmatici quanto morali, non sono tutti equivalenti. Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza. L'annuncio di tipo missionario si concentra sull'essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus. Dobbiamo quindi trovare un nuovo equilibrio, altrimenti anche l'edificio morale della Chiesa rischia di cadere come un castello di carte, di perdere la freschezza e il profumo del Vangelo. La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. È da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali».
«Dico questo anche pensando alla predicazione e ai contenuti della nostra predicazione. Una bella omelia, una vera omelia, deve cominciare con il primo annuncio, con l'annuncio della salvezza».

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La Chiesa? Un ospedale da campo...

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Sac. Carlo Sacchetti

Eccoci giunti a una parte fondamentale dell’intervista che stiamo commentando:

Papa Benedetto XVI, annunciando la sua rinuncia al Pontificato, ha ritratto il mondo di oggi come soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede che richiedono vigore sia del corpo, sia dell'anima. Chiedo al Papa, anche alla luce di ciò che mi ha appena detto: «Di che cosa la Chiesa ha più bisogno in questo momento storico? Sono necessarie riforme? Quali sono i suoi desideri sulla Chiesa dei prossimi anni? Quale Chiesa "sogna"?».
Papa Francesco, cogliendo l'incipit della mia domanda, comincia col dire: «Papa Benedetto ha fatto un atto di santità, di grandezza, di umiltà. È un uomo di Dio», dimostrando un grande affetto e una enorme stima per il suo predecessore.
«Io vedo con chiarezza - prosegue - che la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. È inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto. Curare le ferite, curare le ferite... E bisogna cominciare dal basso».
«La Chiesa a volte si è fatta rinchiudere in piccole cose, in piccoli precetti. La cosa più importante è invece il primo annuncio: "Gesù Cristo ti ha salvato!". E i ministri della Chiesa devono innanzitutto essere ministri di misericordia. Il confessore, ad esempio, corre sempre il pericolo di essere o troppo rigorista o troppo lasso. Nessuno dei due è misericordioso, perché nessuno dei due si fa veramente carico della persona. Il rigorista se ne lava le mani perché lo rimette al comandamento. Il lasso se ne lava le mani dicendo semplicemente "questo non è peccato" o cose simili. Le persone vanno accompagnate, le ferite vanno curate».


«Curare le ferite, curare le ferite… E bisogna cominciare dal basso». Con queste parole il Papa non intende puntare a un cristianesimo al ribasso per evitare di creare tensioni e conflitti. “Cominciare dal basso” va inteso come l’andare in profondità, in ciò che caratterizza l’uomo, ogni uomo. Scendere a quel livello dove tutti prima o poi si ritrovano. Lì dove ogni persona sente la necessità di un senso, il bisogno di una speranza, la sete di felicità. È qui che ci riscopriamo come fratelli, con le stesse radici e con lo stesso destino.

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Il Futuro si costruisce insieme

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Sac. Carlo Sacchetti

Continua così Papa Francesco nell’intervista che stiamo commentando:

Rimango sul tema della Chiesa, ponendo al Papa una domanda anche alla luce della recente Giornata Mondiale della Gioventù: «Questo grande evento ha acceso ulteriormente i riflettori sui giovani, ma anche su quei "polmoni spirituali" che sono le Chiese di più recente istituzione. Quali le speranze per la Chiesa universale che le sembrano provenire da queste Chiese?».
«Le Chiese giovani sviluppano una sintesi di fede, cultura e vita in divenire, e dunque diversa da quella sviluppata dalle Chiese più antiche. Per me, il rapporto tra le Chiese di più antica istituzione e quelle più recenti è simile al rapporto tra giovani e anziani in una società: costruiscono il futuro, ma gli uni con la loro forza e gli altri con la loro saggezza. Si corrono sempre dei rischi, ovviamente; le Chiese più giovani rischiano di sentirsi autosufficienti, quelle più antiche rischiano di voler imporre alle più giovani i loro modelli culturali. Ma il futuro si costruisce insieme».

La capacità di ascoltare chi è diverso, il riuscire a fare sintesi, la dialettica come metodo per andare sempre più in profondità, la forza di guardare sempre avanti vedendo la novità e il rinnovamento come l’affermazione che Dio è sempre più grande di ciò che possiamo raggiungere, sono solo alcuni degli atteggiamenti sottintesi dalle parole del Papa.

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La santità secondo Papa Francesco

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Sac. Carlo Sacchetti

Circa la domanda su cosa significhi esattamente per Papa Francesco il «sentire con la Chiesa», oltre a ciò che abbiamo visto la scorsa settimana, il Pontefice aggiunge:

«Io vedo la santità - prosegue il Papa - nel popolo di Dio paziente: una donna che fa crescere i figli, un uomo che lavora per portare a casa il pane, gli ammalati, i preti anziani che hanno tante ferite ma che hanno il sorriso perché hanno servito il Signore, le suore che lavorano tanto e che vivono una santità nascosta. Questa per me è la santità comune. La santità io la associo spesso alla pazienza: non solo la pazienza come hypomoné, il farsi carico degli avvenimenti e delle circostanze della vita, ma anche come costanza nell'andare avanti, giorno per giorno. Questa è la santità della Iglesia militante di cui parla anche sant'Ignazio. Questa è stata la santità dei miei genitori: di mio papà, di mia mamma, di mia nonna Rosa che mi ha fatto tanto bene. Nel breviario io ho il testamento di mia nonna Rosa, e lo leggo spesso: per me è come una preghiera. Lei è una santa che ha tanto sofferto, anche moralmente, ed è sempre andata avanti con coraggio».
«Questa Chiesa con la quale dobbiamo "sentire" è la casa di tutti, non una piccola cappella che può contenere solo un gruppetto di persone selezionate. Non dobbiamo ridurre il seno della Chiesa universale a un nido protettore della nostra mediocrità. E la Chiesa è Madre - prosegue -. La Chiesa è feconda, deve esserlo. Vedi, quando io mi accorgo di comportamenti negativi di ministri della Chiesa o di consacrati o consacrate, la prima cosa che mi viene in mente è: "ecco uno scapolone", o "ecco una zitella". Non sono né padri, né madri. Non sono stati capaci di dare vita. Invece, per esempio, quando leggo la vita dei missionari salesiani che sono andati in Patagonia, leggo una storia di vita, di fecondità».
«Un altro esempio di questi giorni: ho visto che è stata molto ripresa dai giornali la telefonata che ho fatto a un ragazzo che mi aveva scritto una lettera, io gli ho telefonato perché quella lettera era tanto bella, tanto semplice. Per me questo è stato un atto di fecondità. Mi sono reso conto che è un giovane che sta crescendo, ha riconosciuto un padre, e così gli dice qualcosa della sua vita. Il padre non può dire "me ne infischio". Questa fecondità mi fa tanto bene».

Questa visione del Pontefice, trova il suo fondamento nel valore e centralità della persona. Tutta la sua impostazione teologica, spirituale, filosofica, morale e pastorale si sviluppa a partire dal grande senso che Papa Francesco ha per la persona, per ogni persona. Ogni singolo individuo è un mondo infinito che si apre dinanzi a noi.

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Non mi salvo senza il fratello

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Sac. Carlo Sacchetti

L’intervista al Papa continua parlando della Compagnia di Gesù (Gesuiti), di Pietro Favre, un Gesuita che è per lui un modello e della sua personale esperienza di Governo (tutte parti che vi invito a leggere personalmente). Il Papa poi si sofferma sul “Sentire con la Chiesa” e dice:

«L'immagine della Chiesa che mi piace è quella del santo popolo fedele di Dio. È la definizione che uso spesso, ed è poi quella della Lumen gentium al numero 12. L'appartenenza a un popolo ha un forte valore teologico: Dio nella storia della salvezza ha salvato un popolo. Non c'è identità piena senza appartenenza a un popolo.
Nessuno si salva da solo, come individuo isolato, ma Dio ci attrae considerando la complessa trama di relazioni interpersonali che si realizzano nella comunità umana. Dio entra in questa dinamica popolare». […]

Come è importante, per la maturazione della fede, entrare in questa prospettiva. Abbiamo già sottolineato in più parti il valore della comunità. Ora il Papa ci ricorda che la nostra salvezza è legata a quella del fratello. Si esce dalla prospettiva privata, pensare prima di tutto alla propria salvezza, per entrare in quella comunitaria: non mi salvo se non si salva il fratello.
Questa idea è alla base di tutta l’impostazione teologica, spirituale e pastorale di Papa Francesco. Per lui una Chiesa che si chiude in se stessa, che non esce alla ricerca del fratello bisognoso, del fratello che è nel peccato o che è semplicemente fuori, è malata. Una Chiesa che non si confronta con le sfide della cultura contemporanea, che non ascolta il popolo, non vive uno dei misteri centrali della sua fede: l’incarnazione.

Uscire verso il fratello non è solo un movimento missionario che si colloca tra i vari doveri del mio essere buon cristiano, ma è essenzialmente legato alla mia salvezza e felicità. Senza eliminare la responsabilità personale per i propri peccati - questa rimane e la affidiamo a Dio e alla sua misericordia - il cristianesimo introduce l’idea che Dio salva il popolo e di conseguenza il destino del fratello mi riguarda.

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Ad maiorem Dei gloriam

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Sac. Carlo Sacchetti

La domanda su che cosa significa per un gesuita essere Papa si conclude con queste considerazioni:

«Questo discernimento richiede tempo. Molti, ad esempio, pensano che i cambiamenti e le riforme possano avvenire in breve tempo. Io credo che ci sia sempre bisogno di tempo per porre le basi di un cambiamento vero, efficace. E questo è il tempo del discernimento. E a volte il discernimento invece sprona a fare subito quel che invece inizialmente si pensa di fare dopo. È ciò che è accaduto anche a me in questi mesi. Il discernimento si realizza sempre alla presenza del Signore, guardando i segni, ascoltando le cose che accadono, il sentire della gente, specialmente i poveri. Le mie scelte, anche quelle legate alla normalità della vita, come l'usare una macchina modesta, sono legate a un discernimento spirituale che risponde a una esigenza che nasce dalle cose, dalla gente, dalla lettura dei segni dei tempi. Il discernimento nel Signore mi guida nel mio modo di governare».
«Ecco, invece diffido delle decisioni prese in maniera improvvisa. Diffido sempre della prima decisione, cioè della prima cosa che mi viene in mente di fare se devo prendere una decisione. In genere è la cosa sbagliata. Devo attendere, valutare interiormente, prendendo il tempo necessario. La sapienza del discernimento riscatta la necessaria ambiguità della vita e fa trovare i mezzi più opportuni, che non sempre si identificano con ciò che sembra grande o forte».

I cambiamenti per essere veri e profondi, richiedono tempo. Questo vale per la storia ma anche per il singolo. Quando una persona desidera cambiare e migliorare in qualche aspetto della sua anima, ma potremmo dirlo anche per il carattere, è importante che percorra la strada della conversione con la chiara consapevolezza che occorrerà tempo. I cambiamenti troppo rapidi non sono né profondi, né duraturi. Alcuni diranno che hanno visto persone cambiare in poco tempo e che quindi non è vero quello che sto affermando. Occorre però stare attenti a distinguere i comportamenti esteriori dal livello profondo della persona. Ho conosciuto neo-convertiti che dopo certe esperienze cominciavano a frequentare le liturgie, pregare molto, impegnarsi per gli altri. Tutto questo è molto buono, però occorre aiutare queste persone a interiorizzare la novità del Vangelo, altrimenti rischiano di vivere nuovi atteggiamenti con un cuore vecchio. Da qui derivano rigidità, intransigenza, visioni ristrette e così via. Si rischia di trasformare l’orgoglio in vanità spirituale, la timidezza in umiltà, la paura in prudenza e la propria rigidità in giustizia.

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Il Discernimento

discernimento


Sac. Carlo Sacchetti

Continuiamo il commento all’intervista del Papa.
La domanda che gli viene posta ora è:

«Che cosa significa per un gesuita essere Papa?
Voglio proseguire su questa linea e pongo al Papa una domanda a partire dal fatto che lui è il primo gesuita ad essere eletto Vescovo di Roma: «Come legge il servizio alla Chiesa universale che lei è stato chiamato a svolgere alla luce della spiritualità ignaziana? Che cosa significa per un gesuita essere eletto Papa? Quale punto della spiritualità ignaziana la aiuta meglio a vivere il suo ministero?».
«Il discernimento», risponde Papa Francesco. «Il discernimento è una delle cose che più ha lavorato interiormente sant'Ignazio.
Per lui è uno strumento di lotta per conoscere meglio il Signore e seguirlo più da vicino. Mi ha sempre colpito una massima con la quale viene descritta la visione di Ignazio: Non coerceri a maximo, sed contineri a minimo divinum est. Ho molto riflettuto su questa frase in ordine al governo, ad essere superiore: non essere ristretti dallo spazio più grande, ma essere in grado di stare nello spazio più ristretto. Questa virtù del grande e del piccolo è la magnanimità, che dalla posizione in cui siamo ci fa guardare sempre l'orizzonte.
È fare le cose piccole di ogni giorno con un cuore grande e aperto a Dio e agli altri. È valorizzare le cose piccole all'interno di grandi orizzonti, quelli del Regno di Dio».
«Questa massima offre i parametri per assumere una posizione corretta per il discernimento, per sentire le cose di Dio a partire dal suo "punto di vista". Per sant'Ignazio i grandi principi devono essere incarnati nelle circostanze di luogo, di tempo e di persone.
A suo modo Giovanni XXIII si mise in questa posizione di governo quando ripeté la massima Omnia ridere, multa dissimulare, pauca corrigere, perché, pur vedendo omnia, la dimensione massima, riteneva di agire su pauca, su una dimensione minima. Si possono avere grandi progetti e realizzarli agendo su poche minime cose. O si possono usare mezzi deboli che risultano più efficaci di quelli forti, come dice anche san Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi».

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È come la rugiada dell'Ermon

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Sac. Carlo Sacchetti

Eccoci ora alla sottolineatura che il Papa ha fatto della missionarietà.

[…] Della Compagnia mi hanno colpito tre cose: la missionarietà, la comunità e la disciplina. Curioso questo, perché io sono un indisciplinato nato, nato, nato. Ma la loro disciplina, il modo di ordinare il tempo, mi ha colpito tanto».
«E poi una cosa per me davvero fondamentale è la comunità.
[…]
Mentre il Papa parla di missione e di comunità, mi vengono in mente tutti quei documenti della Compagnia di Gesù in cui si parla di «comunità per la missione» e li ritrovo nelle sue parole.

Ha parlato di missionarietà, comunità e disciplina ma sembra che sviluppi solo la seconda. Se guardiamo infatti il paragrafo successivo vediamo che parla di altro.
Evidentemente in un’intervista non si possono svolgere i temi trattati come si può fare in un’enciclica, ma penso che anche se il Papa non ha più parlato della missionarietà ne ha però posto il fondamento.
Lo scorso editoriale abbiamo parlato della comunione e di come il cristianesimo sia chiamato, per sua natura alla vita comunitaria. Da questo possiamo già intuire che proprio in questo vivere l’amore, inteso come comunione, si è missionari.

Nel contesto attuale si assiste ad un crescente senso della libertà della persona, della sua dignità. Un tempo si insisteva di più su motivazioni che potevano intimorire le persone. Certo la paura può essere una molla efficace, in certi momenti della vita. In fondo molte cose che non si riescono a fare o pensare in una situazione di normalità, vengono realizzate immediatamente non appena appare sullo sfondo una paura. Pensate al fumatore che riceve un esito medico preoccupante e subito riesce a fare ciò che per anni era apparso impossibile. Questo è solo un esempio di cosa possa far fare la paura. Quante ricerche scientifiche sono state spinte dalla paura. La paura può anche risvegliare un iniziale senso di responsabilità. Penso che molti cristiani abbiano evitato certi peccati più per il timore delle conseguenze (personali, di immagine, ecc.) che perché realmente convinti della bontà e bellezza del valore. O meglio, sapevano che era giusto il valore ma ciò che ha fatto la differenza e li ha fatti resistere è stata la paura. Inoltre, ancora grazie alla paura, ci si rende conto che tante cose che si sono inseguite per anni e hanno riempito le nostre giornate, sono solamente fumo. Quante persone che si sono trovate in poco tempo vicine alla morte, per malattie improvvise, mi hanno confidato che in questi momenti riuscivano a comprendere con molta lucidità le cose che valevano veramente.

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Solo la profezia salverà il mondo

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Sac. Carlo Sacchetti

Interrompiamo il commento all’intervista di Papa Francesco a P. Spadaro S.I. per fare una riflessione sul Natale.

In questo periodo ho letto alcuni testi di G. K. Chesterton e vorrei partire da lui per introdurre la nostra riflessione. Nella sua Autobiografia scrive:

«Un fenomeno scientifico macroscopico mi interessava quando era su piccolissima scala. Era il microscopio ad attrarmi, non il telescopio. Nell'infanzia, non fui affatto scosso nell'apprendere che c'erano stelle su cui non si posava mai il sole, non più di sapere, da adulto, che su certi imperi non tramontava mai. Un impero senza tramonti non mi interessava. Ma ero invece affascinato ed elettrizzato nel guardare dentro un forellino un minuscolo cristallo, non più grande di una capocchia di spillo, e vederlo cambiar forma e colore come in un tramonto in miniatura».

Saper riconoscere la grandezza e la bellezza in ciò che è nascosto e appassionarsi per ciò che è piccolo. Questo è il Natale! Vi è una sapienza in questa Festa che rischiamo di ignorare. Aspettiamo che venga il regno di Dio quando lo abbiamo proprio dietro la porta. Sì perché Dio si è fatto carne e ci ha portato il Figlio sulla terra. L’Ascensione non è stato il tornare al cielo di Dio, ma l’indicare all’uomo che il mondo, dopo l’Incarnazione e il Mistero Pasquale non è più lo stesso. Neanche tu uomo sei più lo stesso! Neanche io sono più lo stesso! Occorre saper cercare, occorre saper guardare con il “microscopio”, carichi della passione che solo il cuore dell’uomo può avere. Non lasciamo che ci portino via la grandezza e bellezza che il Signore ci ha donato.

Questo nostro mondo, questa nostra terra, questa nostra umanità è stata abbracciata da Dio in un modo così forte che nessuno riuscirà a distinguerla più da Lui. Anche quando inciampiamo nel peccato, anche lì, troviamo il Padre misericordioso che guarda con fiducia la strada. Lui conosce suo figlio e sa che è lì che lo rincontrerà. Non dobbiamo aspettare da fuori o dal futuro quello che ormai è già. Certo il mondo di cui parlo è quello redento dal Cristo, svegliato dalle Sue grida di bambino, calpestato dai Suoi viaggi, bagnato dal Suo sudore, dalle Sue lacrime di amicizia e dal Suo sangue. In questo sta il “già e non ancora” di cui parlano i teologi.

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Non esiste cristianesimo che non sia comunitario

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Sac. Carlo Sacchetti

Riprendiamo il testo su cui stiamo riflettendo:

[…] Della Compagnia mi hanno colpito tre cose: la missionarietà, la comunità e la disciplina. Curioso questo, perché io sono un indisciplinato nato, nato, nato. Ma la loro disciplina, il modo di ordinare il tempo, mi ha colpito tanto».
«E poi una cosa per me davvero fondamentale è la comunità.
Cercavo sempre una comunità, io non mi vedevo prete solo: ho bisogno di comunità. E lo si capisce dal fatto che sono qui a Santa Marta: quando sono stato eletto, abitavo per sorteggio nella stanza 207. Questa dove siamo adesso era una camera per gli ospiti.
Ho scelto di abitare qui, nella camera 201, perché quando ho preso possesso dell'appartamento pontificio, dentro di me ho sentito distintamente un "no". L'appartamento pontificio nel Palazzo Apostolico non è lussuoso. È antico, fatto con buon gusto e, grande, non lussuoso. Ma alla fine è come un imbuto al rovescio. È grande e spazioso, ma l'ingresso è davvero stretto. Si entra col contagocce, e io no, senza gente non posso vivere. Ho bisogno di vivere la mia vita insieme agli altri».

Vorrei partire dalla vocazione alla comunità di Papa Francesco perché su questa si fondano le altre due dimensioni: missionarietà e disciplina.
“Ho bisogno di vivere la mia vita insieme agli altri”. Questo non è un bisogno personale, dovuto a un carattere di un certo tipo. La dimensione comunitaria è un bisogno scritto profondamente nel cuore dell’uomo. Vi sono persone che lo lasciano sotterrato e pensano di non essere fatte per la vita con gli altri. Ma “l’essere umano” è fatto per la “relazione” che nella prospettiva di fede matura in “comunione”. Fin da quando siamo nati, pensiamo ai primi anni di vita, sperimentiamo la comunione come necessità di sopravvivenza. Non possiamo sopravvivere senza gli altri, senza i nostri genitori che si prendono cura di noi, senza l’affetto incondizionato e gratuito di chi ci ha dato la vita. Quante dimensioni della nostra personalità si formano grazie a questo ambiente di comunione nel quale cresciamo. Soprattutto ciò che aiuta l’uomo a crescere è la fiducia che sperimenta intorno a sé. Come ripeteva spesso Martin Buber uno dei problemi più gravi del mondo moderno è l'incapacità di comunicare che si fonda su una mancanza di fiducia reciproca. Il suo invito è stato chiaro: «Nonostante tutto si abbia fiducia».

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Il coraggio di fare delle scelte

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Sac. Carlo Sacchetti

Riprendiamo la seconda domanda che P. Spadaro S.I. ha fatto a Papa Francesco nell’intervista che stiamo commentando.

«Perché si è fatto gesuita?

Proseguo con quella che avevo scelto come prima domanda: «Santo Padre, che cosa l'ha spinta a scegliere di entrare nella Compagnia di Gesù? Che cosa l'ha colpita dell'Ordine dei gesuiti?».
«Io volevo qualcosa di più. Ma non sapevo che cosa. Ero entrato in seminario. I domenicani mi piacevano e avevo amici domenicani. Ma poi ho scelto la Compagnia, che ho conosciuto bene perché il seminario era affidato ai gesuiti…»

Ci fermiamo su questa seconda affermazione di Papa Francesco: “Ma non sapevo cosa”.
Se da una parte, come abbiamo ricordato nella scorsa riflessione, il cuore dell’uomo ha dentro di sé l’impronta dell’infinito, nel cammino attraverso il quale cerca di placare la sua sete di felicità incontra uno scoglio non facile da superare: la necessità di fare delle scelte.

La scelta spaventa e per questo si tende a rimandarla il più possibile. Come diceva Chesterton parlando del matrimonio nella sua opera “Le avventure di un uomo vivo”: Ma per apprezzarle tutte bisogna sceglierne una, perché desiderare è scegliere, «ogni atto di volontà è un atto di autolimitazione... scegliendo una cosa voi rifiutate tutte le altre.., quando sposate una donna, rinunziate a tutte le altre».

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Io volevo qualcosa di più

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Sac. Carlo Sacchetti

Continuiamo la nostra riflessione sull’intervista che Papa Francesco ha rilasciato a Padre Spadaro S.I. con la seconda domanda che quest’ultimo ha posto al Pontefice.

Perché si è fatto gesuita?

Proseguo con quella che avevo scelto come prima domanda: «Santo Padre, che cosa l'ha spinta a scegliere di entrare nella Compagnia di Gesù? Che cosa l'ha colpita dell'Ordine dei gesuiti?».
«Io volevo qualcosa di più. Ma non sapevo che cosa. Ero entrato in seminario. I domenicani mi piacevano e avevo amici domenicani. Ma poi ho scelto la Compagnia, che ho conosciuto bene perché il seminario era affidato ai gesuiti. Della Compagnia mi hanno colpito tre cose: la missionarietà, la comunità e la disciplina. Curioso questo, perché io sono un indisciplinato nato, nato, nato. Ma la loro disciplina, il modo di ordinare il tempo, mi ha colpito tanto».
«E poi una cosa per me davvero fondamentale è la comunità.
Cercavo sempre una comunità, io non mi vedevo prete solo: ho bisogno di comunità. E lo si capisce dal fatto che sono qui a Santa Marta: quando sono stato eletto, abitavo per sorteggio nella stanza 207. Questa dove siamo adesso era una camera per gli ospiti.
Ho scelto di abitare qui, nella camera 201, perché quando ho preso possesso dell'appartamento pontificio, dentro di me ho sentito distintamente un "no". L'appartamento pontificio nel Palazzo Apostolico non è lussuoso. È antico, fatto con buon gusto e, grande, non lussuoso. Ma alla fine è come un imbuto al rovescio. È grande e spazioso, ma l'ingresso è davvero stretto. Si entra col contagocce, e io no, senza gente non posso vivere. Ho bisogno di vivere la mia vita insieme agli altri».
Mentre il Papa parla di missione e di comunità, mi vengono in mente tutti quei documenti della Compagnia di Gesù in cui si parla di «comunità per la missione» e li ritrovo nelle sue parole.

«Io volevo qualcosa di più». Il grido del cuore dell’uomo, tante volte sepolto nelle molte occupazioni, nelle molte paure, nelle molte doppiezze e fragilità, esce dalle parole del Papa in tutta la sua forza ed essenzialità.
Mi convinco sempre di più che la spiritualità in fondo non è altro che liberare questo grido. Tutti i sistemi, gli schemi, i metodi, le vie spirituali se non portano a questa semplificazione, se non portano a liberare questo grido del cuore dell’uomo, rischiano di diventare ostacoli e non aiuti. In fondo l’ascesi autentica si riconosce in questa essenziale verità. Perché preghi? Perché cerchi di vivere i comandamenti? Perché fai determinate rinunce? Perché condividi ciò che hai con il tuo fratello? Perché, a detta dei Santi, l’umiltà è la catena del rosario che tiene insieme tutte le altre virtù? Potremmo continuare con tutto ciò che ha caratterizzato le varie spiritualità nel tempo, ma la risposta sarebbe sempre e solo una: Perché il cuore possa continuare a volere qualcosa di più. Solo così può sperare di incontrare quel Volto, quel Cuore, quell’Abbraccio nel quale riposare.

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Un peccatore al quale il Signore ha rivolto i suoi occhi

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Sac. Carlo Sacchetti

Ritengo che l’intervista che il Papa ha concesso ad Antonio Spadaro S.I. sia un testo fondamentale che ci permette, non solo di conoscere meglio il cuore e l’anima del nostro caro Papa, ma anche di cogliere aspetti fondamentali della nostra esperienza di credenti.
Per questo motivo ho pensato di rileggere con voi, e commentare, questo testo che se assunto, una goccia alla volta, può risultare molto salutare. Ovviamente questo percorso verrà fatto in più editoriali.
La prima domanda che viene rivolta al pontefice è chi sia Jorge Mario Bergoglio. Leggiamo:

Ho la domanda pronta, ma decido di non seguire lo schema che mi ero prefisso, e gli chiedo un po’ a bruciapelo: «Chi è Jorge Mario Bergoglio?» Il Papa mi fissa in silenzio. Gli chiedo se è una domanda che è lecito porgli... Lui fa cenno di accettare la domanda e mi dice: «non so quale possa essere la definizione più giusta… Io sono un peccatore. Questa è la definizione più giusta. E non è un modo di dire, un genere letterario. Sono un peccatore».
Il Papa continua a riflettere «Sì, posso forse dire che sono un po’ furbo, so muovermi, ma è vero che sono anche un po’ ingenuo. Sì, ma la sintesi migliore, quella che mi viene più da dentro e che sento più vera, è proprio questa: “sono un peccatore al quale il Signore ha guardato”». E ripete: «io sono uno che è guardato dal Signore. Il mio motto Miserando atque eligendo l’ho sentito sempre come molto vero per me». Il motto di Papa Francesco è tratto dalle Omelie di san Beda il Venerabile, il quale, commentando l’episodio evangelico della vocazione di san Matteo, scrive: «Vide Gesù un pubblicano e, siccome lo guardò con sentimento di amore e lo scelse, gli disse: Seguimi». E aggiunge: «il gerundio latino miserando mi sembra intraducibile sia in italiano sia in spagnolo. A me piace tradurlo con un altro gerundio che non esiste: misericordiando».

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Il dono dello Spirito

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Sac. Carlo Sacchetti

In questa domenica i nostri ragazzi di terza media riceveranno il sacramento della Confermazione (Cresima) dal nostro vescovo S. E. Mons. Massimo Camisasca. Un evento di grazia che riguarda tutta la parrocchia.
Perché possiamo vivere al meglio questo evento ho pensato di riflettere con voi sulla prima Pentecoste come la raccontano gli Atti degli Apostoli al cap. 2:

1 Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. 2Venne all'improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. 3Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, 4e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi. 5Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. 6A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. 7Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? 8E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? 9Siamo Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell'Asia, 10della Frìgia e della Panfìlia, dell'Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, 11Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio». 12Tutti erano stupefatti e perplessi, e si chiedevano l'un l'altro: «Che cosa significa questo?». 13Altri invece li deridevano e dicevano: «Si sono ubriacati di vino dolce».

“Si trovavano tutti insieme”, coloro che avevano condiviso un medesimo sogno. Avevano battuto le strade della Galilea, della Giudea, insieme a Gesù e ora, “nello stesso luogo”, cercavano di sostenersi a vicenda nel tentativo di riempire un incolmabile vuoto. Quante immagini che si susseguono nella memoria e che rendono ancora più difficile il prendere coscienza che era tutto vero: Gesù non c’è più. Certo alcuni lo avevano visto Risorto, ma poi era di nuovo scomparso. Una goccia di consolazione che ha reso ancora più intensa la sete di Lui. Pietro, Giovanni, ognuno avrebbe voluto un po’ di tempo per potergli parlare, per chiedergli perdono, per poterlo abbracciare ancora una volta.

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Come una Famiglia

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Sac. Carlo Sacchetti

Nell’ultima Assemblea parrocchiale è tornato più volte il tema/ideale della Parrocchia che è come una famiglia. Per questo motivo vorrei riflettere con voi su questo tema, visto che ci può dare spunti importanti per approfondire il cammino che abbiamo cominciato quest’anno sulla lotta alla chiacchiera, critica, giudizio e maldicenza.

Cosa vuol dire che siamo una sola famiglia?
La prima cosa che possiamo affermare è che, come comunità cristiana, se siamo una famiglia non possiamo accontentarci del rispetto verso l’altro. Vi immaginate una famiglia dove le relazioni sono semplicemente basate sul rispetto reciproco? Saper ascoltare tutti, anche chi la pensa in modo diverso da te, saper cercare il bello che è in ogni persona, anche quelle verso le quali fai più fatica, saper perdonare, sono atteggiamenti molto importanti nella vita insieme, ma essere famiglia è qualcosa di più.
Essere Chiesa, essere Comunità, non può limitarsi a questi atteggiamenti. Se la famiglia può essere considerata la “cifra” della realtà della Chiesa intuiamo, da subito, che la nostra chiamata è ancora più alta, proprio perché più “calda” e totalizzante.

Proviamo a riflettere, dunque, su ciò che caratterizza una famiglia.
Prima di tutto i membri di una famiglia si riconoscono in un comune principio che ha loro donato la vita. Questo senso di appartenenza fondato su una comune origine non va visto solamente in chiave biologica. Ci si può riconoscere “figli” anche senza essere stati generati fisicamente dai genitori; pensiamo ad esempio ai figli adottati che entrano a far parte in modo consapevole della famiglia nel momento in cui riconoscono di essere stati “nuovamente generati” dal desiderio, amore, volontà dei nuovi genitori.
A fondamento di ogni famiglia vi è un amore preveniente fecondo che genera vita e legami. Uno degli aspetti più belli dell’essere famiglia è proprio questo essere tutti “debitori di un amore” che ti ha voluto e quindi fatto esistere. Non si vive solo perché si è partoriti in un ospedale, ma si vive, come persone, nel momento in cui si sperimenta in modo vero l’amore che ci ha desiderato, voluto e amato ancor prima che noi nascessimo.

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Nacque il tuo nome da ciò che fissavi

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Sac. Carlo Sacchetti

Vorrei continuare a riflettere sul brano di Vangelo della scorsa domenica che ci aiuta a entrare sempre di più nel mistero della misericordia che caratterizza la nostra riflessione di quest’anno. Rileggiamo Luca al capitolo 18, versetti dal 9 al 14:

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

In questi giorni ho letto un testo di Padre Paolo Martinelli sul Volto di Cristo, che può aiutarci a entrare sempre meglio nel brano di Vangelo su cui desidero riflettere oggi.
Dice Padre Paolo in riferimento al Volto di Cristo:

«Ma perché cerchiamo il suo volto? Perché non smettiamo di cercarlo dopo averlo trovato? Quale attrattiva suscitano sul cuore dell'uomo i suoi tratti inconfondibili? A questa domanda risponde in modo suggestivo Karol Wojtyla nella sua poesia sulla Veronica: «nacque il tuo nome da ciò che fissavi». In questa espressione è custodito il mistero di un incontro dal quale nasce il nostro nome. Nella sacra Scrittura il nome indica la realtà propria della persona, il suo carattere irripetibile. Fissare quel volto è trovare il proprio nome, è ritrovare se stessi».

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Tu sei la porta per la mia felicità

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Sac. Carlo Sacchetti

Dopo aver parlato della chiacchiera, della critica, della maldicenza, da più prospettive, ora passiamo alla parte che prediligo: la via maestra per superare queste piaghe della vita insieme.

I vari rimedi che abbiamo sottolineato negli editoriali precedenti sono tutti utili e ciascuno, a seconda della sua situazione, potrà trovare beneficio nell’uno piuttosto che nell’altro. Qui però vorrei indicarvi quella che è, a mio avviso, la via che colpisce alla radice questo peccato.

Ciò che il Vangelo ci insegna è il cercare sempre la parte più bella del fratello in ogni situazione, anche le più difficili. È una vera e propria ascesi che ci è richiesta. Non è sempre immediato e spontaneo vedere le cose positive del fratello e nutrire con esse il proprio cuore. Entrano in campo tantissimi elementi che come un esercito schierato fanno guerra ad una visione evangelica dell’altro.
Quando ad esempio si pensa di aver ricevuto dei torti ecco che tutto quello che di bello si poteva vedere scompare come fumo al vento.
Quando l’altro va ad intaccare le mie sicurezze pensando in modo diverso da me, il riconoscere i suoi limiti diventa una necessità per l’equilibrio personale. Come posso rimanere rigidamente nelle mie convinzioni se concedo una visione positiva a chi la pensa in modo diverso da me? Per evitare di incrinare il mio sistema sono costretto ad evidenziarne i limiti, è un’esigenza di sopravvivenza.
Quando l’altro semplicemente mi è antipatico, ha un modo di fare che urta la mia sensibilità e il mio essere, ecco che diventa molto faticoso andare oltre a questo fastidio per vedere ciò che di bello questa persona ha. I caratteri più sanguigni, ben appoggiati sul loro “sentire”, comprendono bene questa fatica.
Vi è poi la necessità di occupare il tempo. Cosa dico con le mie amiche/amici quando ci troviamo, se non vi è qualche persona da rosolare al fuoco della critica? È un piacere intimo, per alcuni, a cui si rinuncia mal volentieri.

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La Maldicenza è un vero omicidio - II parte

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Sac. Carlo Sacchetti

Continuiamo a riflettere sulla Maldicenza seguendo le considerazioni di San Francesco di Sales nella sua opera “Filotea”:

«Non dire mai: Il tale è un ubriacone, anche se l'hai visto ubriaco davvero; quello è un adultero, perché l'hai visto in adulterio; è incestuoso perché l'hai sorpreso in quella disgrazia; una sola azione non ti autorizza a classificare la gente. Il sole si fermò una volta per favorire la vittoria di Giosuè e si oscurò un'altra volta per la vittoria del Salvatore; a nessuno viene in mente per questo di dire che il sole è immobile e oscuro.
Noè si ubriacò una volta; e così anche Lot e questi, in più, commise anche un grave incesto: non per questo erano ubriaconi, e non si può dire che quest'ultimo fosse incestuoso. E non si può dire che S. Pietro fosse un sanguinario perché una volta ha versato sangue, né che fosse bestemmiatore perché ha bestemmiato una volta.
Per classificare uno vizioso o virtuoso bisogna che abbia fatto progressi e preso abitudini; è dunque una menzogna affermare che un uomo è collerico o ladro, perché l'abbiamo visto adirato o rubare una volta soltanto.
Anche se un uomo è stato vizioso per lungo tempo, si rischia di mentire chiamandolo vizioso.
Simone il lebbroso chiamò Maddalena peccatrice, perché lo era stata prima; mentì, perché non lo era più, anzi era una santa penitente; e Nostro Signore la difese. Quell'altro Fariseo vanesio considerava grande peccatore il pubblicano, ingiusto, adultero, ladro; ma si ingannava, perché proprio in quel momento era giustificato.
Poiché la bontà di Dio è così grande che basta un momento per chiedere e ottenere la sua grazia, come facciamo a sapere che uno, che era peccatore ieri, lo sia anche oggi? Il giorno precedente non ci autorizza a giudicare quello presente, e il presente non ci autorizza a giudicare il passato. Solo l'ultimo li classificherà tutti.

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La Maldicenza è un vero omicidio - I parte

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Sac. Carlo Sacchetti

Per continuare la nostra riflessione sulle chiacchiere oggi andiamo a rileggere un classico della spiritualità che vi ho già citato in altre occasioni su argomenti diversi: “La Filotea” di San Francesco di Sales. Al capitolo intitolato “La Maldicenza” dice:

«Il giudizio temerario causa preoccupazione, disprezzo del prossimo, orgoglio e compiacimento in se stessi e cento altri effetti negativi, tra i quali il primo posto spetta alla maldicenza, vera peste delle conversazioni. Vorrei avere un carbone ardente del santo altare per passarlo sulle labbra degli uomini, per togliere loro la perversità e mondarli dal loro peccato, proprio come il Serafino fece sulla bocca di Isaia.

Se si riuscisse a togliere la maldicenza dal mondo, sparirebbero gran parte dei peccati e la cattiveria. A chi strappa ingiustamente il buon nome al prossimo, oltre al peccato di cui si grava, rimane l'obbligo di riparare in modo adeguato secondo il genere della maldicenza commessa. Nessuno può entrare in Cielo portando i beni degli altri; ora, tra tutti i beni esteriori, il più prezioso è il buon nome. La maldicenza è un vero omicidio, perché tre sono le nostre vite: la vita spirituale, con sede nella grazia di Dio; la vita corporale, con sede nell'anima; la vita civile che consiste nel buon nome. Il peccato ci sottrae la prima, la morte ci toglie la seconda, la maldicenza ci priva della terza. Il maldicente, con un sol colpo vibrato dalla lingua, compie tre delitti: uccide spiritualmente la propria anima, quella di colui che ascolta e toglie la vita civile a colui del quale sparla. Dice S. Bernardo che sia colui che sparla come colui che ascolta il maldicente, hanno il diavolo addosso, uno sulla lingua e l'altro nell'orecchio. Davide, riferendosi ai maldicenti dice: Hanno affilato le loro lingue come quelle dei serpenti.
[...]

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La criminalità delle chiacchiere

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Sac. Carlo Sacchetti

Papa Francesco, in un’omelia, del 13 settembre scorso, nella Messa alla Casa Santa Marta, è partito dalle parole di Gesù: «Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non t’accorgi della trave che è nel tuo?».
Gesù, ha spiegato il pontefice, vuole parlarci «di quell’atteggiamento odioso verso il prossimo, di quel diventare giudice del fratello». E qui, ha affermato, Gesù «dice una parola forte: ipocrita». Gli ipocriti, ha aggiunto papa Francesco sono coloro che «non hanno la forza, il coraggio di guardare i propri difetti. Il Signore non fa, su questo, tante parole. Poi dirà, più avanti, che quello che ha nel suo cuore un po’ d’odio contro il fratello è un omicida… Anche l’Apostolo Giovanni, nella sua prima Lettera, lo dice, chiaro: colui che odia suo fratello, cammina nelle tenebre; chi giudica il fratello, cammina nelle tenebre».

Il Pontefice ha usato espressioni molto forti: ogni volta che noi «giudichiamo i nostri fratelli nel nostro cuore e peggio, quando ne parliamo di questo con gli altri, siamo cristiani omicidi». «Un cristiano omicida … Non lo dico io, eh?, lo dice il Signore. E su questo punto, non c’è posto per le sfumature. Se tu parli male del fratello, uccidi il fratello. E noi, ogni volta che lo facciamo, imitiamo quel gesto di Caino, il primo omicida della Storia». In questo tempo in cui si parla di guerre e si chiede tanto la pace, «è necessario un gesto di conversione nostro. Le chiacchiere sempre vanno su questa dimensione della criminalità. Non ci sono chiacchiere innocenti». Usare la lingua per parlare male del proprio fratello «la usiamo per uccidere Dio, l’immagine di Dio nel fratello».

E se uno, in fondo, si merita le maldicenze? Anche su questo papa Francesco è stato molto netto: «Ma vai, prega per lui! Vai, fai penitenza per lei! E poi, se è necessario, parla a quella persona che può rimediare al problema. Ma non dirlo a tutti! Paolo è stato un peccatore forte, e dice di se stesso: “Prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia”. Forse nessuno di noi bestemmia – forse. Ma se qualcuno di noi chiacchiera, certamente è un persecutore e un violento. Chiediamo per noi, per la Chiesa tutta, la grazia della conversione dalla “criminalità delle chiacchiere” all’amore, all’umiltà, alla mitezza, alla mansuetudine, alla magnanimità dell’amore verso il prossimo».

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La lingua è un fuoco

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Sac. Carlo Sacchetti

“Il mio Natale: dar da mangiare senza affamare nessuno, vestire senza denudare nessuno, far vivere senza uccidere nessuno”.
Mi hanno molto colpito queste parole di Primo Mazzolari perché capovolgono la carità e permettono, senza eliminare la prospettiva più immediata, di vederne anche il fondo.

È evidente che la carità comprende il dare da mangiare, il vestire, il far vivere, ma non sempre è così chiaro che questa virtù è complessiva e richiede un atteggiamento totale di amore. Non si può pensare di assolvere al “comandamento più importante della Legge” se non ci si mette in gioco come persone, in tutto quello che siamo.

Direi che Don Primo nella prima parte evidenzia le braccia della carità, mentre nella seconda il cuore, l’anima.
“Senza affamare nessuno”, “Senza denudare nessuno”, “Senza uccidere nessuno”, ci riportano al cuore della carità.

L’amore è ascolto dell’altro. Dei suoi bisogni più veri e profondi, delle sue debolezze più umilianti, dei suoi difetti più irritanti. Quante persone hanno realmente fame, di attenzione, di tenerezza e dolcezza. La vera dolcezza non è carica di saccarosio, mielosa e quasi fastidiosa (diffidate di questo genere di attenzioni). Questa virtù consiste nel saper far sorridere chi non riesce a farlo da solo davanti ai suoi limiti, difetti e cadute. Certi cammini di conversione possono iniziare solamente là dove c’è uno sguardo che ti aiuta a sorridere dei tuoi limiti e con fiducia ti aiuta a comprendere che tu sei prezioso ugualmente. Sentirsi guardati così aiuta a gustare ciò che è bello di noi e fa nascere dentro il desiderio di crescere. Senza questo primo passo si rischia di cercare di cambiare per paura, per moralismo, per pressione sociale, ma non certo perché spinti dall’unica vera energia che può portarci fino alla meta: la libertà. Nella maggior parte dei casi si assiste a cammini intrapresi ma mai conclusi. Quando l’energia che ci spinge è quella della paura, o altre motivazioni immature, si rimane, presto o tardi, a piedi. Mi torna in mente la parabola delle dieci vergini dove alcune di loro rimangono senza olio. Sono tanti i tentativi, anche sofferti, non coronati dalla gioia propria di chi giunge alla vetta.

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La ragione per la quale merita vivere



Sac. Carlo Sacchetti

Desidero iniziare la riflessione di questa settimana con le parole di Dietrich Bonhoeffer che afferma:

“Il Sì e l’Amen sono il terreno sicuro sul quale poggiamo. Perdiamo continuamente di vista in questo tempo sconvolto la ragione per la quale merita vivere. Ci è consentito vivere continuamente vicino a Dio e in sua presenza e allora non c’è più niente di impossibile per noi non essendoci niente di impossibile per Dio. Nessuna potenza terrena può toccarci senza il volere di Dio e la miseria e il pericolo ci portano più vicino a Dio”.

Parole quelle di Bonhoeffer che aprono, nella difficile situazione attuale, una finestra di speranza, proprio perché ridanno peso specifico all’uomo. Sì perché le speranze che non nascono da un riscoprire i fondamenti dell’umano, che non ti portano a rimetterti in gioco per entrare in una prospettiva che nasce dalla verità del tuo essere profondo, sono pericolose e deludenti.

La prima risposta che ognuno di noi è tenuto a dare, per onestà con se stesso, per carità verso la propria persona, per la dignità della vita che ha tra le mani, è: “Perché sono al mondo?”.

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L'uomo è mistero



Sac. Carlo Sacchetti

Dio è più vicino di quanto pensiamo. Mi torna in mente il brano del libro del Deuteronomio al capitolo 4 versetto 7: “... quale grande nazione ha gli dei così vicini a sé, come il Signore, nostro Dio, è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo?”

Il problema di fondo è che abbiamo perso (anche per il peccato) la capacità di riconoscerlo. Ciò impoverisce l’uomo, lo rende insensibile e incapace di riconoscere quell’infinità di piccole cose che passano accanto ai suoi sensi e che gli parlano di Altro.

L’attenzione a quelle situazioni, esperienze, che ogni giorno accadono nella nostra vita è realmente un momento “spirituale”. Per spirituale non intendo qui solo la sua accezione religiosa, ma tutto ciò che permette all’uomo di cogliere la profondità e la grandezza del suo mistero, del suo esserci. L’uomo è un universo che parla di Altro. L’uomo è Mistero!

Tra le tante esperienze che l’uomo vive, vorrei sottolineare oggi quella dello “stupore”.

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L'inquietudine del credente



Sac. Carlo Sacchetti

Vorrei cominciare il nostro cammino di formazione e approfondimento settimanale lasciando la parola al nostro Pastore e Padre: Papa Francesco. Mi ha colpito molto, e per questo ve la propongo, l'omelia che ha pronunciato durante la Santa Messa per l'inizio del capitolo generale dell'ordine di Sant'Agostino, mercoledì 28 agosto 2013, presso la Basilica di Sant'Agostino in Campo Marzio a Roma.

 
“Ci hai fatti per Te e inquieto è il nostro cuore finché non riposa in te” (Le Confessioni, I,1,1). Con queste parole, diventate celebri, sant’Agostino si rivolge a Dio nelle Confessioni, e in queste parole c’è la sintesi di tutta la sua vita. “Inquietudine”. Questa parola mi colpisce e mi fa riflettere. Vorrei partire da una domanda: quale inquietudine fondamentale vive Agostino nella sua vita? O forse dovrei piuttosto dire: quali inquietudini ci invita a suscitare e a mantenere vive nella nostra vita questo grande uomo e santo? Ne propongo tre: l’inquietudine della ricerca spirituale, l’inquietudine dell’incontro con Dio, l’inquietudine dell’amore.
 
1. La prima: l’inquietudine della ricerca spirituale. Agostino vive un’esperienza abbastanza comune al giorno d’oggi: abbastanza comune tra i giovani d’oggi. Viene educato dalla mamma Monica nella fede cristiana, anche se non riceve il Battesimo, ma crescendo se ne allontana, non trova in essa la risposta alle sue domande, ai desideri del suo cuore, e viene attirato da altre proposte. Entra allora nel gruppo dei manichei, si dedica con impegno ai suoi studi, non rinuncia al divertimento spensierato, agli spettacoli del tempo, intense amicizie, conosce l’amore intenso e intraprende una brillante carriera di maestro di retorica che lo porta fino alla corte imperiale di Milano. Agostino è un uomo “arrivato”, ha tutto, ma nel suo cuore rimane l’inquietudine della ricerca del senso profondo della vita; il suo cuore non è addormentato, direi non è anestetizzato dal successo, dalle cose, dal potere.

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