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Unità Pastorale di Campagnola e Cognento


Nella speranza siamo stati salvati

Il Discernimento

discernimento


Sac. Carlo Sacchetti

Continuiamo il commento all’intervista del Papa.
La domanda che gli viene posta ora è:

«Che cosa significa per un gesuita essere Papa?
Voglio proseguire su questa linea e pongo al Papa una domanda a partire dal fatto che lui è il primo gesuita ad essere eletto Vescovo di Roma: «Come legge il servizio alla Chiesa universale che lei è stato chiamato a svolgere alla luce della spiritualità ignaziana? Che cosa significa per un gesuita essere eletto Papa? Quale punto della spiritualità ignaziana la aiuta meglio a vivere il suo ministero?».
«Il discernimento», risponde Papa Francesco. «Il discernimento è una delle cose che più ha lavorato interiormente sant'Ignazio.
Per lui è uno strumento di lotta per conoscere meglio il Signore e seguirlo più da vicino. Mi ha sempre colpito una massima con la quale viene descritta la visione di Ignazio: Non coerceri a maximo, sed contineri a minimo divinum est. Ho molto riflettuto su questa frase in ordine al governo, ad essere superiore: non essere ristretti dallo spazio più grande, ma essere in grado di stare nello spazio più ristretto. Questa virtù del grande e del piccolo è la magnanimità, che dalla posizione in cui siamo ci fa guardare sempre l'orizzonte.
È fare le cose piccole di ogni giorno con un cuore grande e aperto a Dio e agli altri. È valorizzare le cose piccole all'interno di grandi orizzonti, quelli del Regno di Dio».
«Questa massima offre i parametri per assumere una posizione corretta per il discernimento, per sentire le cose di Dio a partire dal suo "punto di vista". Per sant'Ignazio i grandi principi devono essere incarnati nelle circostanze di luogo, di tempo e di persone.
A suo modo Giovanni XXIII si mise in questa posizione di governo quando ripeté la massima Omnia ridere, multa dissimulare, pauca corrigere, perché, pur vedendo omnia, la dimensione massima, riteneva di agire su pauca, su una dimensione minima. Si possono avere grandi progetti e realizzarli agendo su poche minime cose. O si possono usare mezzi deboli che risultano più efficaci di quelli forti, come dice anche san Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi».

In queste parole di Papa Francesco troviamo una sapienza che illumina e guida la vita di tutti noi. Prima di tutto occorre evitare l’impulsività. Quanti errori e vite compromesse dall’impulsività. Per poter vivere la propria esistenza nel modo migliore, con le scelte che la edificano, è fondamentale il “discernimento”. A sua volta il discernimento necessita di alcune condizioni previe:

1. un’educazione al silenzio e alla meditazione. Una delle grandi assenti nell’uomo d’oggi è il darsi tempo per fare silenzio e guardare la propria vita da varie prospettive:
dall’inizio (con la gratitudine e la lettura degli eventi del passato visti come indicazioni importanti per scegliere bene oggi),
dalla fine (rivedere la propria esistenza dal letto di morte aiuta sempre a inquadrare in un orizzonte di verità il momento che stiamo vivendo, proprio perché ci aiuta a relativizzare ciò che non merita troppa attenzione),
dall’alto (perché non si riesce a vedere bene l’oggi in cui si è immersi se non si cerca di salire sul monte delle promesse che sostengono la nostra speranza e ci permettono di dare un senso a tutto ciò che viviamo),
dal basso (chiedendosi se ciò che stiamo vivendo corrisponde al sogno più profondo del nostro cuore, alla cosa più grande che possiamo fare).

2. libertà interiore.
La passione può essere buona o cattiva. È negativa quando:
ci toglie la lucidità e ci impedisce di allargare lo sguardo su ciò che rappresenta una speranza fondata (se poi diventa vizio ci porta alla cecitàWinking,
travalica il senso di responsabilità e si aggrappa a continue giustificazioni,
si ferma sull’attimo fuggente dimenticando che c’è sempre un prima e un dopo con cui occorre fare i conti.
È positiva quando:
coinvolge tutta la nostra persona e fa in modo che non agiamo solo con la testa o la volontà ma anche con il cuore,
dà un’energia straordinaria a ciò che facciamo permettendoci di raggiungere vette a cui non potremmo mai arrivare senza di essa.

3. fortezza interiore. Senza la fortezza, tutto ciò che abbiamo detto sopra non è realizzabile. La fortezza è decisiva per riuscire ad essere sinceri con se stessi, per avere il coraggio di cambiare ciò che comprendiamo non essere il meglio per noi (anche se abbiamo già un’età avanzata), per poter vivere con coerenza ciò in cui si crede, per potersi donare anche quando questo ci fa male. Senza una sincera ascesi, che si impone volontariamente qualche rinuncia, dubito che si possano allenare i “muscoli” della volontà. Senza questa forza non potremo mai realizzare ciò, che di volta in volta, scopriremo essere il meglio per noi.

4. umiltà. I santi ci hanno sempre insegnato che l’umiltà è la catena del rosario che ci permette di tenere insieme tutte le altre virtù. Anche per il “discernimento” l’umiltà è essenziale. Prima di tutto perché allarga il nostro sguardo. Quante cose non riusciamo a vedere perché accecati dall’orgoglio. Se provate a pensare alla parabola del “Fariseo e Pubblicano” (Lc 18,9-14) avete una chiara indicazione di quanto possa servire l’umiltà. Il Fariseo stava davanti e il Pubblicano in fondo al Tempio. Ora se provate ad andare nei primi banchi della vostra Chiesa riuscite a vedere poco, solo ciò che avete davanti a voi e a malapena ciò che avete di fianco. Se vi mettete in fondo alla Chiesa potete vedere tutto. L’umiltà fa proprio questo: ci permette di vedere molto di più e meglio.
Inoltre, riprendendo le parole del Pontefice, l’umiltà ci aiuta a osservare e leggere anche ciò che è piccolo. Quanti eventi, quanti segni, quante indicazioni preziose scivolano via nelle nostre giornate perché non le riconosciamo. Pensiamo che solo gli eventi appariscenti e rumorosi siano degni di attenzione. Avviene invece, nella vita di ognuno di noi, che le indicazioni più importanti ci vengano dagli eventi più semplici (nella colonna in seconda pagina trovate un bellissimo brano di Madeleine Delbrêl che dice proprio questo). Come è accaduto al Profeta Elia: «Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. Come l'udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all'ingresso della caverna» (1Re 19,11-13).

5. molta preghiera. Pregare apre la nostra mente a Colui che tutto sa. Apre la nostra volontà a Colui che tutto può. Apre il nostro cuore a Colui che non può amare qualcuno più di noi, che ci ha voluto e desiderato con tutto se stesso, che ha investito e investe continuamente su di noi, che non riesce a passare un istante senza pensare a noi, che ha fatto follie per noi e sarebbe disposto a farne infinite altre. È evidente che senza questa esperienza vissuta il discernimento mancherebbe sempre di un aspetto fondamentale.



Nella colonna in seconda pagina:

La Passione Delle Pazienze

La passione, la nostra passione, sì, noi l’attendiamo. Noi sappiamo che deve venire, e naturalmente intendiamo viverla con una certa grandezza.
Il sacrificio di noi stessi: noi non aspettiamo altro che ne scocchi l’ora.
Come un ceppo nel fuoco, così noi sappiamo di dover essere consumati. Come un filo di lana tagliato dalle forbici, così dobbiamo essere separati. Come un giovane animale che viene sgozzato, così dobbiamo essere uccisi.
La passione, noi l’attendiamo. Noi l’attendiamo, ed essa non viene.

Vengono, invece, le pazienze.
Le pazienze, queste briciole di passione, che hanno lo scopo di ucciderci lentamente per la tua gloria, di ucciderci senza la nostra gloria.

Fin dal mattino esse vengono davanti a noi:
sono i nostri nervi troppo scattanti o troppo lenti,
è l’autobus che passa affollato, il latte che trabocca,
gli spazzacamini che vengono,
i bambini che imbrogliano tutto.
Sono gl’invitati che nostro marito porta in casa
e quell’amico che, proprio lui, non viene;
è il telefono che si scatena;
quelli che noi amiamo e non ci amano più;
è la voglia di tacere e il dover parlare,
è la voglia di parlare e la necessità di tacere;
è voler uscire quando si è chiusi
è rimanere in casa quando bisogna uscire;
è il marito al quale vorremmo appoggiarci
e che diventa il più fragile dei bambini;
è il disgusto della nostra parte quotidiana,
è il desiderio febbrile di tutto quanto non ci appartiene.

Così vengono le nostre pazienze, in ranghi serrati o in fila indiana, e dimenticano sempre di dirci che sono il martirio preparato per noi.

E noi le lasciamo passare con disprezzo, aspettando - per dare la nostra vita - un’occasione che ne valga la pena.
Perché abbiamo dimenticato che come ci son rami che si distruggono col fuoco, così ci son tavole che i passi lentamente logorano e che cadono in fine segatura.
Perché abbiamo dimenticato che se ci son fili di lana tagliati netti dalle forbici, ci son fili di maglia che giorno per giorno si consumano sul dorso di quelli che l’indossano.
Ogni riscatto è un martirio, ma non ogni martirio è sanguinoso: ce ne sono di sgranati da un capo all’altro della vita.

È la passione delle pazienze.
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