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Unità Pastorale di Campagnola e Cognento


Nella speranza siamo stati salvati

Dove sta la dignità di una persona devastata dalla malattia?

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Sac. Carlo Sacchetti

Concludevo la scorsa settimana, dopo aver citato una lettera di F. M. Dostoevskij, con queste parole:

«Possiamo anche dire che “da soli non possiamo comprendere il Mistero del dolore, abbiamo bisogno dell’amicizia e dell’amore delle altre persone. La via silenziosa della nostra coscienza deve essere accompagnata, nella sua solitaria fatica, dagli sguardi, dal calore delle mani e dalla compagnia di amici e consorti”.
Il mistero del dolore, come quello della resurrezione, non lo si comprende da soli. Vi può essere una dimensione di solitudine in chi soffre, ma la vittoria su di esso e la sua comprensione si sperimentano solo nella sollecitudine e vicinanza di chi ci ama».

Per continuare questa riflessione vorrei proporvi una storia dei nostri giorni raccontata, in una lettera inviata al quotidiano Avvenire, da Antonella Goisis, un medico di hospice. Ho fatto questa scelta perché ciò che in essa viene narrato si pone in piena continuità con ciò che abbiamo meditato la scorsa settimana e inoltre perché questo Testata d’Angolo uscirà sabato 1 novembre, il giorno in cui Brittany Maynard ha annunciato al mondo che si toglierà la vita. Malata di cancro al cervello, la cui prima diagnosi le è stata fatta a gennaio, Brittany ha preso la decisione di farsi praticare l'eutanasia agli inizi di ottobre, quando ha dichiarato che sarebbe morta in pace, con suo marito a fianco, il primo novembre, proprio il giorno dopo il compleanno del suo compagno.
“Non sono una suicida – ha spiegato – e se lo fossi stata l’avrei già fatto, ma sto morendo e voglio farlo. Il mio tumore è così grande che servirebbero delle potenti radiazioni al cervello solo per rallentarne l’avanzata ma con effetti collaterali spaventosi, tra cui le ustioni. Con la mia famiglia abbiamo ragionato e verificato che non esiste un trattamento. Le cure palliative inoltre non riducono comunque il dolore devastante e la possibilità che possa perdere a breve le capacità cognitiva e di movimento, ho deciso quindi per una morte dignitosa”.

Leggiamo dunque la lettera di Antonella Goisis:

«Poche settimane fa mi è morta tra le mani una giovane donna, portatrice, come Brittany Maynard, di un esteso glioblastoma cerebrale. Era stata anche lei, come Maynard, bella e piena di vita, ma la malattia e le terapie avevano cambiato profondamente il suo fisico – non so se anche il suo cuore – perché Lucia - chiamiamola così - non poteva più parlare, si esprimeva, quando possibile, con lo sguardo. Da quando lavoro all’hospice, ho visto morire 2.780 persone, l’ultima l’ho appena inserita nel mio database e, in questi anni, una folla di domande si è presentata nella mia mente e nel mio cuore. Prima fra tutte: qual è il senso? Qual era il senso della vita di Lucia, che giaceva nel suo letto ed era solo in grado di guardarci? Il dolore, quello fisico, non c’era, ma la sofferenza? Quanta sofferenza avrà sopportato Lucia? Quanto avrà sofferto per la nostra incapacità di comprenderla sino in fondo e di andare in suo aiuto? Non sarebbe stato meglio una morte dolce? Ma esiste una morte 'dolce'?
Io per prima sono, a volte, schiacciata da questa domanda e alla ricerca di una risposta che convinca, prima di tutti, me stessa. Nel caso di Lucia la risposta me l’ha data, senza saperlo, suo figlio, un giovanissimo ragazzo che raggiungeva la sua mamma ogni pomeriggio e stava ore a tenerle compagnia, parlandole, anche se lei non poteva rispondere come avrebbe voluto. La accarezzava, a volte si sdraiava nel letto accanto a lei, e l’abbracciava forte, altre la metteva sulla carrozzina e la portava in giardino. Quando la mamma è morta lui è rimasto con lei, l’ha fatta vestire e truccare riportandola un poco all’antico splendore. E ha capito, ha capito di aver fatto qualcosa di grande per lei e per se stesso, che tutto l’amore dato l’avrebbe aiutato a rimanere sempre con la sua mamma, anche se in un modo diverso, che non ci è dato conoscere, ma che possiamo sentire dentro, nel cuore profondo di agostiniana memoria, e che l’aveva reso un uomo. Quanto stridenti sono queste immagini con quelle del video di Brittany... L’ho visto più volte: le immagini felici di questa povera ragazza con la sua migliore amica e suo marito, quel letto bellissimo dove ha deciso di finire la sua vita, mi hanno spaventato il cuore. Perché la vita non è questo. La vita è un percorso straordinario tra tanti momenti terribili e alcuni momenti straordinariamente belli. La vita è adesso, è come la stiamo vivendo, il domani non ci appartiene, nessuno di noi può dire con sicurezza che sarà vivo. Certo, i malati hanno maggiore consapevolezza di un destino che ci accomuna tutti, che arriverà comunque per tutti noi, ma che non serve anticipare. Potremmo perdere delle occasioni, potremmo perdere la speranza, potremmo perdere l’amore».
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