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Unità Pastorale di Campagnola e Cognento


Nella speranza siamo stati salvati

Il cielo e la melma

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Sac. Carlo Sacchetti

Susanna Tamaro, nella rubrica “Un cuore pensante” fa questa riflessione:

«Nella vita alle volte basterebbe che qualcuno, a un tratto, ti tenesse per mano. Un passaggio difficile, una cengia, un guado dalle acque minacciose - niente è insuperabile se, accanto a noi, si manifesta una presenza rassicurante. Ma se accanto abbiamo solo il vuoto?
Dove finisce un aquilone il cui filo si srotola, senza che nessuno più lo trattenga? Sparisce probabilmente nello stesso paese dove svaniscono i palloncini. Così io già veleggiavo verso il cielo, il fascino dell’alto era il fascino della mia vita, non so Chi mi avesse messo dentro questo tarlo, sentivo la brezza sfiorare la mia carta velina e la coda colorata frustrava allegra l’aria come se stesse cantando. Ci ho messo parecchio ad accorgermi che quella corsa felice non era più trattenuta da una mano e che le correnti violente mi avevano trascinato di nuovo a terra, nel fango. Cos’è questa melma dove sono finita, mi chiedevo, questo pantano senza orizzonti? L’opacità in qualche modo conforta, non si deve più scegliere, non si deve più rischiare, si può star fermi ad aspettare, abbandonandosi alla sonnolenza che si fa sempre più forte. Non tutti, non sempre si accorgono che quel torpore è l’anticamera della morte».

Che belle queste parole che ci accompagnano, per mano, dentro al cuore di una donna che come una lente di ingrandimento ci racconta ciò che accade nel cuore di ogni uomo. Sì perché queste dinamiche appartengono all’essenza di ogni cuore anche se la maggior parte delle persone rischia o di non sentirle (diciamo meglio: preferisce non ascoltarle lasciando che la vita si riempia di rumori, emozioni, distrazioni) o ne viene travolta e schiacciata precipitando in un nichilismo che prende forme differenti: depressione, aggressione, rabbia, violenze verso se stessi o gli altri.
Siamo sconvolti dalle notizie di cronaca che ci vengono gettate addosso senza nessun pudore dai media. Si uccide una persona perché ha deciso di non continuare una relazione d’amore, si elimina un figlio perché non si riesce a gestire la vita dopo la sua venuta al mondo, si massacra un vicino per una lite di condominio ecc. Potremmo continuare in questa lista degli orrori limitandoci a prenderne le distanze pensando che sono cose che noi non faremmo mai. Così riusciamo a sterilizzare questi eventi rendendoli innocui per la nostra vita e il nostro equilibrio.

Anche i recenti dati di cronaca che il papa ha chiarito, con la sua solita semplicità e forza, nel discorso ai medici, denunciano questa confusione: «Il pensiero dominante propone a volte una “falsa compassione”: quella che ritiene sia un aiuto alla donna favorire l’aborto, un atto di dignità procurare l’eutanasia, una conquista scientifica “produrre” un figlio considerato come un diritto invece di accoglierlo come dono; o usare vite umane come cavie di laboratorio per salvarne presumibilmente altre. La compassione evangelica invece è quella che accompagna nel momento del bisogno, cioè quella del Buon Samaritano, che “vede”, “ha compassione”, si avvicina e offre aiuto concreto (cfr Lc 10,33)»[…] «Giocare con la vita. Siate attenti, perché questo è un peccato contro il Creatore: contro Dio Creatore, che ha creato le cose così».
Tutto questo vale anche per l’economia che senza un riferimento etico, che affonda le sue radici in Dio, in quelle mani che tengono il filo dell’aquilone, si apre a scenari terribili. Abbiamo toccato tutti con mano che un benessere senza un progetto etico su cui fondarsi non può che portare a precipizi e buchi neri nei quali precipitano sempre i più deboli e poveri.

In questo testo, così semplice e profondo (caratteristiche che accompagnano sempre ciò che è vero), la Tamaro, in modo mirabile, dipinge la vita di ciascuno come un aquilone che per poter sentire la brezza sfiorare la sua carta velina e per poter frustare allegro l’aria con la sua coda, necessita di una mano che regge il filo e lo guida con maestria.
Senza questa mano, si è trascinati di nuovo a terra da correnti violente.
Con questa immagine vivida e realista siamo portati difronte all’evidenza che l’uomo ritrova se stesso, e può permettersi di ascoltare la sete di cielo che ha nel cuore, solo se riconosce e si affida a quella mano che un giorno lo ha plasmato e ora lo guida nelle correnti della vita.

La storia ci ha mostrato che chi ha pensato di emancipare l’uomo uccidendo Dio è poi precipitato o nella follia (pensiamo a Nietzsche), o nella confusione, o nella presunzione scientista che però deve saltare alcuni passaggi per non contraddirsi, o nella “melma di una vita senza nome dove l’opacità diventa l’unico conforto”: “non si deve più scegliere, non si deve più rischiare, si può star fermi ad aspettare, abbandonandosi alla sonnolenza che si fa sempre più forte”, “in quel torpore che è l’anticamera della morte”.

Avere il coraggio di riconoscere che l’uomo è “solo” un aquilone è accogliere la sua “vera” grandezza. Essere creature ci rimanda sì a un Creatore, a leggi che sono iscritte nel suo disegno, ma allo stesso tempo ci permette di conoscere chi siamo e vivere l’esistenza con qualcuno che ci tiene per mano e ci permette di volare felici, sulle correnti del sentirsi amati e del poter sperare.

Non accontentiamoci di rimanere passivi e disorientati davanti a una televisione che presenta una cronaca fatta di elementi chiusi in se stessi che colpiscono solo ciò che rimane a un livello immediato: le emozioni.
Dare un “nome” alle cose, assumersi la responsabilità di ciò che accade, impegnarsi a partire dal proprio ambiente per aiutare l’uomo a pensare, a cercare oltre ciò che accade è in fondo il modo più bello di vivere. Alla fine, però, ci accorgeremo che questo “senso” ci è donato, da queste “mani”, come Rivelazione. Ragione e Fede sono, dunque, le due ali che innalzano l’uomo fino alla verità.
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