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Unità Pastorale di Campagnola e Cognento


Nella speranza siamo stati salvati

L'opera di Dio

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Sac. Carlo Sacchetti

È impressionante cogliere come le dinamiche che accompagnano la vita di chi vive con persone portatrici di handicap, se lette in modo profondo parlino dell’esperienza di tutti, della vita di ogni uomo.
Ciò che rende saggia una persona è il poter attingere a quel patrimonio umano essenziale che, proprio perché tale, appartiene ad ogni uomo.
In questa prospettiva continuiamo a leggere la testimonianza di Jean Vanier.

«A quell'epoca ho cominciato a visitare degli ospedali psichiatrici, degli istituti, ed in una di queste istituzioni dolorose ho incontrato due uomini, Raphael e Philippe. Raphael ed io abbiamo la stessa età ma il viaggio della nostra vita è stato molto diverso. Quando aveva tre anni lui ha avuto la meningite, così ha perso la parola, cammina con difficoltà. Quando la mamma e il papà sono morti è stato messo in questa istituzione, senza chiedergli che cosa ne pensasse. Così ho condotto entrambi, Raphael e Philippe, in una piccola casa un po' diroccata che avevo comprato.
All'inizio non c'erano servizi igienici, non c'era riscaldamento e non c'era nemmeno la luce. Le leggi sociali erano un po' diverse a quell'epoca e così abbiamo cominciato a vivere insieme. Io cucinavo e mangiavamo molto male. Come tutta la gente, passavamo la metà del nostro tempo a sporcare e l'altra metà a pulire.
Facevamo tutto insieme e, come sapete, quando due o tre persone stanno insieme cominciano a litigare. Poi abbiamo iniziato a perdonare, a perdonarci gli uni gli altri. Così poco a poco, ho scoperto un piccolo comandamento di Gesù che a prima vista sembra sconcertante. Gesù dice: "Quando date una cena, non invitate i membri della vostra famiglia, non i vostri ricchi vicini, non i vostri amici, perché rischiate di fare questo soltanto per essere invitati a vostra volta. Quando date un banchetto invitate i poveri, i ciechi, gli storpi, le persone che hanno un handicap, così sarete felici, sarete molto felici".
Non trovate questo stupefacente? Se voi mangiaste con i poveri, entrereste nella beatitudine; una delle beatitudini. E sapete cosa vuol dire: "Beati i poveri di spirito"? È molto semplice: vuol dire che Dio si avvicina a te; Dio sarebbe con te. Se tu mangi alla tavola con i poveri, Dio sarà con te. E così ho cominciato a scoprire che questo era uno dei testi fondamentali dell’ARCA.
Vivendo con Raphael e Philippe, progressivamente ho scoperto la profondità della sofferenza e della loro sofferenza, la profondità del loro cuore ferito. Sapete non è facile sentire per tutta la vita che sei una delusione per i tuoi genitori; non è facile per un genitore portare il lutto del sogno che aveva per il figlio. Tutte queste domande delle persone che hanno un handicap toccano delle immense sofferenze umane.
Ho incontrato anche dei papà e delle mamme con un cuore profondamente ferito; anche loro ponevano queste domande: "Perché? Perché ci è successo questo?". È la stessa domanda che i discepoli ponevano a Gesù. Quando hanno visto quell'uomo nato cieco, hanno detto a Gesù: "Perché? È a causa dei suoi peccati o dei peccati dei suoi genitori? Chi è il colpevole?". E Gesù ha rifiutato con forza questa prospettiva: "Non è questione di peccato, ma è perché l'opera di Dio possa realizzarsi".


Sapete che cosa è l'opera di Dio? Non soltanto che quest'uomo sia guarito. Voi sapete bene cosa è l'opera di Dio. L'opera di Dio è dare la pace, l'opera di Dio è riunire nell'unità, l'opera di Dio è l'amore, l'opera di Dio è riunire persone molto diverse nell'unità.
L'opera dell’anti-Dio è quella di separare, di dividere. È mettere delle persone, da sole, nel mondo dell'angoscia, risvegliare l'odio, creare la guerra; l'opera di Dio è quella di riunire delle persone insieme in comunità perché così possano amarsi. Questo è tutto il Vangelo: "Come il Padre ha amato me, così ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Il mio comandamento è che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amato". Questa è l'opera di Dio».

Jean Vanier con questo testo ci dona una chiave di lettura straordinaria. Tutto ciò che accade è per “riunire nell’unità”. Anche le prove, che spesso imputiamo a Dio come Suo peccato o dimenticanza, se vissute bene, aprono la nostra mente e il nostro cuore agli altri. A maggior ragione i doni, sia le qualità che abbiamo, sia i mezzi materiali, non hanno lo scopo di farci sentire migliori o garantirci una vita di agi, ma servono “per riunire le persone in unità”. Se imparassimo a vedere tutta la vita in questa prospettiva, cominceremmo a entrare in quella “sapienza” che dà spessore e valore a tutto ciò che accade in ogni nostra giornata.
Ciò che rende terribile una prova non è tanto che questa sia realmente molto dolorosa ma il non poterla chiamare per nome, non riuscire a collocarla in un orizzonte di senso che vada oltre di essa, non riuscire a vedere un bene che può fiorire e crescere anche grazie ad essa, non riuscire a intravvedere l’alba della risurrezione di cui questa situazione è preludio.

Lasciamo che l’esperienza di cui ci parla Jean Vanier ci introduca in quella “chiave del vivere” che è il riscoprire la vocazione comunitaria fondamentale di tutta l’umanità. Cominciamo dunque già da oggi, a rileggere tutto ciò che accade alla luce di quella che è “l’opera di Dio”. Una nuova luce, una sapienza più ricca, riempirà di promessa il nostro futuro.
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