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Unità Pastorale di Campagnola e Cognento


Nella speranza siamo stati salvati

La Chiesa? Un ospedale da campo...

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Sac. Carlo Sacchetti

Eccoci giunti a una parte fondamentale dell’intervista che stiamo commentando:

Papa Benedetto XVI, annunciando la sua rinuncia al Pontificato, ha ritratto il mondo di oggi come soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede che richiedono vigore sia del corpo, sia dell'anima. Chiedo al Papa, anche alla luce di ciò che mi ha appena detto: «Di che cosa la Chiesa ha più bisogno in questo momento storico? Sono necessarie riforme? Quali sono i suoi desideri sulla Chiesa dei prossimi anni? Quale Chiesa "sogna"?».
Papa Francesco, cogliendo l'incipit della mia domanda, comincia col dire: «Papa Benedetto ha fatto un atto di santità, di grandezza, di umiltà. È un uomo di Dio», dimostrando un grande affetto e una enorme stima per il suo predecessore.
«Io vedo con chiarezza - prosegue - che la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. È inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto. Curare le ferite, curare le ferite... E bisogna cominciare dal basso».
«La Chiesa a volte si è fatta rinchiudere in piccole cose, in piccoli precetti. La cosa più importante è invece il primo annuncio: "Gesù Cristo ti ha salvato!". E i ministri della Chiesa devono innanzitutto essere ministri di misericordia. Il confessore, ad esempio, corre sempre il pericolo di essere o troppo rigorista o troppo lasso. Nessuno dei due è misericordioso, perché nessuno dei due si fa veramente carico della persona. Il rigorista se ne lava le mani perché lo rimette al comandamento. Il lasso se ne lava le mani dicendo semplicemente "questo non è peccato" o cose simili. Le persone vanno accompagnate, le ferite vanno curate».


«Curare le ferite, curare le ferite… E bisogna cominciare dal basso». Con queste parole il Papa non intende puntare a un cristianesimo al ribasso per evitare di creare tensioni e conflitti. “Cominciare dal basso” va inteso come l’andare in profondità, in ciò che caratterizza l’uomo, ogni uomo. Scendere a quel livello dove tutti prima o poi si ritrovano. Lì dove ogni persona sente la necessità di un senso, il bisogno di una speranza, la sete di felicità. È qui che ci riscopriamo come fratelli, con le stesse radici e con lo stesso destino.

L’annuncio del Vangelo è prima di tutto, annuncio di una Buona Novella, di una notizia luminosa, inattesa, promettente. Questo annuncio ha senso ed efficacia solo se scaturisce da questo terreno di “profonda fraternità umana”. Prima di tutto preoccupiamoci di far sentire all’altro che siamo come lui, che viviamo di ciò che vive lui. È sulla base di questa “simpatia” iniziale che si crea il terreno fertile dove può crescere l’annuncio del Vangelo.
Lo sguardo a cui ci invita il Papa è quello di condividere, con le persone che incontriamo, la lieta notizia che noi stessi abbiamo ricevuto e che ha cambiato la nostra vita. Grazie a questa speranza l’esistenza terrena non è solamente il passare da un’esperienza all’altra, da un’emozione all’altra, da una consolazione a una delusione, da una gioia a un dolore, per poi finire senza un perché. Gesù Cristo è venuto a raccontare all’uomo il Pensiero che all’inizio dei tempi ha generato tutto ciò che è. Lui, la Parola del Padre, ha mostrato all’uomo il cuore di Dio, quell’incontenibile amore che ha avuto l’ardore, il coraggio, potremmo dire la follia, di intraprendere l’avventura della creazione.
Il Papa ci invita a guardare l’uomo, ogni uomo (non corriamo subito alla valutazione morale, non scivoliamo in quel giudizio travestito di oggettività che si chiama pregiudizio), come una benedizione, un bene per me, un bene per il mondo. Quando si vive la propria fede come una serie di comportamenti, come un luogo per ricercare un’accettazione sociale, come oppio per placare le paure profonde, non si possiede l’energia fondamentale dell’annuncio: la gioia. Il cristianesimo diventa la scelta del “no” piuttosto che quella del “sì”. Questi cristiani del “capretto” (così li chiamano con riferimento alla parabola del Padre misericordioso, conosciuta anche come parabola del figliol prodigo) tendono a ridurre il cristianesimo alla loro sensibilità e cogliere il messaggio di Cristo in modo parziale. Penso che abbiate notato anche voi come ci si fissa su alcuni peccati o alcune vie (quelle che corrispondono più alla propria sensibilità o debolezza) trascurando tanti altri aspetti. Così c’è chi sottolinea soprattutto gli aspetti sociali, chi quelli educativi, chi quelli spirituali e così via. Tutta questa “struttura” appesantisce e toglie lo slancio che è proprio di Dio e del suo amore.
Gesù ci ha insegnato lo stile di Dio. Anche di fronte a peccatori pubblici ha colto l’amore che, in modo sbagliato, hanno cercato. A volte quando mi trovo con giovani che hanno commesso vari errori, mi rendo conto che dietro a questo loro sbagliare c’era una ricerca vera, in molti casi sincera, di felicità. Hanno poi sbagliato la strada ma il modo migliore per aiutarli è proprio partire da questa sincera ricerca di gioia.
Questo è quell’accompagnare, quel riscaldare il cuore, quella vicinanza, quella prossimità di cui ci parla il Papa.
Sono 25 anni che confesso e direi che proprio questo ministero mi ha educato a questo stile. Ogni persona va presa sul serio, va accolta ed aiutata. Come dice il Pontefice vi sono molti modi per lavarsi le mani dinanzi all’altro. Il rigorismo e il lassismo (figlio del relativismo) sono entrambi modi per non farsi carico di chi si ha di fronte.
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