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Unità Pastorale di Campagnola e Cognento


Nella speranza siamo stati salvati

La criminalità delle chiacchiere

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Sac. Carlo Sacchetti

Papa Francesco, in un’omelia, del 13 settembre scorso, nella Messa alla Casa Santa Marta, è partito dalle parole di Gesù: «Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non t’accorgi della trave che è nel tuo?».
Gesù, ha spiegato il pontefice, vuole parlarci «di quell’atteggiamento odioso verso il prossimo, di quel diventare giudice del fratello». E qui, ha affermato, Gesù «dice una parola forte: ipocrita». Gli ipocriti, ha aggiunto papa Francesco sono coloro che «non hanno la forza, il coraggio di guardare i propri difetti. Il Signore non fa, su questo, tante parole. Poi dirà, più avanti, che quello che ha nel suo cuore un po’ d’odio contro il fratello è un omicida… Anche l’Apostolo Giovanni, nella sua prima Lettera, lo dice, chiaro: colui che odia suo fratello, cammina nelle tenebre; chi giudica il fratello, cammina nelle tenebre».

Il Pontefice ha usato espressioni molto forti: ogni volta che noi «giudichiamo i nostri fratelli nel nostro cuore e peggio, quando ne parliamo di questo con gli altri, siamo cristiani omicidi». «Un cristiano omicida … Non lo dico io, eh?, lo dice il Signore. E su questo punto, non c’è posto per le sfumature. Se tu parli male del fratello, uccidi il fratello. E noi, ogni volta che lo facciamo, imitiamo quel gesto di Caino, il primo omicida della Storia». In questo tempo in cui si parla di guerre e si chiede tanto la pace, «è necessario un gesto di conversione nostro. Le chiacchiere sempre vanno su questa dimensione della criminalità. Non ci sono chiacchiere innocenti». Usare la lingua per parlare male del proprio fratello «la usiamo per uccidere Dio, l’immagine di Dio nel fratello».

E se uno, in fondo, si merita le maldicenze? Anche su questo papa Francesco è stato molto netto: «Ma vai, prega per lui! Vai, fai penitenza per lei! E poi, se è necessario, parla a quella persona che può rimediare al problema. Ma non dirlo a tutti! Paolo è stato un peccatore forte, e dice di se stesso: “Prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia”. Forse nessuno di noi bestemmia – forse. Ma se qualcuno di noi chiacchiera, certamente è un persecutore e un violento. Chiediamo per noi, per la Chiesa tutta, la grazia della conversione dalla “criminalità delle chiacchiere” all’amore, all’umiltà, alla mitezza, alla mansuetudine, alla magnanimità dell’amore verso il prossimo».

Rileggendo le parole del Papa, il senso di questo “peccato” viene educato e si è portati a riconoscere che è uno dei principali ostacoli alla comunione e alla pace. Non si può parlare di pace fino a che non cerchi con tutto te stesso di evitare questo peccato.

Purtroppo l’ipocrisia di cui ci parla il Vangelo e che il Papa riprende, ci porta in molti casi a scusarci affermando che in fondo non volevamo fare del male. Ma intanto le parole le abbiamo già dette o, in alcuni casi, lasciate intuire. Alcuni, più sensibili, si limitano a porre le condizioni perché un altro faccia le affermazioni più gravi, che loro non si sentirebbero mai di fare (fare l’assist perché l’altro faccia il goal è ipocrisia pura). Vi è poi quel “sottile gusto” che riempie il cuore quando persone, con le quali non c’è intesa, vengono beffeggiate, umiliate, oppure sbagliano. Questo piacere silenzioso ed interiore è veleno, dei più nocivi, per l’anima e per la persona.

Se comprendessimo quanto ci fa male un simile atteggiamento, faremmo di tutto per estirparlo dalla nostra vita, proprio come si fa con un tumore.

La salute comincia a tornare nel momento in cui cerchiamo il buono che ci può essere nel fratello. Occorre pregare per lui e considerarlo come lo considererebbe sua madre. Ho conosciuto molte madri che avevano figli in situazioni difficili, che avevano sulle spalle errori molto gravi. Ma in loro vi era un modo speciale di considerarli. Alla sofferenza intima (sentivano questi errori come loro) univano una tenerezza che non riuscivano a perdere neppure in situazioni così estreme. Tenerezza che è animata da speranza e fiducia. Quando giudichi il fratello tu gli neghi la speranza e la fiducia che possa cambiare e proprio per questo gli togli la vita, gli togli il futuro. Senza speranza e fiducia non vi può essere vita. Come dicevo prima, le madri ci insegnano il giusto atteggiamento che pur rimanendo fermo è sempre animato da questi sentimenti.

Lo scorso 28 settembre, riferendosi alle chiacchiere in Vaticano il Papa ha ripreso l'argomento affermando: «Chiediamo a San Michele che ci aiuti in questa guerra: mai parlare male uno dell’altro, mai aprire le orecchie alle chiacchiere». Bergoglio ha anche esortato i gendarmi a intervenire se sentono «che qualcuno chiacchiera - Bisogna, fermarlo!», ha detto suggerendo ai militari le parole da usare: «Qui non si può: gira la porta di Sant’Anna, va fuori e chiacchiera là! Qui non si può!».

Come mi piacerebbe che vi fossero “gendarmi” anche nella mia Parrocchia che sentendo parlar male del fratello dicessero: «Qui non si può!».
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