Site logo

Unità Pastorale di Campagnola e Cognento


Nella speranza siamo stati salvati

La lingua è un fuoco

la_lingua_come_fuoco


Sac. Carlo Sacchetti

“Il mio Natale: dar da mangiare senza affamare nessuno, vestire senza denudare nessuno, far vivere senza uccidere nessuno”.
Mi hanno molto colpito queste parole di Primo Mazzolari perché capovolgono la carità e permettono, senza eliminare la prospettiva più immediata, di vederne anche il fondo.

È evidente che la carità comprende il dare da mangiare, il vestire, il far vivere, ma non sempre è così chiaro che questa virtù è complessiva e richiede un atteggiamento totale di amore. Non si può pensare di assolvere al “comandamento più importante della Legge” se non ci si mette in gioco come persone, in tutto quello che siamo.

Direi che Don Primo nella prima parte evidenzia le braccia della carità, mentre nella seconda il cuore, l’anima.
“Senza affamare nessuno”, “Senza denudare nessuno”, “Senza uccidere nessuno”, ci riportano al cuore della carità.

L’amore è ascolto dell’altro. Dei suoi bisogni più veri e profondi, delle sue debolezze più umilianti, dei suoi difetti più irritanti. Quante persone hanno realmente fame, di attenzione, di tenerezza e dolcezza. La vera dolcezza non è carica di saccarosio, mielosa e quasi fastidiosa (diffidate di questo genere di attenzioni). Questa virtù consiste nel saper far sorridere chi non riesce a farlo da solo davanti ai suoi limiti, difetti e cadute. Certi cammini di conversione possono iniziare solamente là dove c’è uno sguardo che ti aiuta a sorridere dei tuoi limiti e con fiducia ti aiuta a comprendere che tu sei prezioso ugualmente. Sentirsi guardati così aiuta a gustare ciò che è bello di noi e fa nascere dentro il desiderio di crescere. Senza questo primo passo si rischia di cercare di cambiare per paura, per moralismo, per pressione sociale, ma non certo perché spinti dall’unica vera energia che può portarci fino alla meta: la libertà. Nella maggior parte dei casi si assiste a cammini intrapresi ma mai conclusi. Quando l’energia che ci spinge è quella della paura, o altre motivazioni immature, si rimane, presto o tardi, a piedi. Mi torna in mente la parabola delle dieci vergini dove alcune di loro rimangono senza olio. Sono tanti i tentativi, anche sofferti, non coronati dalla gioia propria di chi giunge alla vetta.

Ma Don Primo non si limita a questo, aggiunge che la carità è anche parlare dell’altro senza “denudarlo”. La vergogna propria di chi rimane nudo davanti agli altri, ci riporta a tutte le volte che non siamo sempre attenti a parlare del fratello facendone risaltare le virtù. Esporre l’altro alle critiche e incomprensioni è terribile. Eppure ci sono tante persone che pur non sporcandosi le mani direttamente, insinuano negli altri questo veleno. Loro non si permetterebbero mai di criticare in modo così duro una persona, ma con il loro fare e dire sottovoce, la espongono al “pubblico vituperio”. Avere a cuore la dignità e l’onorabilità del fratello è certo il modo più sicuro per rimanere nel mondo della carità.

Tutto questo ci introduce al terzo appello che ci fa Don Primo. Non occorre avere il porto d’armi per uccidere una persona, è sufficiente avere una bocca. Ascoltiamo l’inizio del capitolo terzo della lettera di Giacomo:

La lingua è un fuoco
«1 Fratelli miei, non siate in molti a fare da maestri, sapendo che riceveremo un giudizio più severo: 2tutti infatti pecchiamo in molte cose. Se uno non pecca nel parlare, costui è un uomo perfetto, capace di tenere a freno anche tutto il corpo. 3Se mettiamo il morso in bocca ai cavalli perché ci obbediscano, possiamo dirigere anche tutto il loro corpo. 4Ecco, anche le navi, benché siano così grandi e spinte da venti gagliardi, con un piccolissimo timone vengono guidate là dove vuole il pilota. 5Così anche la lingua: è un membro piccolo ma può vantarsi di grandi cose. Ecco: un piccolo fuoco può incendiare una grande foresta! 6Anche la lingua è un fuoco, il mondo del male! La lingua è inserita nelle nostre membra, contagia tutto il corpo e incendia tutta la nostra vita, traendo la sua fiamma dalla Geènna. 7Infatti ogni sorta di bestie e di uccelli, di rettili e di esseri marini sono domati e sono stati domati dall'uomo, 8ma la lingua nessuno la può domare: è un male ribelle, è piena di veleno mortale. 9Con essa benediciamo il Signore e Padre e con essa malediciamo gli uomini fatti a somiglianza di Dio. 10Dalla stessa bocca escono benedizione e maledizione. Non dev'essere così, fratelli miei! 11La sorgente può forse far sgorgare dallo stesso getto acqua dolce e amara? 12Può forse, miei fratelli, un albero di fichi produrre olive o una vite produrre fichi? Così una sorgente salata non può produrre acqua dolce».

Nel nostro aiutare i poveri e bisognosi non dimentichiamo dunque che la tazza che stiamo offrendo non serve a nulla se non ha un fondo. Che il dono che abbiamo fatto si dissolve se tornati a casa incendiamo una foresta con la nostra lingua.

Come potrebbe brillare la nostra Comunità se ognuno di noi, a partire da me, cercasse ogni giorno questa completezza d’amore. Raccogliamo l’invito di Chiara Lubich a non perdere tempo e iniziare solleciti questo cammino: “Vuoi imparare ad amare? Ad amare Dio, ad amare i fratelli per Lui? Non attendere un istante, non pensare troppo, non fermarti a desiderare di amare, ma ama subito nel momento presente. Ed amare significa fare subito, ora, adesso, in questo minuto, la volontà di Dio, non la tua”.
blog comments powered by Disqus