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Unità Pastorale di Campagnola e Cognento


Nella speranza siamo stati salvati

Mi ami?

Mi_ami


Sac. Carlo Sacchetti

Non ho mai nascosto la mia ammirazione, e in tanti aspetti, il mio debito spirituale, verso Jean Vanier. Lui che da ufficiale di marina aveva imparato che è dall’efficienza che si valuta la statura di un uomo è stato come “colpito” da una domanda che ha segnato tutta la sua vita a venire: che dire di chi non è e non sarà mai in alto in una gerarchia? Che dire, perciò, della maggioranza degli esseri umani? E’ giusto coltivare in loro sogni che non potranno mai realizzare, anzi contro cui si spezzeranno le loro vite, sbarrate da altre vite più svelte, più scaltre, ma sempre terribilmente poche?
Ascoltiamo una parte di una sua testimonianza.

«Gesù mi ha chiamato a seguirlo e ho lasciato la marina; ho avuto il privilegio di essere accolto da un padre domenicano che è diventato il mio padre spirituale e intellettuale. Ho studiato, ho cominciato ad insegnare filosofia in Canada . Nel 1963 questo stesso prete era cappellano in un centro per persone che avevano un handicap mentale. Era stato professore di teologia e filosofia e, vivendo con uomini e donne che avevano un handicap mentale, ha scoperto il segreto del Vangelo.
Questo segreto è rivelato nella prima lettera ai Corinzi, dove san Paolo dice che Dio ha scelto ciò che è folle nel mondo per confondere i saggi, ha scelto ciò che è debole per confondere i forti, ha scelto ciò che è più basso e più disprezzato. Non trovate che sia sconcertante questa scelta di Dio? La scelta di quelli che sono considerati dei pazzi, dei deboli, la gente disprezzata!
Questo prete aveva un po' toccato con mano questa verità, con questi uomini e donne che avevano molto sofferto. Nel loro cuore c'era una specie di semplicità. Ha voluto che io incontrassi i suoi nuovi amici. Allora sono andato. Ero un po’ imbarazzato davanti a questi uomini e queste donne; non sapevo comunicare bene con persone che non parlavano. Anche se parlavano, di che cosa potevamo parlare? Ero colpito da questi volti deformi, ma ero toccato da una cosa: ognuno con un gesto, con uno sguardo, con una parola, mi poneva una domanda molto fondamentale: "Mi ami?".
E' una domanda molto fondamentale. I miei studenti in filosofia non mi ponevano questa domanda. Gli studenti mi chiedevano piuttosto quello che c'era nella mia testa, per poi lasciarmi e continuare la loro vita. Questi uomini invece ponevano questa domanda: "Mi ami?". Ed è la stessa domanda che Gesù ci pone; la domanda che ha posto a Pietro, dopo la Risurrezione: "Simone, mi ami tu?". Ed è la stessa domanda che pone ad ognuno di noi:
Mi ami veramente?».

Questa esperienza ha riportato lui e riporta anche noi al cuore dell’esigenza di senso che è stampata, con il fuoco, nel cuore di ogni persona. Tutta la vita di ognuno di noi ruota intorno a questa domanda: mi ami? Se proviamo a fermarci ed esaminiamo tutto ciò che facciamo, alla fine, se riusciamo ad andare in profondità, ci compare davanti, quasi come una luce improvvisa l’esigenza fondamentale che spinge ogni nostra azione: essere certi che qualcuno mi ama.
Non lasciamoci ingannare da ciò che appare da un’analisi superficiale delle nostre giornate. All’inizio vi è un intreccio, in molti casi confuso, di emozioni, desideri, obiettivi immediati, paure e speranze. Ma se proviamo ad alzare questa corteccia superficiale ci accorgiamo che tutta la vita dell’uomo, nelle sue esperienze fondamentali, è accompagnata da questa domanda.
Già da bambini, dietro a tanti pianti, c’è l’esigenza di sapere che il genitore c’è. La paura di essere abbandonato è la più grande sofferenza dei primi anni di vita.
Le conquiste dell’età della latenza hanno come obiettivo il sentirsi al centro, non per vuoto protagonismo, ma per esigenza d’amore. Si dice che il bambino è molto ripiegato in se stesso e tende a vedere tutto in riferimento a sé. Questo può essere vero da un punto di visto etico, ma se lo leggiamo secondo una prospettiva esistenziale ci accorgiamo che anche qui c’è l’esigenza di sentirsi amato. Anche nelle prime cotte, con la goffaggine dell’inesperienza e immaturità, siamo mossi da questa esigenza. Certo la si vive in un gioco tra senso di conquista, seduzione, affermazione sociale, eccetera, ma al fondo, anche dietro ad atteggiamenti che sembrano egoistici c’è sempre questa esigenza fondamentale. Poi ci si fidanza, ci si sposa e qui non devo certo spiegare perché lo si fa. Anche la ricerca di affermazione nel lavoro ha dietro di sé, ai piani più profondi, questa domanda. Ho conosciuto persone che hanno dedicato tutta la loro vita alla carriera ed erano definite squali terribili dai colleghi, ma anche loro, sotto tutta questa freddezza, indifferenza, scaltrezza e determinazione, rivelavano, forse più di tanti altri, una spiccata sensibilità per questa esigenza d’amore. Occorreva solo aiutarli a sollevare quella cotenna che si erano costruiti nel tempo.

Una sana spiritualità non è mai altro da ciò che siamo come uomini. Va oltre ma parte sempre da qui. Proviamo ad ascoltare di più il nostro cuore, ciò che sta dietro a tanti alti e bassi del nostro umore. Già questo fermarsi è l’inizio della preghiera. Se poi pensiamo all’Eucaristia ci ritroviamo davanti al “ti amo” più vero che sia mai stato pronunciato per noi in tutta la storia. Ecco perché l’Eucaristia è l’alfa (l’inizio) e l’omega (la fine) di tutta la storia della salvezza, di tutta la fede cristiana, perché è l’alfa e l’omega dell’uomo della sua esigenza d’amore.
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