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Unità Pastorale di Campagnola e Cognento


Nella speranza siamo stati salvati

Non esiste cristianesimo che non sia comunitario

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Sac. Carlo Sacchetti

Riprendiamo il testo su cui stiamo riflettendo:

[…] Della Compagnia mi hanno colpito tre cose: la missionarietà, la comunità e la disciplina. Curioso questo, perché io sono un indisciplinato nato, nato, nato. Ma la loro disciplina, il modo di ordinare il tempo, mi ha colpito tanto».
«E poi una cosa per me davvero fondamentale è la comunità.
Cercavo sempre una comunità, io non mi vedevo prete solo: ho bisogno di comunità. E lo si capisce dal fatto che sono qui a Santa Marta: quando sono stato eletto, abitavo per sorteggio nella stanza 207. Questa dove siamo adesso era una camera per gli ospiti.
Ho scelto di abitare qui, nella camera 201, perché quando ho preso possesso dell'appartamento pontificio, dentro di me ho sentito distintamente un "no". L'appartamento pontificio nel Palazzo Apostolico non è lussuoso. È antico, fatto con buon gusto e, grande, non lussuoso. Ma alla fine è come un imbuto al rovescio. È grande e spazioso, ma l'ingresso è davvero stretto. Si entra col contagocce, e io no, senza gente non posso vivere. Ho bisogno di vivere la mia vita insieme agli altri».

Vorrei partire dalla vocazione alla comunità di Papa Francesco perché su questa si fondano le altre due dimensioni: missionarietà e disciplina.
“Ho bisogno di vivere la mia vita insieme agli altri”. Questo non è un bisogno personale, dovuto a un carattere di un certo tipo. La dimensione comunitaria è un bisogno scritto profondamente nel cuore dell’uomo. Vi sono persone che lo lasciano sotterrato e pensano di non essere fatte per la vita con gli altri. Ma “l’essere umano” è fatto per la “relazione” che nella prospettiva di fede matura in “comunione”. Fin da quando siamo nati, pensiamo ai primi anni di vita, sperimentiamo la comunione come necessità di sopravvivenza. Non possiamo sopravvivere senza gli altri, senza i nostri genitori che si prendono cura di noi, senza l’affetto incondizionato e gratuito di chi ci ha dato la vita. Quante dimensioni della nostra personalità si formano grazie a questo ambiente di comunione nel quale cresciamo. Soprattutto ciò che aiuta l’uomo a crescere è la fiducia che sperimenta intorno a sé. Come ripeteva spesso Martin Buber uno dei problemi più gravi del mondo moderno è l'incapacità di comunicare che si fonda su una mancanza di fiducia reciproca. Il suo invito è stato chiaro: «Nonostante tutto si abbia fiducia».

La vita di comunione con gli altri è la prima scuola di comunicazione. L’altro è quel diverso da te che ti costringe all’ascolto, all’uscire dai semplici tuoi schemi. Grazie all’altro sperimentiamo che il mondo è molto più grande di noi e che la nostra ricchezza e grandezza non sta nell’essere tutto, ma nell’avere fiducia ed essere aperti verso tutto. Questo concetto penso che sia facilmente condivisibile da molte persone, ma perché non rimanga un’idea astratta, è necessario vivere sulla propria pelle questa legge. La vita di comunione è una quotidiana palestra che ti educa a questo senso del mondo, dell’altro e alla fine anche di te stesso. Sappiamo del rischio che corrono le persone che dicono di amare tutti e alla fine non amano nessuno. Il loro ideale di amore è sterile proprio perché non è radicato nell’umana comunione quotidiana. Gli ideali disincarnati sono come piante che vengono sradicate dalla terra per cercare di portarle più vicine al sole e renderle così più belle. Un grande autore come G. K. Chesterton nella sua opera “Cosa c’è di sbagliato nel mondo” affermava: «La vera socievolezza comincia sempre con un fuoco, del cibo, qualcosa da bere e con qualche parola sul fatto che piove o fa freddo. Quelli che non partono dal fine corporeo delle cose sono degli insolenti. Ogni anima umana deve provare su se stessa la gigante umiltà dell'Incarnazione. Ogni uomo deve vestirsi della carne per poter incontrare l’umanità».
L’amore cresce e si purifica attraverso l’incarnazione della vita comunitaria. Un altro grande autore, D. Bonhoeffer, metteva in guardia dall’idealizzare troppo l’amore e la vita di relazione: «Chi ama il proprio sogno di comunione cristiana più della comunione cristiana effettiva, è destinato ad essere un elemento distruttore di ogni comunione cristiana, anche se è personalmente sincero, serio e pieno di abnegazione”.

Cerchiamo di riflettere su come viviamo le amicizie, l’essere famiglia, l’essere comunità. Come parrocchiani rischiamo di dimenticare che la nostra fede e la nostra carità passano attraverso le persone che il Signore ha messo sul nostro cammino, nel nostro Paese, nella nostra Parrocchia. Stiamo attenti a cercare una carità che nel suo voler essere alta trascura di mantenere le radici ben radicate nel terreno dell’umanità. Non credo a chi mi dice di amare, facendo anche servizi molto impegnativi, e poi trascura la fatica del cercare, “ogni giorno”, di fare comunità con le persone della propria Parrocchia. Il nostro essere credibili, il nostro poter annunciare con efficacia il vangelo, il nostro essere felici, passano da questo stile. Non esiste cristianesimo che non sia comunitario! Potremmo anche dire che non ci si salva da soli. Proprio perché la comunità non è “massa”, ma singoli che scelgono la comunione, ritroviamo in essa il DNA del vangelo, dove ogni persona, proprio perché unica e irripetibile, è chiamata ad essere se stessa in modo compiuto attraverso la comunione.

La legge dei legami chimici ci spiega che gli atomi isolati dagli elementi in genere sono instabili e quindi per stabilizzarsi devono unirsi ad altri atomi, con i quali realizzare un importante scambio di elettroni di valenza. E questo è quello che avviene nei legami chimici, che sono molto importanti anche perché sono responsabili della formazione delle molecole.
Forse questo ci aiuta a comprendere meglio cosa sarebbe di un parrocchiano che pensasse di vivere la sua esperienza di fede senza creare legami veri con gli altri “atomi” che il Signore ha messo nella sua Parrocchia. Per quanto diversi, per quanto difficile, senza di loro non sarò mai ciò che posso essere.
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