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Unità Pastorale di Campagnola e Cognento


Nella speranza siamo stati salvati

Non lasciamola chiusa nel fondo del cuore

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Sac. Carlo Sacchetti

Continua nella sua testimonianza Jean Vanier:

«Vivendo con persone con handicap ho scoperto anche le mie ferite, un mondo di tenebre dentro di me. Non si può vivere con persone che soffrono tanto, senza che esse rivelino la nostra sofferenza. Non si può vivere con persone molto angosciate senza che questo provochi le nostre angosce. Queste persone con handicap risvegliano in me angosce molto grandi. Ho visto dentro di me delle forze di durezza, ho visto dentro di me delle capacità di violenza, anche di un certo odio psicologico; è duro scoprire dentro di sé la capacità di volere il male. Non si tratta di credere di essere superiore agli altri. La vita stessa è lo scoprire progressivamente chi sono io, con tutto ciò che è tenebroso, ferito dentro di me e scoprire anche tutto ciò che è dono, scoprire che sono amato da Dio, così come sono.
Quando ho vissuto una certa esperienza particolarmente dolorosa, ho scoperto una lettera di Carl Jung ad una donna cristiana. Jung diceva così: "Io ammiro voi cristiani: quando vedete qualcuno che ha fame e sete, voi vedete Gesù. Quando visitate qualcuno che è in prigione o che è malato voi fate visita a Gesù. Quando accogliete uno straniero o vestite quelli che sono nudi, voi vedete Gesù". Poi aggiungeva: "Io trovo tutto questo molto bello, ma quello che non capisco è che voi non vedete Gesù nella vostra stessa povertà. Perché Gesù è sempre nel povero al di fuori di voi, mentre lo negate nella povertà che è dentro di voi? Perché passate il vostro tempo a negare le vostre tenebre?".
Così ho capito anche questa frase di Gesù: "Non cercare di togliere la pagliuzza nell'occhio dell'altro, quando c'è una trave nel tuo. Insensato! accetta di togliere la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai chiaro per levare la pagliuzza nell'occhio dell'altro . Così ho scoperto, dentro di me, tutte le potenze di negazione della mia povertà. La povertà delle persone con le quali vivevo mi portava a vivere la verità. Spesso dico che la gente viene all'ARCA o a FEDE E LUCE per servire i poveri, ma resta solo se si scopre povera. In quel momento si scopre una cosa importante: la buona novella non è per quelli che servono i poveri. La buona novella è per quelli che sono poveri, che hanno toccato le loro ferite, la loro fragilità , la loro vulnerabilità , che hanno lasciato cadere il loro sistema di difesa, con la certezza che Dio li difende. E' quello che Gesù diceva a Paolo: "La mia grazia ti basta, la mia potenza si rivela nella tua debolezza”».

La più grande santa dei tempi moderni, Teresa di Lisieux, affermava che: «Quando arriveremo in paradiso ne vedremo delle belle». Affermava anche: «Ah, se i sapienti, dopo aver passato la loro vita negli studi, fossero venuti a interrogarmi, senza dubbio sarebbero rimasti meravigliati vedendo una fanciulla di quattordici anni capire i segreti della perfezione, segreti che tutta la loro scienza non può scoprire, poiché per possederli bisogna essere poveri di spirito!». E ancora: «Sono questi (i miseri) i fiori selvatici che lo rapiscono (il Signore) perché sono tanto semplici»; «Affinché l'amore sia soddisfatto pienamente, bisogna che si abbassi, che si abbassi fino al niente, per trasformare in fuoco questo niente»; «Gesù non chiede grandi azioni, bensì soltanto l'abbandono e la riconoscenza».

Il Vangelo capovolge la logica della grandezza umana. In questa solo ciò che è efficiente, perfetto, con dei risultati, viene considerato valido e meritorio. Nella logica del vangelo, invece, solo ciò che è profondamente umano, vero, anche nel proprio limite, nella propria povertà, viene considerato importante. Siamo tutti influenzati dalla logica del mondo e abbiamo tutti le nostre difficoltà a riconoscere la nostra vera grandezza. Ci riesce più facile sentirci grandi dopo essere riusciti a fare bene qualcosa piuttosto che quando sperimentiamo il nostro limite. L’errore sta nel fermarsi al presente e non allungare lo sguardo a ciò che ne consegue. È qui che ci giochiamo la vera partita. Se è vero ciò che abbiamo appena detto, che cioè siamo grandi più siamo “umani”, capaci cioè di accoglienza, di ascolto, di tenerezza, di comunicazione, di dono e di perdono, mi vien da pensare che è più facile crescere in queste virtù dopo un’esperienza che ci ha fatto toccare con mano la nostra debolezza piuttosto che dopo un successo o un’affermazione personale. Come sono belle le persone aperte, libere, capaci di ridere di sé e delle proprie figuracce, e che sanno trasformare le difficoltà in opportunità.
Il rischio di essere “i primi della classe”, ma assolutamente insufficienti in tutto ciò che indicavamo come importante è sempre alle porte. Mi ritorna in mente ciò che Gesù stesso ci ha detto: «Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi saranno primi» (Mc 10,31).

Come amo questa grandezza, che non è per nulla più facile di quella del mondo, ma è sicuramente più vera e soprattutto più bella. Quando incontro persone capaci di ascolto, di accoglienza, di tenerezza, di perdono, profondamente libere, soprattutto da se stesse, rimango abbagliato e affascinato dalla loro bellezza e ricchezza, che ha il profumo inconfondibile dell’amore. A questo riguardo S. Teresa di Lisieux diceva: «La carità perfetta consiste nel sopportare i difetti degli altri, non stupirsi delle loro debolezze, edificarsi dei minimi atti di virtù che essi praticano, ma soprattutto ho capito che la carità non deve restare affatto chiusa nel fondo del cuore».

È di questa bellezza che il mondo ha bisogno, ed è questa ricchezza che ognuno di noi è chiamato a diffondere. Non lasciamola chiusa “nel fondo del cuore”.
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