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Unità Pastorale di Campagnola e Cognento


Nella speranza siamo stati salvati

Non mi salvo senza il fratello

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Sac. Carlo Sacchetti

L’intervista al Papa continua parlando della Compagnia di Gesù (Gesuiti), di Pietro Favre, un Gesuita che è per lui un modello e della sua personale esperienza di Governo (tutte parti che vi invito a leggere personalmente). Il Papa poi si sofferma sul “Sentire con la Chiesa” e dice:

«L'immagine della Chiesa che mi piace è quella del santo popolo fedele di Dio. È la definizione che uso spesso, ed è poi quella della Lumen gentium al numero 12. L'appartenenza a un popolo ha un forte valore teologico: Dio nella storia della salvezza ha salvato un popolo. Non c'è identità piena senza appartenenza a un popolo.
Nessuno si salva da solo, come individuo isolato, ma Dio ci attrae considerando la complessa trama di relazioni interpersonali che si realizzano nella comunità umana. Dio entra in questa dinamica popolare». […]

Come è importante, per la maturazione della fede, entrare in questa prospettiva. Abbiamo già sottolineato in più parti il valore della comunità. Ora il Papa ci ricorda che la nostra salvezza è legata a quella del fratello. Si esce dalla prospettiva privata, pensare prima di tutto alla propria salvezza, per entrare in quella comunitaria: non mi salvo se non si salva il fratello.
Questa idea è alla base di tutta l’impostazione teologica, spirituale e pastorale di Papa Francesco. Per lui una Chiesa che si chiude in se stessa, che non esce alla ricerca del fratello bisognoso, del fratello che è nel peccato o che è semplicemente fuori, è malata. Una Chiesa che non si confronta con le sfide della cultura contemporanea, che non ascolta il popolo, non vive uno dei misteri centrali della sua fede: l’incarnazione.

Uscire verso il fratello non è solo un movimento missionario che si colloca tra i vari doveri del mio essere buon cristiano, ma è essenzialmente legato alla mia salvezza e felicità. Senza eliminare la responsabilità personale per i propri peccati - questa rimane e la affidiamo a Dio e alla sua misericordia - il cristianesimo introduce l’idea che Dio salva il popolo e di conseguenza il destino del fratello mi riguarda.

Nel passato vi sono state spiritualità che insistevano molto sul cammino di perfezione personale, ripetendo l’idea che più si è santi più si attirano gli altri. Qui l’impostazione è un po’ diversa. La santità rimane importante ma non si realizza attraverso un cammino fatto di esercizi ascetici sempre più sofisticati. Io mi santifico facendomi carico del fratello, del suo destino, della sua salvezza. Le virtù che la tradizione ci ha consegnato, come preziose e importanti, sono da leggere in questa ottica. La fede, la speranza e carità sono i fondamenti di questo aprirsi al fratello, cercarlo, ascoltarlo, sostenerlo. L’umiltà, la fortezza, la pazienza, la dolcezza ecc. danno anima a questo movimento di comunione.

Nelle nostre comunità non sempre abbiamo questa consapevolezza. Il venire alla S. Messa non è solo un partecipare a un rito importante, ma è rivivere e riscoprire sempre meglio il nostro essere “popolo”. Vi sono persone che mi dicono: io preferisco venire a pregare in Chiesa da solo, quando non c’è nessuno, piuttosto che venire alla S. Messa. Certo questa intimità con Dio è una cosa buona che invito a continuare, ma guai se ci fa dimenticare la dimensione comunitaria della salvezza, il nostro essere “popolo” redento.

In questa prospettiva è evidente che le divisioni presenti nella Comunità parrocchiale si mostrano in tutta la loro gravità. Il non criticare, il non evitare, il non ignorare, non sono solo buoni atteggiamenti che mi permettono di non fare questo o quel peccato, ma riguardano l’essenza del mio essere cristiano, del mio essere solidale con quel fratello che critico. Quando manchiamo verso l’altro noi manchiamo contro noi stessi, la nostra identità profonda. Se io non mi salvo senza il fratello, cosa penso di ottenere criticandolo e provando un sottile gusto quando paga le conseguenze dei suoi sbagli. La gelosia, l’invidia sono altrettanto sbagliate. La gioia del fratello è anche la mia gioia, se lo amo. I suoi successi sono anche i miei, se lo amo.

Il Papa ci sta educando a cogliere sempre più l’essenza del nostro essere cristiani, che è essenza di gioia e di pienezza. Tutto questo non è possibile, non è raggiungibile senza il fratello.
Proviamo a guardare l’altro con questo spirito; ci accorgeremo che ci può essere una vita nuova, ricca, bella che ancora non abbiamo conosciuto. Proprio come nella trinità dove la gioia e l’essere dell’uno non si dà senza l’altro.

Concludiamo la nostra riflessione con le parole di Emmanuel Mounier, padre del Personalismo comunitario: «Si potrebbe quasi dire che io esisto soltanto nella misura in cui esisto per gli altri e, al limite, che essere significa amare».
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