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Unità Pastorale di Campagnola e Cognento


Nella speranza siamo stati salvati

Priorità educativa

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Sac. Carlo Sacchetti

Riflettevo in questi giorni su quali debbano essere le priorità educative per un genitore cristiano.
Quante volte una mamma o un papà mi hanno chiesto consigli per svolgere al meglio questa loro missione e responsabilità.
Perciò, ho pensato di dedicare alcune righe per dare alcuni consigli che nascono dalla mia esperienza con i giovani e le famiglie.

Prima di tutto dico ai genitori di non cadere nella tentazione della paura. Il mondo oggi non aiuta, le possibilità di confusione e relativismo sono tante, la globalizzazione (soprattutto nelle comunicazioni) ha “globalizzato” anche le possibilità di incontri sbagliati, di trappole per minori. Il benessere in cui abbiamo fatto crescere i nostri figli li ha resi in tanti casi fragili davanti alle inevitabili fatiche e sofferenze della vita. Debolezza che riscontriamo anche nel soccombere, quasi sempre, dinanzi alla proposta del piacere facile e a buon mercato rispetto all’impegno e alla responsabilità che il vivere per ideali e valori comporta. Anche il fatto che alcuni facciano molti sacrifici per la scuola non ci garantisce circa la reale maturità di questi ragazzi. I successi scolastici possono diventare per alcuni quello che la fuga in evasioni di vario tipo sono per altri: cercare nel narcisismo, piuttosto che nel piacere e nel non pensare, di nascondere un vuoto che in nessun modo si riesce a riempire. Dico questo perché ho visto vari giovani, esemplari nell’età dell’adolescenza crollare intorno ai 25 anni rivelando che l’adultismo, che li aveva accompagnati negli anni precedenti, era solo una forma più raffinata di maschera.
Queste sono solo alcune difficoltà che un genitore, con gli occhi e la mente aperta rileva. Ripeto però di non avere paura. Il genitore è il primo responsabile dell’educazione del figlio, colui che più di tutti può agire con efficacia nella sua crescita. Il ragazzo potrà incontrare anche altri educatori validi ma il primo riferimento rimangono i suoi genitori. Di conseguenza è fondamentale che il papà e la mamma abbiano la consapevolezza che in loro ci sono i doni e le risorse per poter vivere con piena responsabilità questo incarico così importante.
Quindi il primo consiglio è quello di non delegare ad altri, ritenuti più professionali o preparati, ciò che è nostra responsabilità e possibilità.

Dopo che i genitori hanno chiarito che i primi riferimenti per la crescita dei loro ragazzi sono e saranno sempre loro, il secondo passaggio è quello di non buttarsi nello “studio” di testi, o nella consultazione di “specialisti”, che ci possano indicare come fare ( la così chiamata “ricetta” ) per risolvere le varie difficoltà che si incontrano. Questa altra tentazione tende a distoglierci dalla prima cosa che un genitore deve pensare: a se stesso. Cosa intendo? Che un genitore deve prima di tutto preoccuparsi di essere. Come possiamo trasmettere ai figli i fondamenti per vivere una vita bella e piena se per primi non la viviamo noi. Prima di preoccuparsi di leggere il “manuale dell’educatore perfetto” il genitore deve chiedersi: cosa ho da dare a mio figlio, oltre il nutrimento e l’istruzione? Io ho risolto il problema fondamentale della vita, sono attrezzato per cercare un significato in ciò che mi accade, sono animato da una speranza che mi permette di guardare oltre al momento presente chiamandolo per nome, ho ascoltato, e ascolto, quel grido che dentro di me chiede una felicità che non è solo tranquillità, ma è gustare ogni momento (anche quelli difficili) perché l’ho collocato in un orizzonte di senso che ne rivela la verità?
Dico questo perché il grosso problema dei giovani d’oggi non è, prima di tutto il relativismo, ma piuttosto il non avere nei propri genitori dei riferimenti gioiosi e maturi che vivono pienamente ogni giornata. Il figlio ha un sesto senso nel riconoscere se un genitore ha superato e risolto le domande fondamentali che cominciano ad affiorare nel suo cuore ad una certa età. Anche se non sempre lo tematizza, i vuoti (o scheletri nell’armadio) del proprio genitore lo condizionano nelle scelte, nelle paure, nella crescita. Ho volutamente sottolineato il vivere gioioso e libero del genitore. Ho infatti conosciuto molti giovani che avendo genitori che vivevano rigidamente i valori hanno assunto comportamenti corretti senza però trovare l’anima delle loro scelte e questo li ha portati poi a vivere morbosità e squilibri di vario tipo.
Il problema dell’educazione dei figli è, in fondo, il problema dell’uomo. Un genitore è provocato dai figli che crescono a rimettere in discussione chi è, le sue scelte e le sue motivazioni.

Ogni persona viene portata dalla vita a riprendere in mano costantemente la domanda sul chi è. I figli rappresentano in tante occasioni questa opportunità. C’è un dare e un avere che non è solo fatto di servizi concreti o di emozioni che i ragazzi possono restituire ai genitori, ma anche, e soprattuto, i figli aiutano l’adulto a rimettersi costantemente di fronte alla misura alta della sua chiamata in quanto uomo.

Anche chi non è genitore ha altri modi ed esperienze che lo riportano a questa domanda di senso. Un fallimento, un problema al lavoro, una transizione fondamentale della vita, fanno tornare alla luce il non risolto di una persona.
Come è bello vedere che il Signore non si rassegna alla nostra mediocrità ma ci spinge, attraverso gli eventi della vita, a tornare su di noi e a misurare il “peso specifico” della nostra vita. Certo possiamo anche non raccogliere queste opportunità, fuggendo con un’infinità di scuse. Ma il Signore riproverà sempre ad aprire in noi il senso della grandezza.
Vi lascio in conclusione un testo di Antonio Rosmini che cito spesso e che vorrei che leggeste come il cuore di Dio che, come grande educatore, desidera per ogni uomo le cose più grandi:

«Poche idee alla volta, ma sublimi; pochi sentimenti, ma generosi. Oh quanto bene risponde a questi il cuore giovanetto. Non ha bisogno che d’intendere la verità per amarla, che di vedere la virtù per eleggerla. Ma di solito la verità si copre di troppe vesti, e volendola troppo spiegare, s’oscura; la virtù poi si falsifica per troppe distinzioni umane, e la s’impicciolisce sperando così di renderla agevole.
E pure l’animo innocente anela più tosto d’ergersi a volo, che serpeggiare per terra. Se nel cuore d’un giovanetto si giunge ad inserire un sentimento nobile ed elevato, la riuscita di lui può dirsi assicurata. È dunque un errore quello di sdolcinate soverchiamente l’austerezza della virtù, e di abbassarne l’altezza: privata della sua eccellenza non più esige un santo entusiasmo; spoglia della sua maestà non riscuote più ammirazione, né attira a sé l’uomo creato per l’infinito.
Io vorrei che si parlasse ai giovanetti sempre in modo come si trattasse di farne degli eroi»
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