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Sacerdoti si diventa. Intervista a Don Carlo nel 25° della sua Ordinazione

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Dopo la pubblicazione dell'intervista al Papa, questo giornale vede quella di un altro grande uomo della Chiesa cattolica: Don Carlo Sacchetti in occasione del suo 25º anniversario di consacrazione.

Si tratta di un'intervista rilasciata alla redazione, dove il nostro parroco si racconta esprimendo la sua visione dell'essere sacerdote.
Redazione: Don oggi festeggi 25 anni di sacerdozio, è un bel traguardo, qual è la prima considerazione che ti viene in mente?
Don Carlo: A 25 anni dall'ordinazione mi rendo sempre più conto che sacerdoti si diventa. Il momento della consacrazione ti apre un’infinita possibilità che però va realizzata giorno dopo giorno.
R: Esattamente come nella coppia, come ci insegni tu.
Don quando hai maturato la consapevolezza di voler diventare sacerdote?
DC: Ho cominciato a pensarci intorno ai 17 anni. Già quando ne avevo 16 ho iniziato a partecipare a momenti di ritiro, che nella mia parrocchia erano abbastanza frequenti, e stranamente per la mia età, mi piacevano: mi piaceva poter stare in silenzio e riflettere sulla mia vita, lì mi accorgevo che cresceva dal profondo del cuore l'esigenza di non lasciarla scivolare via tra tante cose che eri costretto a fare quasi per imposizione dall'esterno e non tanto perché le avessi comprese e scelte tu con tutto te stesso. E soprattutto capivo che avrei voluto dedicarmi a qualcosa che non si esaurisse in questa piccola parentesi che è la vita, e che non si chiudesse in un modo banale, anonimo, ma volevo che fosse il mio modo più grande e più bello di esserci.
Naturalmente ho condotto la vita di un qualsiasi altro giovane: andavo a scuola, avevo delle ragazze, ho praticato molti sport, ma in questa mia ricerca interiore sentivo l'esigenza di una totalità e di un assoluto. Forse erano già i segni di una vocazione, che non riuscivo a vedere in una via ordinaria, ma solo in un dono totale a qualcosa. Le esperienze fatte nella mia vita da giovane, i viaggi in tutta l'Europa, la musica, suonavo il pianoforte, che mi ha avvicinato all'arte e alla bellezza, gli sport praticati dove ho imparato che per raggiungere degli obiettivi e delle mete occorrono sacrificio e disciplina, il senso di squadra, tutte queste cose hanno secondo me influito sulla mia scelta. Oltre naturalmente al cammino di discernimento intrapreso e di preghiera personale che alla fine mi hanno fatto arrivare a comprendere che, per come sono fatto io, la strada giusta era probabilmente quella di una totale dedizione a Dio e agli altri. Avevo capito che l'amare e il darmi era la via più bella, se non avessi fatto una scelta di questo tipo l'avrei dovuta dividere con tante altre cose, invece mi sarebbe piaciuto potermi alzare al mattino e dedicarmi subito a quello che ritenevo ciò che di più giusto e bello avevo scelto per la mia vita.

R: C'è stato un momento preciso in cui hai capito che quella era la tua strada?
DC: Sì, una notte di preghiera in un venerdì di Quaresima davanti alla croce che veniva fatta girare nelle famiglie, rimasi a pregare molto più di quell'ora che mi ero prefissato e fu la notte in cui ebbi la certezza assoluta che quella fosse la mia strada. Quindi finite le scuole superiori ho iniziato il cammino del seminario.
R: Raccontaci don il tuo rapporto con i parrocchiani.
DC: È un rapporto in evoluzione, mi rendo sempre più conto della necessità di essere in mezzo a loro e di camminare con loro. Io arrivavo da una formazione un po' diversa e anche per un tipo di sensibilità mia, tendevo a privilegiare alcuni momenti specifici di formazione, di celebrazione, dei vari sacramenti come la confessione, la direzione spirituale e davo un po' meno importanza all'essere in mezzo alle persone. Cosa che invece in questi anni, ho sempre più compreso essere decisiva, anche se purtroppo il fatto di essere rimasto da solo, senza curato, in una parrocchia impegnativa, mi toglie molti spazi e molto tempo al poter essere più presente, ma é un desiderio che ho nel cuore perché sono convinto che è proprio questa gente, questi parrocchiani che Dio mi ha donato, un luogo sacro attraverso il quale io possa comprendere sempre di più e sempre meglio Dio, me stesso, e anche le linee pastorali attraverso le quali incarnare il Vangelo nel mio paese.
Tutto questo non esclude naturalmente la preghiera e l'eucarestia che rimangono essenziali, però accompagnate anche dall'attenzione e dal tempo dedicati ai parrocchiani.
R: Proprio per il fatto che sei da solo hai delegato molte attività della vita parrocchiale, questo è anche un modo per coinvolgere di più le persone?
DC: Certo, perché la Chiesa del futuro sarà una Chiesa dove i laici saranno sempre più coinvolti, responsabilizzati, formati adeguatamente. Il calo dei sacerdoti è davanti agli occhi di tutti, fra pochi anni saremo quasi dimezzati, e allora mi piacerebbe vedere questo non solo come momento di crisi, ma anche come un momento di svolta e di trasformazione dove la Chiesa stessa si rinnova trovando forme nuove, modi nuovi, protagonisti nuovi del suo vivere e del suo annunciare.
R: Quali consapevolezze hai maturato in questi 25 anni di sacerdozio?
DC: Molte sono le cose che ho compreso e imparato in questi anni. Vorrei con voi ricordarne alcune.

La prima è la consapevolezza che se voglio conoscere Dio non è con un desiderio generico che posso incontrarlo, ma solo con una passione bruciante. Dio non è per gli animi smorti, che non conoscono neppure loro cosa stanno cercando. Non è la sola intelligenza che ci porta a Dio, e neppure le sole spinte emotive, ma solo una passione che prende tutto l'uomo e si fonda sull'ascolto costante della parte più profonda del cuore. È lì che la grazia di Dio opera in modo rumoroso e silenzioso, forte e dolce; attrazione irresistibile e libera allo stesso tempo. Se il sacerdote, travolto da tante cose da fare, perde questo ascolto, questo silenzio attento, vede svanire, piano piano, questa passione. Ma senza questa passione il sacerdote vede svanire anche Dio dalla sua vita e rimangono solo tante gratificazioni umane che compensano il vuoto che rimane nel suo cuore. Si apre così la porta alla mediocrità che facilmente avalla qualche caduta.
Seguire il vangelo non è fine a se stesso, sacrificio ripagato dal sentirsi bravi e giusti, ma se fatto con lo spirito maturo libera la fame che è nel nostro cuore: fame di verità, di amore, di pienezza e bellezza. Non c'è spazio per sentirsi bravi se ciò che ci guida è questa passione profonda e tenace.
Ecco perché cerco ogni giorno di vivere il Vangelo, perché solo attraverso lo stile di cui esso è pervaso potrò tenere viva quella fame che è la mia vita. La preghiera, le virtù, le gioie e le rinunce, sono per tener accesa questa passione, senza la quale non si può neppure parlare d’amore.

La seconda cosa che ho imparato è che se desidero arrivare a Dio non posso non passare per l'uomo. In molti si lamentano circa il fatto che Dio non si veda, non si possa toccare. Nella mia esperienza di sacerdote, e in particolare di parroco, ho visto e toccato tante volte Dio negli incontri che ho vissuto. L'uomo accolto e ascoltato ti parla sempre di Dio. Anche quando nella sua vita è entrato il peccato, il vizio, la povertà in ogni sua forma, l'uomo ha sempre qualcosa che parla del suo Creatore. Vi è come un DNA divino profondo che resiste ad ogni cosa.
L’esperienza di Parroco mi ha confermato in questa direzione. È straordinario poter seguire l’uomo nel suo nascere, crescere e invecchiare. Tutta l’esperienza dell’umano è accompagnata e abbracciata dal ministero del Parroco. Oggi comprendo meglio ciò che studiavo da giovane seminarista circa la carità pastorale. Nella Presbyterorum ordinis, decreto del Concilio Vaticano II sul ministero e la vita sacerdotale, si insegna che è proprio attraverso il suo ministero che il Sacerdote trova l’alimento essenziale della sua spiritualità e si santifica. È proprio così. Ogni giorno, attraverso i vari incontri, le varie situazioni che il mio essere Parroco mi fa vivere, conosco sempre meglio Dio e me stesso. L’altro è realmente la via maestra per arrivare a Dio e trovare la verità di se stessi. L’uomo in tutto ciò che è, non solo nelle stupefacenti meraviglie che lo caratterizzano, ma anche nelle sue fragilità e povertà, è la chiave per comprendere il cuore della Rivelazione.

La terza cosa è la centralità di Cristo. Se la via per arrivare a Dio è l’uomo, c’è un’umanità che fa da riferimento in questo cammino: la persona di Gesù. La Sua esperienza, ciò che Lui ha vissuto, scelto, le Sue parole, sono il criterio maestro per comprendere l’uomo nella sua verità e, attraverso di lui, Dio.

La quarta cosa è che per chi ha il paradiso dentro tutto diventa paradiso. Nella mia vita ho fatto tante esperienze, alcune esaltanti (anche dal punto di vista del mondo). Ciò che però mi ha arricchito tantissimo è imparare a scoprire nelle cose più semplici quella grandezza, secondo Dio, che riempie la vita. Ciò che realmente fa la differenza è la capacità di riempire di senso ogni singola cosa, anche la più piccola. Ho incontrato persone che avevano quasi tutto ma non erano felici. Anche per un sacerdote vi può essere la tentazione di pensare che una parrocchia può essere meglio di un’altra, un incarico più gratificante di un altro, ma alla fine ciò che fa la differenza è l’intensità e maturità con cui vive ogni cosa. Penso che questa sia una delle grazie più importanti che ho ricevuto in questi anni. Trovare il paradiso in ogni situazione proprio perché dentro di te hai il modo giusto, la forza e la grazia, per affrontarla. La pace interiore (fondamento di quella esteriore) non è la tranquillità umana. Si può essere nella pace anche in mezzo a tribolazioni e difficoltà grandi. Ciò che fa la differenza è poter “chiamare per nome” ogni cosa, collocandola in un orizzonte di senso che trasforma anche le difficoltà in opportunità.
R: Hai mai avuto momenti di crisi vocazionale?
DC: In seminario, mentre ancora studiavo, ho passato un periodo in cui non mi sentivo adeguato né all'altezza del percorso intrapreso, non avevo dubbi sul valore della mia scelta, ma sul fatto che potessi essere un bravo sacerdote e che il compito che mi attendeva fosse troppo alto e difficile per me. In realtà il mio padre spirituale mi rassicurò molto e oggi posso dire che aveva ragione lui (ndr. sorride).
R: La tua scelta di diventare sacerdote quindi ti ha reso una persona felice.
DC: Posso dire con sincerità che oggi sono molto più contento di quando sono diventato sacerdote. Questi anni di ministero mi hanno insegnato sempre meglio cosa significhi sacerdozio.
Nella mia famiglia, nelle molte persone che ho incontrato, negli amici sempre fedeli, nei collaboratori ricchi di doni, ho ricevuto grazie speciali di cui sono grato a Dio ogni giorno.
Una delle genialità più grandi del nostro Dio è quella di far sì che nessuno possa compiersi senza l’altro. Solo attraverso l’amore di chi ti accoglie, ti perdona, ti sceglie, solo attraverso lo sguardo di chi servi, aiuti e soccorri, scopri chi sei e la grandezza della tua vocazione.
Per questo concludo dicendo che è Gesù che mi ha voluto, mi ha scelto ed è solo con Lui e per Lui che desidero passare la mia vita.

R: Grazie Don Carlo per esserti aperto con noi, grazie per il lavoro che ogni giorno porti avanti per la tua parrocchia, grazie perché nelle tue parole c'è sempre l'opportunità di guardare dentro noi stessi con gli occhi di Dio.
Tutta la redazione e naturalmente tutta la comunità ti augurano un buon 25º di sacerdozio, che tu possa festeggiare tanti altri traguardi così importanti.
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