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Unità Pastorale di Campagnola e Cognento


Nella speranza siamo stati salvati
Amore

Il cuore compatibile con Dio

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Alessandro d’Avenia (tratto da "Avvenire" del 5 aprile 2015)

Riparare i viventi è il titolo di un bel romanzo scritto della bravissima Maylis de Kerengal che in questi giorni mi ha accompagnato. Mi sembra il titolo perfetto per questa domenica. La storia parla di un adolescente che, uscito con i suoi amici in una fredda notte in cerca dell’onda perfetta da cavalcare all’alba con i loro surf ruggenti, sulla strada del ritorno ha un incidente ed entra in coma irreversibile. I suoi genitori consentono l’espianto degli organi, anche se è il cuore il vero protagonista della storia. Il cuore che viene estratto dal petto del ragazzo va a riempire quello di una donna in attesa di un organo che la salvi grazie ad un trapianto.
Ad un tratto la madre di Simon, il ragazzo morto, si chiede che accadrà al contenuto del cuore di suo figlio: «Che ne sarà dell’amore di Juliette una volta che il cuore di Simon ricomincerà a battere dentro un corpo sconosciuto, che ne sarà di tutto quel che riempiva quel cuore, dei suoi affetti lentamente stratificati dal primo giorno o trasmessi qua e là in uno slancio d’entusiasmo o in un accesso di collera, le sue amicizie e le sue avversioni, i suoi rancori, la sua veemenza, le sue passioni tristi e tenere? Che ne sarà delle scariche elettriche che gli sfondavano il cuore quando avanzava l’onda? Che ne sarà di quel cuore traboccante, pieno, troppo pieno?».

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Dove sta la dignità di una persona devastata dalla malattia?

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Sac. Carlo Sacchetti

Concludevo la scorsa settimana, dopo aver citato una lettera di F. M. Dostoevskij, con queste parole:

«Possiamo anche dire che “da soli non possiamo comprendere il Mistero del dolore, abbiamo bisogno dell’amicizia e dell’amore delle altre persone. La via silenziosa della nostra coscienza deve essere accompagnata, nella sua solitaria fatica, dagli sguardi, dal calore delle mani e dalla compagnia di amici e consorti”.
Il mistero del dolore, come quello della resurrezione, non lo si comprende da soli. Vi può essere una dimensione di solitudine in chi soffre, ma la vittoria su di esso e la sua comprensione si sperimentano solo nella sollecitudine e vicinanza di chi ci ama».

Per continuare questa riflessione vorrei proporvi una storia dei nostri giorni raccontata, in una lettera inviata al quotidiano Avvenire, da Antonella Goisis, un medico di hospice. Ho fatto questa scelta perché ciò che in essa viene narrato si pone in piena continuità con ciò che abbiamo meditato la scorsa settimana e inoltre perché questo Testata d’Angolo uscirà sabato 1 novembre, il giorno in cui Brittany Maynard ha annunciato al mondo che si toglierà la vita. Malata di cancro al cervello, la cui prima diagnosi le è stata fatta a gennaio, Brittany ha preso la decisione di farsi praticare l'eutanasia agli inizi di ottobre, quando ha dichiarato che sarebbe morta in pace, con suo marito a fianco, il primo novembre, proprio il giorno dopo il compleanno del suo compagno.
“Non sono una suicida – ha spiegato – e se lo fossi stata l’avrei già fatto, ma sto morendo e voglio farlo. Il mio tumore è così grande che servirebbero delle potenti radiazioni al cervello solo per rallentarne l’avanzata ma con effetti collaterali spaventosi, tra cui le ustioni. Con la mia famiglia abbiamo ragionato e verificato che non esiste un trattamento. Le cure palliative inoltre non riducono comunque il dolore devastante e la possibilità che possa perdere a breve le capacità cognitiva e di movimento, ho deciso quindi per una morte dignitosa”.

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Noi siamo Famiglia

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Sac. Carlo Sacchetti

Nel nostro cammino su ciò che caratterizza l’essere credenti non possiamo trascurare il brano di vangelo che abbiamo pregato la scorsa domenica (visto che non ero in comunità, questa riflessione serve a dare continuità al percorso che stiamo facendo nelle varie domeniche dell’anno liturgico).

Il Vangelo era Mt 20,1-16:

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

Sono molte le persone che sentono un certo disagio ad ascoltare queste parole di Gesù. In fondo l’idea di “meritarsi” la salvezza è molto radicata in un certo cristianesimo nel quale si pensa di poter conservare il “vino nuovo”, della Rivelazione di Cristo, in “otri vecchi”.

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Vedere Dio

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Sac. Carlo Sacchetti

Il programma di quest’anno, come abbiamo scritto la scorsa settimana, è: “Il prodigio di essere credenti”.
Iniziamo, dunque, un percorso che ci aiuti a comprendere lo specifico cristiano in tutta la sua bellezza.

Le cose più grandi e importanti non sono quelle che appaiono, le cose esagerate, diverse dal solito, che rompono gli schemi. Come è successo anche per l’evento più importante della storia, la venuta di Dio sulla terra, non vi sono state trombe o cose particolari. Questo modo di manifestarsi ha confuso chi si aspettava un Messia potente, strepitoso, alla maniera del mondo. Ma se proviamo a fermarci a pensare, ci accorgiamo che questa regola la ritroviamo costantemente.
È più grande l’evento che fa sorgere il sole ogni giorno o i fuochi di artificio. Eppure il primo neanche lo notiamo mentre i secondi ci lasciano a bocca aperta. La forza che fa andare in ebollizione un pentolino d’acqua non ha regole diverse da quella che fa eruttare un vulcano. L’amore fedele e quotidiano di due sposi non è forse più grande di un gesto d’amore speciale che fa intenerire e riempie le testate dei giornali? Le attese trepidanti di tante persone anziane che contano i minuti che li separano dalla prossima visita del figlio non sono meno struggenti di tanti problemi e situazioni estreme che i telegiornali ci sbattono in faccia creando un clima di ansia e pessimismo collettivo.

Si potrebbe continuare, ma penso che il messaggio sia già chiaro: le nostre giornate sono piene di eventi che scivolano via, senza essere compresi e vissuti in tutta la loro grandezza.

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Il prodigio di essere credenti

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Sac. Carlo Sacchetti

«Se tutti noi vivessimo come dovremmo, i pagani ci ammirerebbero di più di coloro che operano prodigi».

Con queste parole, il Padre della Chiesa Giovanni Crisostomo, conosciuto come “bocca d’oro” per le sue capacità oratorie, aiuta i credenti a comprendere che il prodigio più bello, grande, efficace, è la loro vita di fede.

Troppo spesso non ci rendiamo conto che la fede ci dona l’opportunità di vivere una vita bella, piena, “prodigiosa”. Il prodigio della vita cristiana non è quello della cosa strana, strepitosa, che alla fine, con il tempo, arriva a stancare e in alcuni casi può anche indispettire o insospettire.
Coloro che sono troppo legati ai prodigi sono come alberi privi di radici. Rimangono legati fino a che non arriva qualcosa di più “appariscente” o accade qualcosa in senso contrario. Questo non vale solo per la fede, ma anche per le relazioni di amicizia e coppia. Se ci si attacca alle caratteristiche speciali, appariscenti, si rimane alla periferia del rapporto senza giungere mai al cuore. I doni, i tratti speciali dell’altro, sono ciò che all’inizio ci permette di rimanerne affascinati, ma non ci si deve fermare lì. Attraverso questi è necessario giungere al carattere straordinario dell’altro in quanto persona, unica e speciale.
Così nella fede, ciò che è straordinario (miracoli, apparizioni, ecc.) può essere una porta che però ci deve condurre a comprendere il carattere straordinario dell’essere credenti in Cristo. Vivere il vangelo è un prodigio! Nel credente vi è una bellezza che trascende tutte le altre. Nella sua semplicità e sobrietà, nel suo rialzarsi ogni giorno nonostante la fatica e debolezza, nell’essere come tutti ma allo stesso tempo diverso da tutti, nel superare l’asfissiante prova del quotidiano, il credente riparte ogni giorno con determinazione e speranza, animato da quella promessa che ha conquistato il suo cuore nel momento della conversione.

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Non lasciamola chiusa nel fondo del cuore

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Sac. Carlo Sacchetti

Continua nella sua testimonianza Jean Vanier:

«Vivendo con persone con handicap ho scoperto anche le mie ferite, un mondo di tenebre dentro di me. Non si può vivere con persone che soffrono tanto, senza che esse rivelino la nostra sofferenza. Non si può vivere con persone molto angosciate senza che questo provochi le nostre angosce. Queste persone con handicap risvegliano in me angosce molto grandi. Ho visto dentro di me delle forze di durezza, ho visto dentro di me delle capacità di violenza, anche di un certo odio psicologico; è duro scoprire dentro di sé la capacità di volere il male. Non si tratta di credere di essere superiore agli altri. La vita stessa è lo scoprire progressivamente chi sono io, con tutto ciò che è tenebroso, ferito dentro di me e scoprire anche tutto ciò che è dono, scoprire che sono amato da Dio, così come sono.
Quando ho vissuto una certa esperienza particolarmente dolorosa, ho scoperto una lettera di Carl Jung ad una donna cristiana. Jung diceva così: "Io ammiro voi cristiani: quando vedete qualcuno che ha fame e sete, voi vedete Gesù. Quando visitate qualcuno che è in prigione o che è malato voi fate visita a Gesù. Quando accogliete uno straniero o vestite quelli che sono nudi, voi vedete Gesù". Poi aggiungeva: "Io trovo tutto questo molto bello, ma quello che non capisco è che voi non vedete Gesù nella vostra stessa povertà. Perché Gesù è sempre nel povero al di fuori di voi, mentre lo negate nella povertà che è dentro di voi? Perché passate il vostro tempo a negare le vostre tenebre?".
Così ho capito anche questa frase di Gesù: "Non cercare di togliere la pagliuzza nell'occhio dell'altro, quando c'è una trave nel tuo. Insensato! accetta di togliere la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai chiaro per levare la pagliuzza nell'occhio dell'altro . Così ho scoperto, dentro di me, tutte le potenze di negazione della mia povertà. La povertà delle persone con le quali vivevo mi portava a vivere la verità. Spesso dico che la gente viene all'ARCA o a FEDE E LUCE per servire i poveri, ma resta solo se si scopre povera. In quel momento si scopre una cosa importante: la buona novella non è per quelli che servono i poveri. La buona novella è per quelli che sono poveri, che hanno toccato le loro ferite, la loro fragilità , la loro vulnerabilità , che hanno lasciato cadere il loro sistema di difesa, con la certezza che Dio li difende. E' quello che Gesù diceva a Paolo: "La mia grazia ti basta, la mia potenza si rivela nella tua debolezza”».

La più grande santa dei tempi moderni, Teresa di Lisieux, affermava che: «Quando arriveremo in paradiso ne vedremo delle belle». Affermava anche: «Ah, se i sapienti, dopo aver passato la loro vita negli studi, fossero venuti a interrogarmi, senza dubbio sarebbero rimasti meravigliati vedendo una fanciulla di quattordici anni capire i segreti della perfezione, segreti che tutta la loro scienza non può scoprire, poiché per possederli bisogna essere poveri di spirito!». E ancora: «Sono questi (i miseri) i fiori selvatici che lo rapiscono (il Signore) perché sono tanto semplici»; «Affinché l'amore sia soddisfatto pienamente, bisogna che si abbassi, che si abbassi fino al niente, per trasformare in fuoco questo niente»; «Gesù non chiede grandi azioni, bensì soltanto l'abbandono e la riconoscenza».

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Sono contento che tu esista

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Sac. Carlo Sacchetti

Continua Jean Vanier nella sua testimonianza:

«Poi, ben presto, ho scoperto che Raphael e Philippe non volevano assolutamente vivere con un ufficiale di marina che credeva di poter comandare tutti quanti. Non avevano nemmeno voglia di vivere con un ex professore di filosofia che credeva di saper qualcosa. Ciò che volevano era vivere con degli amici, come ognuno di noi.
Vogliamo vivere con degli amici. E sapete cosa è un amico? L'amico è colui che mi accoglie così come sono e non mi giudica e non mi condanna quando vede i miei limiti, la mia vulnerabilità , la mia fragilità, il mio handicap. E' molto semplice l'amicizia: amare l'altro così com'è, con tutto ciò che è brutto e che è bello in lui.
Amicizia è anche vedere il potenziale dell'altro. È vedere i suoi doni, le sue capacità di crescita, aiutare l'altro a sbocciare. L'amico è colui che è felice di vivere col suo amico.
Ben presto ho scoperto che la pedagogia essenziale dell'ARCA è quella di essere felici. Accogliere le persone che hanno sofferto e dire loro attraverso gli occhi, i gesti, la parola: "Sono contento che tu esista". Perché questa è la Buona Novella: "Sono felice che tu esista".
Progressivamente ho scoperto anche una visione di Gesù per il nostro mondo; ho scoperto che Raphael e Philippe mi chiedevano semplicemente di diventare loro amico, ma per questo occorreva che io cambiassi. Sapete sono un figlio della mia cultura e nella mia cultura bisognava essere il primo della classe. A scuola bisognava lottare, nello sport, in classe, lottare per essere sempre primi, bisognava sempre vincere i premi. Nella marina mi hanno insegnato a salire di grado, sempre salire, per avere più privilegi, più potere. Era nel mio sangue, nel mio spirito.
Viviamo in una società competitiva. In questa società c’è qualcuno che vince, che si sente in alto e poi una massa di persone che perdono, che hanno fame, che non hanno lavoro, che sono ferite, che sono emarginate, sia che siano gli emarginati della nostra società, sia che siano quelli del mondo intero. Ci sono gli emarginati nei paesi del nord che hanno molte ricchezze, come nei paesi del sud che sono nella povertà. Ma questa è la realtà di un mondo competitivo.
Progressivamente ho scoperto che Gesù voleva un' altra cosa: non voleva creare un mondo competitivo, come in una gerarchia piramidale. Voleva creare un corpo. Sapete, è molto bella la visione di Gesù riguardo al nostro mondo. San Paolo lo dice ancora una volta nella prima lettera ai Corinzi, dove descrive la chiesa come un corpo, dove ogni persona è differente dall'altra. Paolo dice: "Come nel corpo l'occhio è diverso dal dito, l'occhio e il dito sono diversi dal piede. L'occhio non può dire: sono meglio di te. L'orecchio non può' dire: sono meglio del naso. Il naso non può dire: sono meglio dei piedi. No! Paolo dice che abbiamo bisogno gli uni degli altri. Ognuno è radicalmente diverso, ognuno unico, ognuno ha bisogno dell'altro. Non ci sono migliori o peggiori, siamo parti di un corpo e ognuno è chiamato a far parte di questo corpo.

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Mi ami?

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Sac. Carlo Sacchetti

Non ho mai nascosto la mia ammirazione, e in tanti aspetti, il mio debito spirituale, verso Jean Vanier. Lui che da ufficiale di marina aveva imparato che è dall’efficienza che si valuta la statura di un uomo è stato come “colpito” da una domanda che ha segnato tutta la sua vita a venire: che dire di chi non è e non sarà mai in alto in una gerarchia? Che dire, perciò, della maggioranza degli esseri umani? E’ giusto coltivare in loro sogni che non potranno mai realizzare, anzi contro cui si spezzeranno le loro vite, sbarrate da altre vite più svelte, più scaltre, ma sempre terribilmente poche?
Ascoltiamo una parte di una sua testimonianza.

«Gesù mi ha chiamato a seguirlo e ho lasciato la marina; ho avuto il privilegio di essere accolto da un padre domenicano che è diventato il mio padre spirituale e intellettuale. Ho studiato, ho cominciato ad insegnare filosofia in Canada . Nel 1963 questo stesso prete era cappellano in un centro per persone che avevano un handicap mentale. Era stato professore di teologia e filosofia e, vivendo con uomini e donne che avevano un handicap mentale, ha scoperto il segreto del Vangelo.
Questo segreto è rivelato nella prima lettera ai Corinzi, dove san Paolo dice che Dio ha scelto ciò che è folle nel mondo per confondere i saggi, ha scelto ciò che è debole per confondere i forti, ha scelto ciò che è più basso e più disprezzato. Non trovate che sia sconcertante questa scelta di Dio? La scelta di quelli che sono considerati dei pazzi, dei deboli, la gente disprezzata!
Questo prete aveva un po' toccato con mano questa verità, con questi uomini e donne che avevano molto sofferto. Nel loro cuore c'era una specie di semplicità. Ha voluto che io incontrassi i suoi nuovi amici. Allora sono andato. Ero un po’ imbarazzato davanti a questi uomini e queste donne; non sapevo comunicare bene con persone che non parlavano. Anche se parlavano, di che cosa potevamo parlare? Ero colpito da questi volti deformi, ma ero toccato da una cosa: ognuno con un gesto, con uno sguardo, con una parola, mi poneva una domanda molto fondamentale: "Mi ami?".
E' una domanda molto fondamentale. I miei studenti in filosofia non mi ponevano questa domanda. Gli studenti mi chiedevano piuttosto quello che c'era nella mia testa, per poi lasciarmi e continuare la loro vita. Questi uomini invece ponevano questa domanda: "Mi ami?". Ed è la stessa domanda che Gesù ci pone; la domanda che ha posto a Pietro, dopo la Risurrezione: "Simone, mi ami tu?". Ed è la stessa domanda che pone ad ognuno di noi:
Mi ami veramente?».

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Non mi salvo senza il fratello

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Sac. Carlo Sacchetti

L’intervista al Papa continua parlando della Compagnia di Gesù (Gesuiti), di Pietro Favre, un Gesuita che è per lui un modello e della sua personale esperienza di Governo (tutte parti che vi invito a leggere personalmente). Il Papa poi si sofferma sul “Sentire con la Chiesa” e dice:

«L'immagine della Chiesa che mi piace è quella del santo popolo fedele di Dio. È la definizione che uso spesso, ed è poi quella della Lumen gentium al numero 12. L'appartenenza a un popolo ha un forte valore teologico: Dio nella storia della salvezza ha salvato un popolo. Non c'è identità piena senza appartenenza a un popolo.
Nessuno si salva da solo, come individuo isolato, ma Dio ci attrae considerando la complessa trama di relazioni interpersonali che si realizzano nella comunità umana. Dio entra in questa dinamica popolare». […]

Come è importante, per la maturazione della fede, entrare in questa prospettiva. Abbiamo già sottolineato in più parti il valore della comunità. Ora il Papa ci ricorda che la nostra salvezza è legata a quella del fratello. Si esce dalla prospettiva privata, pensare prima di tutto alla propria salvezza, per entrare in quella comunitaria: non mi salvo se non si salva il fratello.
Questa idea è alla base di tutta l’impostazione teologica, spirituale e pastorale di Papa Francesco. Per lui una Chiesa che si chiude in se stessa, che non esce alla ricerca del fratello bisognoso, del fratello che è nel peccato o che è semplicemente fuori, è malata. Una Chiesa che non si confronta con le sfide della cultura contemporanea, che non ascolta il popolo, non vive uno dei misteri centrali della sua fede: l’incarnazione.

Uscire verso il fratello non è solo un movimento missionario che si colloca tra i vari doveri del mio essere buon cristiano, ma è essenzialmente legato alla mia salvezza e felicità. Senza eliminare la responsabilità personale per i propri peccati - questa rimane e la affidiamo a Dio e alla sua misericordia - il cristianesimo introduce l’idea che Dio salva il popolo e di conseguenza il destino del fratello mi riguarda.

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È come la rugiada dell'Ermon

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Sac. Carlo Sacchetti

Eccoci ora alla sottolineatura che il Papa ha fatto della missionarietà.

[…] Della Compagnia mi hanno colpito tre cose: la missionarietà, la comunità e la disciplina. Curioso questo, perché io sono un indisciplinato nato, nato, nato. Ma la loro disciplina, il modo di ordinare il tempo, mi ha colpito tanto».
«E poi una cosa per me davvero fondamentale è la comunità.
[…]
Mentre il Papa parla di missione e di comunità, mi vengono in mente tutti quei documenti della Compagnia di Gesù in cui si parla di «comunità per la missione» e li ritrovo nelle sue parole.

Ha parlato di missionarietà, comunità e disciplina ma sembra che sviluppi solo la seconda. Se guardiamo infatti il paragrafo successivo vediamo che parla di altro.
Evidentemente in un’intervista non si possono svolgere i temi trattati come si può fare in un’enciclica, ma penso che anche se il Papa non ha più parlato della missionarietà ne ha però posto il fondamento.
Lo scorso editoriale abbiamo parlato della comunione e di come il cristianesimo sia chiamato, per sua natura alla vita comunitaria. Da questo possiamo già intuire che proprio in questo vivere l’amore, inteso come comunione, si è missionari.

Nel contesto attuale si assiste ad un crescente senso della libertà della persona, della sua dignità. Un tempo si insisteva di più su motivazioni che potevano intimorire le persone. Certo la paura può essere una molla efficace, in certi momenti della vita. In fondo molte cose che non si riescono a fare o pensare in una situazione di normalità, vengono realizzate immediatamente non appena appare sullo sfondo una paura. Pensate al fumatore che riceve un esito medico preoccupante e subito riesce a fare ciò che per anni era apparso impossibile. Questo è solo un esempio di cosa possa far fare la paura. Quante ricerche scientifiche sono state spinte dalla paura. La paura può anche risvegliare un iniziale senso di responsabilità. Penso che molti cristiani abbiano evitato certi peccati più per il timore delle conseguenze (personali, di immagine, ecc.) che perché realmente convinti della bontà e bellezza del valore. O meglio, sapevano che era giusto il valore ma ciò che ha fatto la differenza e li ha fatti resistere è stata la paura. Inoltre, ancora grazie alla paura, ci si rende conto che tante cose che si sono inseguite per anni e hanno riempito le nostre giornate, sono solamente fumo. Quante persone che si sono trovate in poco tempo vicine alla morte, per malattie improvvise, mi hanno confidato che in questi momenti riuscivano a comprendere con molta lucidità le cose che valevano veramente.

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Io volevo qualcosa di più

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Sac. Carlo Sacchetti

Continuiamo la nostra riflessione sull’intervista che Papa Francesco ha rilasciato a Padre Spadaro S.I. con la seconda domanda che quest’ultimo ha posto al Pontefice.

Perché si è fatto gesuita?

Proseguo con quella che avevo scelto come prima domanda: «Santo Padre, che cosa l'ha spinta a scegliere di entrare nella Compagnia di Gesù? Che cosa l'ha colpita dell'Ordine dei gesuiti?».
«Io volevo qualcosa di più. Ma non sapevo che cosa. Ero entrato in seminario. I domenicani mi piacevano e avevo amici domenicani. Ma poi ho scelto la Compagnia, che ho conosciuto bene perché il seminario era affidato ai gesuiti. Della Compagnia mi hanno colpito tre cose: la missionarietà, la comunità e la disciplina. Curioso questo, perché io sono un indisciplinato nato, nato, nato. Ma la loro disciplina, il modo di ordinare il tempo, mi ha colpito tanto».
«E poi una cosa per me davvero fondamentale è la comunità.
Cercavo sempre una comunità, io non mi vedevo prete solo: ho bisogno di comunità. E lo si capisce dal fatto che sono qui a Santa Marta: quando sono stato eletto, abitavo per sorteggio nella stanza 207. Questa dove siamo adesso era una camera per gli ospiti.
Ho scelto di abitare qui, nella camera 201, perché quando ho preso possesso dell'appartamento pontificio, dentro di me ho sentito distintamente un "no". L'appartamento pontificio nel Palazzo Apostolico non è lussuoso. È antico, fatto con buon gusto e, grande, non lussuoso. Ma alla fine è come un imbuto al rovescio. È grande e spazioso, ma l'ingresso è davvero stretto. Si entra col contagocce, e io no, senza gente non posso vivere. Ho bisogno di vivere la mia vita insieme agli altri».
Mentre il Papa parla di missione e di comunità, mi vengono in mente tutti quei documenti della Compagnia di Gesù in cui si parla di «comunità per la missione» e li ritrovo nelle sue parole.

«Io volevo qualcosa di più». Il grido del cuore dell’uomo, tante volte sepolto nelle molte occupazioni, nelle molte paure, nelle molte doppiezze e fragilità, esce dalle parole del Papa in tutta la sua forza ed essenzialità.
Mi convinco sempre di più che la spiritualità in fondo non è altro che liberare questo grido. Tutti i sistemi, gli schemi, i metodi, le vie spirituali se non portano a questa semplificazione, se non portano a liberare questo grido del cuore dell’uomo, rischiano di diventare ostacoli e non aiuti. In fondo l’ascesi autentica si riconosce in questa essenziale verità. Perché preghi? Perché cerchi di vivere i comandamenti? Perché fai determinate rinunce? Perché condividi ciò che hai con il tuo fratello? Perché, a detta dei Santi, l’umiltà è la catena del rosario che tiene insieme tutte le altre virtù? Potremmo continuare con tutto ciò che ha caratterizzato le varie spiritualità nel tempo, ma la risposta sarebbe sempre e solo una: Perché il cuore possa continuare a volere qualcosa di più. Solo così può sperare di incontrare quel Volto, quel Cuore, quell’Abbraccio nel quale riposare.

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