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Unità Pastorale di Campagnola e Cognento


Nella speranza siamo stati salvati
Comunione

Il vangelo del lavoro, il vangelo nel lavoro

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Sac. Carlo Sacchetti

Vorrei continuare con voi la riflessione su come l’ambiente di lavoro possa diventare il luogo dove l’uomo ritrova se stesso, cresce e sviluppa dimensioni fondamentali della sua umanità. La fabbrica come luogo liturgico e ambone dal quale il Vangelo viene annunciato anche oggi all’uomo.

Guardiamo all’esperienza di un industriale della nostra zona Giovanni Arletti, che vive con la sua famiglia questa logica di comunione in un’azienda che ha sede a Limidi di Soliera in provincia di Modena. Leggiamo questa esperienza mettendola in sinossi con la Parola di Dio che ne rivela la vera sorgente. Perché dietro tutto ciò che vi è di veramente umano e a favore dell’uomo ritroviamo il volto di colui che «non ritenne un privilegio l'essere come Dio, 7ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini» (Fil 2.6-7).

Racconta quest’imprenditore che: «Nel settembre del 2008 si è fermato tutto, non arrivava più una telefonata, un ordine.  È stato l’inizio di una crisi annunciata, ci eravamo già preparati riorganizzando la rete commerciale reimpostando i programmi informatici e l’amministrazione con contabilità industriale e controllo di gestione in modo da avere un controllo più veloce e dati più dettagliati». Continua dicendo: «Abbiamo chiamato tutti i lavoratori e messi al corrente di quello che poteva accadere, impegnandoci noi a fare tutti i sacrifici rinunciando al margine e con loro a vivere insieme le difficoltà, magari riducendo gli orari. Inoltre visto che una delle difficoltà era accedere al credito abbiamo deciso di raddoppiare il capitale sociale in tutte le società del gruppo. Questo ha aumentato la fiducia degli istituti di credito e dei fornitori nell’azienda. Ad oggi non abbiamo perso un’ora di lavoro, non abbiamo licenziato nessuno, la crisi non è finita, però siamo ancora qui e siamo cresciuti in numero e fatturato».
La logica della partecipazione, è lo stile che Gesù ci ha insegnato. Nel momento più difficile della sua esperienza terrena, dove doveva rinnovare la sua fedeltà al Padre anche se questa comportava il fare dono della propria vita, chiama a se gli apostoli e vive con loro un momento di profonda comunione. Non si forza il vangelo nel dire che questo momento di intimità e condivisione ha certamente illuminato e sostenuto il Figlio dell’Uomo nella sua difficile scelta. «14Quando venne l'ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui, 15e disse loro: «Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, 16perché io vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio». 17E, ricevuto un calice, rese grazie e disse: «Prendetelo e fatelo passare tra voi, 18perché io vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non verrà il regno di Dio». 19Poi prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me». 20E, dopo aver cenato, fece lo stesso con il calice dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi» (Lc 22,14-20). Come si fa a non cogliere una continuità tra le parole di Gesù che chiama i suoi apostoli e dice: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi» e le parole di questo imprenditore che chiama i suoi lavoratori e si impegna a fare tutti i sacrifici rinunciando al margine e con loro a vivere insieme le difficoltà.

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Riformiamo il lavoro dal "basso"

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Sac. Carlo Sacchetti

Nella riflessione di oggi vorrei offrirvi una storia che ci aiuta a comprendere che il problema lavoro è molto più complesso di come alcune “ideologie riduttive” vogliono mostrarcelo e che il cammino che può trasformare il luogo di lavoro in una palestra di crescita umana debba essere di tutti: imprenditori e lavoratori. Nella storia spesso ciò che è partito dal basso ha avuto più durata ed efficacia nel tempo. Dunque rendiamo protagonisti i lavoratori! A volte gesti semplici e allo stesso tempo coraggiosi, iniettano nell’ambiente di lavoro un’energia, uno spirito positivo, che poi influisce anche sulle grandi scelte.

Torniamo allo scorso maggio e andiamo a Peccioli, nelle campagne pisane. È lì che vive Rossella Cionini, autista di autobus all’azienda Ctt Nord. Rossella è ammalata da anni e, a cadenze regolari, deve sottoporsi ad interventi chirurgici che la costringono a lunghe degenze. A gennaio aveva terminato ferie e permessi: sarebbe rimasta a casa senza stipendio se i suoi 250 colleghi non avessero deciso di regalarle un po’ delle loro ferie per aiutarla. Anche nei giorni in cui dalla sua storia sta nascendo un disegno di legge Rossella è a casa per colpa di un’operazione. «Sono tornata sotto i ferri il 19 agosto - dice - e spero sia l’ultima volta. Se venisse approvata una legge per la donazione delle ferie vorrei che si chiamasse la “legge degli angeli”. Perché io ho messo la storia ma i miei colleghi il gesto. Sono loro che hanno dimostrato di avere cuore».

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La comunione è una liberazione

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Sac. Carlo Sacchetti

Jean Vanier continua la sua testimonianza:

[…] «Armando è molto piccolo, estremamente fragile, ha un corpo molto piccolo, non può parlare, non può mangiare da solo e da due anni non può mangiare con la bocca. Ha una sonda che conduce il nutrimento direttamente nello stomaco. Sono sempre emozionato, quando vedo Armando. Ha uno sguardo di una tale bellezza. Quando gli andiamo vicino e gli si dice: "Armando!", i suoi occhi piccoli, il suo viso scoppiano in un sorriso. Mi tocca sempre molto profondamente. Armando non chiede soldi, non chiede sapere, non chiede potere, non chiede un posto, una funzione; tutto ciò che chiede è molto semplice: "Mi ami?". Questo ci raggiunge nel profondo del cuore, un cuore fatto di tenerezza e vulnerabilità . Questo cuore di cui forse ho un po' paura, perché abbiamo un po' tutti paura di amare. Forse nascondiamo la nostra vulnerabilità, è forse proprio tutto questo che ho scoperto.
In marina e negli studi avevo alzato attorno al mio cuore tutto un sistema di difesa. Dovevo apparire forte, non sapevo diventare vulnerabile e lasciarmi toccare nella profondità del mio essere. È qui che Armando mi ha toccato, perché Armando dice: "Lascia cadere le tue difese, tira via la maschera, sii te stesso ed entra in una relazione di comunione!". E' questo quello che ho scoperto vivendo con uomini e donne fragili: la comunione.
La comunione è molto diversa dalla generosità; la generosità è fare delle cose buone, essere generosi, fare delle cose per le persone, ma senza avere mai il tempo per ricevere dagli altri. La comunione è un
vai e vieni dell' amore attraverso lo sguardo, il gesto, la parola. La comunione è molto diversa dalla cooperazione. Armando ed io non necessariamente cooperiamo insieme. La comunione è questo sguardo reciproco, basato sulla fiducia dove Armando può dire: "Ho fiducia in te" ed io posso dire a lui: Ho fiducia in te, tu sei un tempio dello Spirito Santo, tu sei presenza di Dio".
Ed è vero che con Raphael e Philippe e persone come Armando ho cominciato a penetrare molto più nel Vangelo. Gesù dice: "Chi accoglie uno di questi piccoli, nel mio nome, accoglie me". Se accogliete qualcuno che non può sbrigarsela da solo, voi accogliete Gesù. Non trovate tutto questo molto semplice? Se accogliete qualcuno che non può farcela da solo, accogliete Gesù. E' così che scopriamo come Armando ci guarisce, ci aiuta a far cadere le maschere, a non essere in un mondo competitivo. Ho il diritto di essere me stesso, con il mio cuore vulnerabile, con il mio cuore che ha bisogno di amare e di essere amato. La comunione non è possedere l'altro (quando si vive insieme a persone che hanno un handicap mentale, si può sentire dentro di sé questa tentazione), la comunione è donare libertà all'altro. Non possederlo, non conservarlo, ma aiutarlo a crescere. La comunione è una liberazione.
Vivendo con persone che hanno un handicap ho scoperto tutto un pozzo di tenerezza dentro di me. E' stupendo questo pozzo di tenerezza dentro di noi. Ho scoperto cosa significa amare: amare non è necessariamente fare delle cose per gli altri e allo stesso tempo schiacciarli e fargli capire che non sono in grado di fare niente. Amare l'altro è dargli fiducia, aiutare l'altro a scoprire la sua bellezza, aiutarlo a scoprire il suo valore, rivelare all'altro che è prezioso ed importante».

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L'unità della Chiesa passerà attraverso il cuore delle donne

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Sac. Carlo Sacchetti

Dopo alcune considerazioni sui Dicasteri romani e il rapporto tra primato petrino e sinodalità il Papa si sofferma sul ruolo della donna nella Chiesa:

[…] Cerco di capire come il Papa veda il futuro dell'unità della Chiesa. Mi risponde: «dobbiamo camminare uniti nelle differenze: non c'è altra strada per unirci. Questa è la strada di Gesù».
[…] Allora, chiedo: «Quale deve essere il ruolo della donna nella Chiesa? Come fare per renderlo oggi più visibile?».
«È necessario ampliare gli spazi di una presenza femminile più incisiva nella Chiesa. Temo la soluzione del "machismo in gonnella", perché in realtà la donna ha una struttura differente dall'uomo.
E invece i discorsi che sento sul ruolo della donna sono spesso ispirati proprio da una ideologia machista. Le donne stanno ponendo domande profonde che vanno affrontate. La Chiesa non può essere se stessa senza la donna e il suo ruolo. La donna per la Chiesa è imprescindibile. Maria, una donna, è più importante dei Vescovi.
Dico questo perché non bisogna confondere la funzione con la dignità. Bisogna dunque approfondire meglio la figura della donna nella Chiesa. Bisogna lavorare di più per fare una profonda teologia della donna. Solo compiendo questo passaggio si potrà riflettere meglio sulla funzione della donna all'interno della Chiesa. Il genio femminile è necessario nei luoghi in cui si prendono le decisioni importanti. La sfida oggi è proprio questa: riflettere sul posto specifico della donna anche proprio lì dove si esercita l'autorità nei vari ambiti della Chiesa».

Non è a caso che siano accostati due argomenti come l’unità della Chiesa e il ruolo della donna.
Prima di tutto occorre sottolineare ciò che il pontefice afferma subito dopo. La donna è bella nella misura in cui è pienamente se stessa e non perché scimmiotta ciò che è tipico dell’uomo. Il “machismo in gonnella” ci priva di quel genius femminile che è una risorsa preziosa e irrinunciabile per l’umanità.

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È come la rugiada dell'Ermon

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Sac. Carlo Sacchetti

Eccoci ora alla sottolineatura che il Papa ha fatto della missionarietà.

[…] Della Compagnia mi hanno colpito tre cose: la missionarietà, la comunità e la disciplina. Curioso questo, perché io sono un indisciplinato nato, nato, nato. Ma la loro disciplina, il modo di ordinare il tempo, mi ha colpito tanto».
«E poi una cosa per me davvero fondamentale è la comunità.
[…]
Mentre il Papa parla di missione e di comunità, mi vengono in mente tutti quei documenti della Compagnia di Gesù in cui si parla di «comunità per la missione» e li ritrovo nelle sue parole.

Ha parlato di missionarietà, comunità e disciplina ma sembra che sviluppi solo la seconda. Se guardiamo infatti il paragrafo successivo vediamo che parla di altro.
Evidentemente in un’intervista non si possono svolgere i temi trattati come si può fare in un’enciclica, ma penso che anche se il Papa non ha più parlato della missionarietà ne ha però posto il fondamento.
Lo scorso editoriale abbiamo parlato della comunione e di come il cristianesimo sia chiamato, per sua natura alla vita comunitaria. Da questo possiamo già intuire che proprio in questo vivere l’amore, inteso come comunione, si è missionari.

Nel contesto attuale si assiste ad un crescente senso della libertà della persona, della sua dignità. Un tempo si insisteva di più su motivazioni che potevano intimorire le persone. Certo la paura può essere una molla efficace, in certi momenti della vita. In fondo molte cose che non si riescono a fare o pensare in una situazione di normalità, vengono realizzate immediatamente non appena appare sullo sfondo una paura. Pensate al fumatore che riceve un esito medico preoccupante e subito riesce a fare ciò che per anni era apparso impossibile. Questo è solo un esempio di cosa possa far fare la paura. Quante ricerche scientifiche sono state spinte dalla paura. La paura può anche risvegliare un iniziale senso di responsabilità. Penso che molti cristiani abbiano evitato certi peccati più per il timore delle conseguenze (personali, di immagine, ecc.) che perché realmente convinti della bontà e bellezza del valore. O meglio, sapevano che era giusto il valore ma ciò che ha fatto la differenza e li ha fatti resistere è stata la paura. Inoltre, ancora grazie alla paura, ci si rende conto che tante cose che si sono inseguite per anni e hanno riempito le nostre giornate, sono solamente fumo. Quante persone che si sono trovate in poco tempo vicine alla morte, per malattie improvvise, mi hanno confidato che in questi momenti riuscivano a comprendere con molta lucidità le cose che valevano veramente.

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Come una Famiglia

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Sac. Carlo Sacchetti

Nell’ultima Assemblea parrocchiale è tornato più volte il tema/ideale della Parrocchia che è come una famiglia. Per questo motivo vorrei riflettere con voi su questo tema, visto che ci può dare spunti importanti per approfondire il cammino che abbiamo cominciato quest’anno sulla lotta alla chiacchiera, critica, giudizio e maldicenza.

Cosa vuol dire che siamo una sola famiglia?
La prima cosa che possiamo affermare è che, come comunità cristiana, se siamo una famiglia non possiamo accontentarci del rispetto verso l’altro. Vi immaginate una famiglia dove le relazioni sono semplicemente basate sul rispetto reciproco? Saper ascoltare tutti, anche chi la pensa in modo diverso da te, saper cercare il bello che è in ogni persona, anche quelle verso le quali fai più fatica, saper perdonare, sono atteggiamenti molto importanti nella vita insieme, ma essere famiglia è qualcosa di più.
Essere Chiesa, essere Comunità, non può limitarsi a questi atteggiamenti. Se la famiglia può essere considerata la “cifra” della realtà della Chiesa intuiamo, da subito, che la nostra chiamata è ancora più alta, proprio perché più “calda” e totalizzante.

Proviamo a riflettere, dunque, su ciò che caratterizza una famiglia.
Prima di tutto i membri di una famiglia si riconoscono in un comune principio che ha loro donato la vita. Questo senso di appartenenza fondato su una comune origine non va visto solamente in chiave biologica. Ci si può riconoscere “figli” anche senza essere stati generati fisicamente dai genitori; pensiamo ad esempio ai figli adottati che entrano a far parte in modo consapevole della famiglia nel momento in cui riconoscono di essere stati “nuovamente generati” dal desiderio, amore, volontà dei nuovi genitori.
A fondamento di ogni famiglia vi è un amore preveniente fecondo che genera vita e legami. Uno degli aspetti più belli dell’essere famiglia è proprio questo essere tutti “debitori di un amore” che ti ha voluto e quindi fatto esistere. Non si vive solo perché si è partoriti in un ospedale, ma si vive, come persone, nel momento in cui si sperimenta in modo vero l’amore che ci ha desiderato, voluto e amato ancor prima che noi nascessimo.

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