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Unità Pastorale di Campagnola e Cognento


Nella speranza siamo stati salvati
Coraggio

Quel "non previsto" che spinge la storia

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Sac. Carlo Sacchetti

Stavo rileggendo in questi giorni la cronaca del “martirio” dei ventuno copti cristiani uccisi dall’Is. Tutto secondo copione: il boia con il tabarro nero, il rito quasi maniacale e ripetitivo che insinua il messaggio che il massacro è inarrestabile, la pubblicazione in internet attraverso la quale si vuole alimentare il terrore, le rivendicazioni che suonano come minacce all’occidente nemico, la vittima sacrificale che rimane inerte, rassegnata, pronta per il sacrificio. Lui il Boia grande, dominatore, l’altro, la vittima, debole e piccolo. Rileggendo le cronache delle varie uccisioni si coglie una continuità che fa pensare ad una “regia pensata” nella quale si considera anche il dettaglio pur di raggiungere il proprio scopo.

Eppure, in questo caso, qualcosa è sfuggito a chi ha montato scrupolosamente il video da proporre al mondo intero. Antonio Aziz Mina, vescovo copto di Giza, cittadina egiziana, nel guardare il video dell’esecuzione dei ventuno lavoratori cristiani copti ha osservato le labbra dei condannati negli ultimi istanti, e dal labiale ha letto che invocavano il nome di Gesù Cristo. Ma come! Non dovevano rappresentare la debolezza e fragilità di chiunque si opponga all’Is? Non dovevano esprimere la rassegnazione di chi sa che prima o poi toccherà a lui? Non dovevano mostrare al mondo la paura di chi non può resistere a un destino ineluttabile?
Certo nell’intenzione del “regista” erano questi i messaggi che si dovevano trasmettere, ma c’è stato un “non previsto” che ha cambiato radicalmente la prospettiva. Colui che doveva apparire piccolo agli occhi di tutti è diventato un “gigante” della fede. Nessuna parola di vendetta, nessuna richiesta di pietà, solamente quell’invocare Gesù che è riconoscere Lui come unico Signore e Salvatore.

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Morire non è nulla; non vivere è spaventoso

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Sac. Carlo Sacchetti

Oggi vorrei proporre alla vostra riflessione il testamento di Reyhaneh Jabbari, 26 anni, impiccata il 25 ottobre scorso dal regime iraniano per avere ucciso l’uomo che voleva stuprarla. Avrebbe potuto salvarsi, perché i familiari dell’accusato avevano promesso la grazia se lei avesse negato il tentativo di stupro. Ma lei, fedele a se stessa fino alla fine, non lo ha fatto.
Il primo aprile, una volta saputo della sua condanna a morte, aveva registrato per la madre l’audio messaggio con le sue ultime volontà.
Per la nostra comunità, vorrei che fosse un momento di riflessione sulla bellezza di questa donna, che ha un cuore troppo grande per preferire pochi anni di vita in più a ciò che sente come vero. Come dice a sua madre: «Sei stata tu a insegnarmi che bisogna perseverare, anche fino alla morte, per i valori». In questa persona troviamo incarnate le parole di Victor Hugo che affermava: «Morire non è nulla; non vivere è spaventoso».

«Cara Shole, oggi ho appreso che è arrivato il mio turno di affrontare la Qisas (la legge del taglione del regime ndr).
Mi sento ferita, perché non mi avevi detto che sono arrivata all’ultima pagina del libro della mia vita. Non pensi che dovrei saperlo? Non sai quanto mi vergogno per la tua tristezza. Perché non mi hai dato la possibilità di baciare la tua mano e quella di papà?
Il mondo mi ha permesso di vivere fino a 19 anni. Quella notte fatale avrei dovuto essere uccisa. Il mio corpo sarebbe stato gettato in un qualche angolo della città e, dopo qualche giorno, la polizia ti avrebbe portata all’obitorio per identificare il mio cadavere, e avresti appreso anche che ero stata stuprata. L’assassino non sarebbe mai stato trovato poiché noi non godiamo della loro ricchezza e del loro potere. E poi avresti continuato la tua vita nel dolore e nella vergogna, e un paio di anni dopo saresti morta per questa sofferenza, e sarebbe finita così. Ma a causa di quel colpo maledetto la storia è cambiata. Il mio corpo non è stato gettato via, ma nella fossa della prigione di Evin e nelle sue celle di isolamento e ora in questo carceretomba di Shahr-e Ray. Ma non vacillare di fronte al destino e non ti lamentare. Sai bene che la morte non è la fine della vita.
Mi hai insegnato che veniamo al mondo per fare esperienza e per imparare una lezione, e che ogni nascita porta con sé una responsabilità. Ho imparato che a volte bisogna combattere. Mi ricordo quando mi dicesti che l’uomo che conduceva la vettura aveva protestato contro l’uomo che mi stava frustando, ma quest’ultimo ha colpito l’altro con la frusta sulla testa e sul volto, causandone alla fine la morte. Sei stata tu a insegnarmi che bisogna perseverare, anche fino alla morte, per i valori.

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La Chiesa dovrebbe tendere alla Genialità

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Sac. Carlo Sacchetti

[…] Comincio a ragionare sul fatto che l'uomo si sta interpretando in maniera diversa dal passato, con categorie diverse. E questo anche a causa dei grandi cambiamenti nella società e di un più ampio studio di se stesso...
Il Papa a questo punto si alza e va a prendere sulla sua scrivania il Breviario. È un Breviario in latino, ormai logoro per l'uso. E lo apre all'Ufficio delle Letture della Feria sexta, cioè venerdì, della XXVII settimana. Mi legge un passaggio tratto dal Commonitórium Primum di san Vincenzo di Lerins: «Anche il dogma della religione cristiana deve seguire queste leggi. Progredisce, consolidandosi con gli anni, sviluppandosi col tempo, approfondendosi con l'età».
E così il Papa prosegue: «San Vincenzo di Lerins fa il paragone tra lo sviluppo biologico dell'uomo e la trasmissione da un'epoca all'altra del depositum fidei, che cresce e si consolida con il passar del tempo. Ecco, la comprensione dell'uomo muta col tempo, e così anche la coscienza dell'uomo si approfondisce. Pensiamo a quando la schiavitù era ammessa o la pena di morte era ammessa senza alcun problema. Dunque si cresce nella comprensione della verità. Gli esegeti e i teologi aiutano la Chiesa a maturare il proprio giudizio.
Anche le altre scienze e la loro evoluzione aiutano la Chiesa in questa crescita nella comprensione. Ci sono norme e precetti ecclesiali secondari che una volta erano efficaci, ma che adesso hanno perso di valore o significato. La visione della dottrina della Chiesa come un monolite da difendere senza sfumature è errata».
«Del resto, in ogni epoca l'uomo cerca di comprendere ed esprimere meglio se stesso. E dunque l'uomo col tempo cambia il modo di percepire se stesso: una cosa è l'uomo che si esprime scolpendo la Nike di Samotracia, un'altra quella del Caravaggio, un'altra quella di Chagall e ancora un'altra quella di Dalí. Anche le forme di espressione della verità possono essere multiformi, e questo anzi è necessario per la trasmissione del messaggio evangelico nel suo significato immutabile».

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Il Futuro si costruisce insieme

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Sac. Carlo Sacchetti

Continua così Papa Francesco nell’intervista che stiamo commentando:

Rimango sul tema della Chiesa, ponendo al Papa una domanda anche alla luce della recente Giornata Mondiale della Gioventù: «Questo grande evento ha acceso ulteriormente i riflettori sui giovani, ma anche su quei "polmoni spirituali" che sono le Chiese di più recente istituzione. Quali le speranze per la Chiesa universale che le sembrano provenire da queste Chiese?».
«Le Chiese giovani sviluppano una sintesi di fede, cultura e vita in divenire, e dunque diversa da quella sviluppata dalle Chiese più antiche. Per me, il rapporto tra le Chiese di più antica istituzione e quelle più recenti è simile al rapporto tra giovani e anziani in una società: costruiscono il futuro, ma gli uni con la loro forza e gli altri con la loro saggezza. Si corrono sempre dei rischi, ovviamente; le Chiese più giovani rischiano di sentirsi autosufficienti, quelle più antiche rischiano di voler imporre alle più giovani i loro modelli culturali. Ma il futuro si costruisce insieme».

La capacità di ascoltare chi è diverso, il riuscire a fare sintesi, la dialettica come metodo per andare sempre più in profondità, la forza di guardare sempre avanti vedendo la novità e il rinnovamento come l’affermazione che Dio è sempre più grande di ciò che possiamo raggiungere, sono solo alcuni degli atteggiamenti sottintesi dalle parole del Papa.

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Il coraggio di fare delle scelte

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Sac. Carlo Sacchetti

Riprendiamo la seconda domanda che P. Spadaro S.I. ha fatto a Papa Francesco nell’intervista che stiamo commentando.

«Perché si è fatto gesuita?

Proseguo con quella che avevo scelto come prima domanda: «Santo Padre, che cosa l'ha spinta a scegliere di entrare nella Compagnia di Gesù? Che cosa l'ha colpita dell'Ordine dei gesuiti?».
«Io volevo qualcosa di più. Ma non sapevo che cosa. Ero entrato in seminario. I domenicani mi piacevano e avevo amici domenicani. Ma poi ho scelto la Compagnia, che ho conosciuto bene perché il seminario era affidato ai gesuiti…»

Ci fermiamo su questa seconda affermazione di Papa Francesco: “Ma non sapevo cosa”.
Se da una parte, come abbiamo ricordato nella scorsa riflessione, il cuore dell’uomo ha dentro di sé l’impronta dell’infinito, nel cammino attraverso il quale cerca di placare la sua sete di felicità incontra uno scoglio non facile da superare: la necessità di fare delle scelte.

La scelta spaventa e per questo si tende a rimandarla il più possibile. Come diceva Chesterton parlando del matrimonio nella sua opera “Le avventure di un uomo vivo”: Ma per apprezzarle tutte bisogna sceglierne una, perché desiderare è scegliere, «ogni atto di volontà è un atto di autolimitazione... scegliendo una cosa voi rifiutate tutte le altre.., quando sposate una donna, rinunziate a tutte le altre».

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