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Unità Pastorale di Campagnola e Cognento


Nella speranza siamo stati salvati
Educazione

Il figlio ideale delude, quello guardato con fiducia cresce

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Sac. Carlo Sacchetti

Ho letto di recente un articolo di Luigi Ballerini, che ha il titolo esattamente come quello sopra, con il quale mi ritrovo molto e vorrei condividere con voi alcune riflessioni.
Leggiamo prima una parte dell’articolo:

«”Nel percorso di autonomia dei nostri figli come liberarsi da quello che riteniamo, noi genitori, il loro bene, come capire che quella scelta è espressione di loro stessi, come non viverla come una delusione? Come imparare ad accettare il figlio diverso da come ce lo siamo immaginato, e una volta fatto questo, come accettare che il figlio scelga un percorso, uno stile che non ci assomiglia al punto da pensare «ma questo figlio cosa c’entra con me?” (Barbara Stefanini Wetter)
Un figlio che cresce non è un sogno che si realizza, e nemmeno un progetto che arriva al suo termine. È una vita che si compie e che procede secondo vie incalcolabili. Se c’è un ostacolo alla crescita del figlio è proprio il doversi misurare con un ideale, presente nella testa dei suoi genitori. Nel confronto con il figlio ideale, quello reale sarà sempre perdente, non sarà mai adeguato. E alla fine deluderà.
«Mi hai deluso!»: quanto è insostenibile questa affermazione! Sui ragazzi ha il potere di annichilirli. Hai deluso cosa, poi? Le aspettative che avevo su di te.
Certo, noi desideriamo un futuro felice per i nostri figli e li vorremmo realizzati secondo il nostro concetto di realizzazione. Eppure, qualunque sia la nostra idea dobbiamo, fortunatamente, fare i conti con loro. Con i loro desideri, le loro aspettative, i loro errori anche.
Quando un figlio non ci corrisponde c’è una domanda che conviene porre a noi stessi. Siamo così concentrati sul nostro progetto da non vedere il buono che sta realizzando nella sua vita, diverso da come lo avevamo preventivato, oppure si tratta veramente di una situazione in cui sta lavorando a suo danno? Perché c’è male laddove c’è un danno documentabile.
Guardiamolo sempre con uno sguardo pieno di fiducia, però. Tale sguardo nasce dalla stima per il suo pensiero e per la sua capacità di giudizio. Dentro questa prospettiva anche l’eventuale errore non diventa fonte di scandalo, perché esso stesso è frutto di competenza. Se ha messo qualcosa di suo nel far andar male le cose, potrà certamente mettere qualcosa di suo nel farle andare bene. Si tratta della certezza che, riprendere a pensare bene, ossia pensare per il proprio profitto, è sempre possibile a partire da un lavoro personale ed eventualmente comune.
«Ma questo figlio cosa c’entra con me?» è una domanda da non chiudere troppo in fretta. Se lo vedo solo frutto della mia opera educativa, o verrà esibito come un trofeo nel caso le cose vadano bene, o lo considererò una vergogna, magari da nascondere, se vanno male. Ma per fortuna, esiste la sua libertà».

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Priorità educativa

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Sac. Carlo Sacchetti

Riflettevo in questi giorni su quali debbano essere le priorità educative per un genitore cristiano.
Quante volte una mamma o un papà mi hanno chiesto consigli per svolgere al meglio questa loro missione e responsabilità.
Perciò, ho pensato di dedicare alcune righe per dare alcuni consigli che nascono dalla mia esperienza con i giovani e le famiglie.

Prima di tutto dico ai genitori di non cadere nella tentazione della paura. Il mondo oggi non aiuta, le possibilità di confusione e relativismo sono tante, la globalizzazione (soprattutto nelle comunicazioni) ha “globalizzato” anche le possibilità di incontri sbagliati, di trappole per minori. Il benessere in cui abbiamo fatto crescere i nostri figli li ha resi in tanti casi fragili davanti alle inevitabili fatiche e sofferenze della vita. Debolezza che riscontriamo anche nel soccombere, quasi sempre, dinanzi alla proposta del piacere facile e a buon mercato rispetto all’impegno e alla responsabilità che il vivere per ideali e valori comporta. Anche il fatto che alcuni facciano molti sacrifici per la scuola non ci garantisce circa la reale maturità di questi ragazzi. I successi scolastici possono diventare per alcuni quello che la fuga in evasioni di vario tipo sono per altri: cercare nel narcisismo, piuttosto che nel piacere e nel non pensare, di nascondere un vuoto che in nessun modo si riesce a riempire. Dico questo perché ho visto vari giovani, esemplari nell’età dell’adolescenza crollare intorno ai 25 anni rivelando che l’adultismo, che li aveva accompagnati negli anni precedenti, era solo una forma più raffinata di maschera.
Queste sono solo alcune difficoltà che un genitore, con gli occhi e la mente aperta rileva. Ripeto però di non avere paura. Il genitore è il primo responsabile dell’educazione del figlio, colui che più di tutti può agire con efficacia nella sua crescita. Il ragazzo potrà incontrare anche altri educatori validi ma il primo riferimento rimangono i suoi genitori. Di conseguenza è fondamentale che il papà e la mamma abbiano la consapevolezza che in loro ci sono i doni e le risorse per poter vivere con piena responsabilità questo incarico così importante.
Quindi il primo consiglio è quello di non delegare ad altri, ritenuti più professionali o preparati, ciò che è nostra responsabilità e possibilità.

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Circa l'educare...

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Sac. Carlo Sacchetti

Dopo aver elencato le sue preferenze letterarie, musicali, cinematografiche il Pontefice racconta una sua esperienza molto significativa.

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Penso in particolare proprio a Borges, perché di lui Bergoglio, ventottenne professore di Letteratura a Santa Fé presso il Colegio de la Immaculada Concepción, ebbe una conoscenza diretta. Bergoglio insegnava agli ultimi due anni del Liceo e avviò i suoi ragazzi alla scrittura creativa. Ho avuto una esperienza simile alla sua, quando avevo la sua età, presso l'Istituto Massimo di Roma, fondando BombaCarta, e gliela racconto. Alla fine chiedo al Papa di raccontare la sua esperienza.
«È stata una cosa un po' rischiosa -- risponde --. Dovevo fare in modo che i miei alunni studiassero El Cid. Ma ai ragazzi non piaceva. Chiedevano di leggere García Lorca. Allora ho deciso che avrebbero studiato El Cid a casa, e durante le lezioni io avrei trattato gli autori che piacevano di più ai ragazzi. Ovviamente i giovani volevano leggere le opere letterarie più "piccanti", contemporanee come La casada infiel, o classiche come La Celestina di Fernando de Rojas. Ma leggendo queste cose che li attiravano sul momento, prendevano gusto più in generale alla letteratura, alla poesia, e passavano ad altri autori. E per me è stata una grande esperienza.
Ho completato il programma, ma in maniera destrutturata, cioè non ordinata secondo ciò che era previsto, ma secondo un ordine che veniva naturale nella lettura degli autori. E questa modalità mi corrispondeva molto: non amavo fare una programmazione rigida, ma semmai sapere dove arrivare più o meno. Allora ho cominciato anche a farli scrivere. Alla fine ho deciso di far leggere a Borges due racconti scritti dai miei ragazzi. Conoscevo la sua segretaria, che era stata la mia professoressa di pianoforte. A Borges piacquero moltissimo. E allora lui propose di scrivere l'introduzione a una raccolta».
«Allora, Padre Santo, per la vita di una persona la creatività è importante?», gli chiedo. Lui ride e mi risponde: «Per un gesuita è estremamente importante! Un gesuita deve essere creativo».

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Con queste parole, il Papa, richiama il fondamento metodologico che Don Bosco aveva posto come criterio essenziale del suo metodo educativo: “Amare quello che amano i giovani per far loro amare quello che amiamo noi”. In questo metodo vi sono alcune caratteristiche che mi piacerebbe sottolineare.

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