Site logo

Unità Pastorale di Campagnola e Cognento


Nella speranza siamo stati salvati
Persona

Sono contento che tu esista

sono_contento_che_tu_esista


Sac. Carlo Sacchetti

Continua Jean Vanier nella sua testimonianza:

«Poi, ben presto, ho scoperto che Raphael e Philippe non volevano assolutamente vivere con un ufficiale di marina che credeva di poter comandare tutti quanti. Non avevano nemmeno voglia di vivere con un ex professore di filosofia che credeva di saper qualcosa. Ciò che volevano era vivere con degli amici, come ognuno di noi.
Vogliamo vivere con degli amici. E sapete cosa è un amico? L'amico è colui che mi accoglie così come sono e non mi giudica e non mi condanna quando vede i miei limiti, la mia vulnerabilità , la mia fragilità, il mio handicap. E' molto semplice l'amicizia: amare l'altro così com'è, con tutto ciò che è brutto e che è bello in lui.
Amicizia è anche vedere il potenziale dell'altro. È vedere i suoi doni, le sue capacità di crescita, aiutare l'altro a sbocciare. L'amico è colui che è felice di vivere col suo amico.
Ben presto ho scoperto che la pedagogia essenziale dell'ARCA è quella di essere felici. Accogliere le persone che hanno sofferto e dire loro attraverso gli occhi, i gesti, la parola: "Sono contento che tu esista". Perché questa è la Buona Novella: "Sono felice che tu esista".
Progressivamente ho scoperto anche una visione di Gesù per il nostro mondo; ho scoperto che Raphael e Philippe mi chiedevano semplicemente di diventare loro amico, ma per questo occorreva che io cambiassi. Sapete sono un figlio della mia cultura e nella mia cultura bisognava essere il primo della classe. A scuola bisognava lottare, nello sport, in classe, lottare per essere sempre primi, bisognava sempre vincere i premi. Nella marina mi hanno insegnato a salire di grado, sempre salire, per avere più privilegi, più potere. Era nel mio sangue, nel mio spirito.
Viviamo in una società competitiva. In questa società c’è qualcuno che vince, che si sente in alto e poi una massa di persone che perdono, che hanno fame, che non hanno lavoro, che sono ferite, che sono emarginate, sia che siano gli emarginati della nostra società, sia che siano quelli del mondo intero. Ci sono gli emarginati nei paesi del nord che hanno molte ricchezze, come nei paesi del sud che sono nella povertà. Ma questa è la realtà di un mondo competitivo.
Progressivamente ho scoperto che Gesù voleva un' altra cosa: non voleva creare un mondo competitivo, come in una gerarchia piramidale. Voleva creare un corpo. Sapete, è molto bella la visione di Gesù riguardo al nostro mondo. San Paolo lo dice ancora una volta nella prima lettera ai Corinzi, dove descrive la chiesa come un corpo, dove ogni persona è differente dall'altra. Paolo dice: "Come nel corpo l'occhio è diverso dal dito, l'occhio e il dito sono diversi dal piede. L'occhio non può dire: sono meglio di te. L'orecchio non può' dire: sono meglio del naso. Il naso non può dire: sono meglio dei piedi. No! Paolo dice che abbiamo bisogno gli uni degli altri. Ognuno è radicalmente diverso, ognuno unico, ognuno ha bisogno dell'altro. Non ci sono migliori o peggiori, siamo parti di un corpo e ognuno è chiamato a far parte di questo corpo.

Continua…
Comments

La santità secondo Papa Francesco

la_santita_secondo_papa_francesco


Sac. Carlo Sacchetti

Circa la domanda su cosa significhi esattamente per Papa Francesco il «sentire con la Chiesa», oltre a ciò che abbiamo visto la scorsa settimana, il Pontefice aggiunge:

«Io vedo la santità - prosegue il Papa - nel popolo di Dio paziente: una donna che fa crescere i figli, un uomo che lavora per portare a casa il pane, gli ammalati, i preti anziani che hanno tante ferite ma che hanno il sorriso perché hanno servito il Signore, le suore che lavorano tanto e che vivono una santità nascosta. Questa per me è la santità comune. La santità io la associo spesso alla pazienza: non solo la pazienza come hypomoné, il farsi carico degli avvenimenti e delle circostanze della vita, ma anche come costanza nell'andare avanti, giorno per giorno. Questa è la santità della Iglesia militante di cui parla anche sant'Ignazio. Questa è stata la santità dei miei genitori: di mio papà, di mia mamma, di mia nonna Rosa che mi ha fatto tanto bene. Nel breviario io ho il testamento di mia nonna Rosa, e lo leggo spesso: per me è come una preghiera. Lei è una santa che ha tanto sofferto, anche moralmente, ed è sempre andata avanti con coraggio».
«Questa Chiesa con la quale dobbiamo "sentire" è la casa di tutti, non una piccola cappella che può contenere solo un gruppetto di persone selezionate. Non dobbiamo ridurre il seno della Chiesa universale a un nido protettore della nostra mediocrità. E la Chiesa è Madre - prosegue -. La Chiesa è feconda, deve esserlo. Vedi, quando io mi accorgo di comportamenti negativi di ministri della Chiesa o di consacrati o consacrate, la prima cosa che mi viene in mente è: "ecco uno scapolone", o "ecco una zitella". Non sono né padri, né madri. Non sono stati capaci di dare vita. Invece, per esempio, quando leggo la vita dei missionari salesiani che sono andati in Patagonia, leggo una storia di vita, di fecondità».
«Un altro esempio di questi giorni: ho visto che è stata molto ripresa dai giornali la telefonata che ho fatto a un ragazzo che mi aveva scritto una lettera, io gli ho telefonato perché quella lettera era tanto bella, tanto semplice. Per me questo è stato un atto di fecondità. Mi sono reso conto che è un giovane che sta crescendo, ha riconosciuto un padre, e così gli dice qualcosa della sua vita. Il padre non può dire "me ne infischio". Questa fecondità mi fa tanto bene».

Questa visione del Pontefice, trova il suo fondamento nel valore e centralità della persona. Tutta la sua impostazione teologica, spirituale, filosofica, morale e pastorale si sviluppa a partire dal grande senso che Papa Francesco ha per la persona, per ogni persona. Ogni singolo individuo è un mondo infinito che si apre dinanzi a noi.

Continua…
Comments