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Unità Pastorale di Campagnola e Cognento


Nella speranza siamo stati salvati
Senso del vivere

Dare per scontata la sconfitta

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Sac. Carlo Sacchetti

La notizia che fa riflettere in questi giorni è la decisione di delimitare una zona all’interno della Capitale, area Eur, nella quale si possa esercitare la prostituzione in modo “controllato”, cercando così di limitare i margini di sfruttamento che questa “antica attività” ha iscritto nel suo DNA.
Al di là di tutte le riflessioni che abbiamo letto nei giornali in questi giorni - dove vi è stato chi, come il direttore della Caritas romana, monsignor Enrico Feroci che ha affermato con forza che: «La prostituzione comporta sempre uno sfruttamento della persona, regolarizzarla o tollerarla per motivi di ordine pubblico è un’azione comunque sbagliata»; o chi come Andrea Santoro (colui da cui è nata la proposta), presidente del IX Municipio, che in risposta alle varie critiche piovute da ogni parte a questa sua iniziativa ha annunciato che: «organizzeremo giornate nelle scuole per spiegare il rispetto del corpo della donna e far comprendere il fenomeno della prostituzione» e vigileranno nelle strade a luci rosse operatori, «non volontari, ma professionisti, mediatori culturali» - penso sia opportuno aggiungere un’ulteriore considerazione.

Come abbiamo detto nelle riflessioni precedenti ciò che delimita il confine tra le due posizioni è certamente l’idea di persona. Come si fa a tollerare che vi sia un luogo dove alcuni esseri umani, soprattutto donne, sono sottoposti ad una violenza, che in molti casi supera quella fisica, che le porta a rinunciare alla propria dignità e alla libertà di poter donare il proprio corpo come espressione di un profondo legame d’amore? Accettare lo sfruttamento, il ricatto, le percosse che stanno dietro a realtà come questa (e non illudiamoci che il ghettizzare le prostitute elimini questi problemi), non è certamente un segno di progresso e di crescita. Non chiamiamo tutto questo un segno di civiltà! Inoltre non nascondiamoci dietro ai soliti modi dire: «Scelta? Libera?» Una volontaria ha risposto chiaramente all’ipocrisia di simili dichiarazioni affermando: «Lei scherza! Ma veramente crede esista una donna che voglia... vendere il suo corpo?! - s’infervora questa operatrice e continua -. Guardi che mentre noi stiamo parlando con loro, arrivano sistematicamente chiamate sul loro cellulare da chi le 'controlla'... Lo sappiamo, lo sappiamo bene». Insomma, «altro che strade a luci rosse», insiste questa ragazza: «Offrissero piuttosto un’alternativa vera, ad esempio lavorativa, alle ragazze, insegnassero il rispetto del corpo, proprio e altrui, se la prendessero coi clienti».

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Il cielo e la melma

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Sac. Carlo Sacchetti

Susanna Tamaro, nella rubrica “Un cuore pensante” fa questa riflessione:

«Nella vita alle volte basterebbe che qualcuno, a un tratto, ti tenesse per mano. Un passaggio difficile, una cengia, un guado dalle acque minacciose - niente è insuperabile se, accanto a noi, si manifesta una presenza rassicurante. Ma se accanto abbiamo solo il vuoto?
Dove finisce un aquilone il cui filo si srotola, senza che nessuno più lo trattenga? Sparisce probabilmente nello stesso paese dove svaniscono i palloncini. Così io già veleggiavo verso il cielo, il fascino dell’alto era il fascino della mia vita, non so Chi mi avesse messo dentro questo tarlo, sentivo la brezza sfiorare la mia carta velina e la coda colorata frustrava allegra l’aria come se stesse cantando. Ci ho messo parecchio ad accorgermi che quella corsa felice non era più trattenuta da una mano e che le correnti violente mi avevano trascinato di nuovo a terra, nel fango. Cos’è questa melma dove sono finita, mi chiedevo, questo pantano senza orizzonti? L’opacità in qualche modo conforta, non si deve più scegliere, non si deve più rischiare, si può star fermi ad aspettare, abbandonandosi alla sonnolenza che si fa sempre più forte. Non tutti, non sempre si accorgono che quel torpore è l’anticamera della morte».

Che belle queste parole che ci accompagnano, per mano, dentro al cuore di una donna che come una lente di ingrandimento ci racconta ciò che accade nel cuore di ogni uomo. Sì perché queste dinamiche appartengono all’essenza di ogni cuore anche se la maggior parte delle persone rischia o di non sentirle (diciamo meglio: preferisce non ascoltarle lasciando che la vita si riempia di rumori, emozioni, distrazioni) o ne viene travolta e schiacciata precipitando in un nichilismo che prende forme differenti: depressione, aggressione, rabbia, violenze verso se stessi o gli altri.
Siamo sconvolti dalle notizie di cronaca che ci vengono gettate addosso senza nessun pudore dai media. Si uccide una persona perché ha deciso di non continuare una relazione d’amore, si elimina un figlio perché non si riesce a gestire la vita dopo la sua venuta al mondo, si massacra un vicino per una lite di condominio ecc. Potremmo continuare in questa lista degli orrori limitandoci a prenderne le distanze pensando che sono cose che noi non faremmo mai. Così riusciamo a sterilizzare questi eventi rendendoli innocui per la nostra vita e il nostro equilibrio.

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Dove sta la dignità di una persona devastata dalla malattia?

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Sac. Carlo Sacchetti

Concludevo la scorsa settimana, dopo aver citato una lettera di F. M. Dostoevskij, con queste parole:

«Possiamo anche dire che “da soli non possiamo comprendere il Mistero del dolore, abbiamo bisogno dell’amicizia e dell’amore delle altre persone. La via silenziosa della nostra coscienza deve essere accompagnata, nella sua solitaria fatica, dagli sguardi, dal calore delle mani e dalla compagnia di amici e consorti”.
Il mistero del dolore, come quello della resurrezione, non lo si comprende da soli. Vi può essere una dimensione di solitudine in chi soffre, ma la vittoria su di esso e la sua comprensione si sperimentano solo nella sollecitudine e vicinanza di chi ci ama».

Per continuare questa riflessione vorrei proporvi una storia dei nostri giorni raccontata, in una lettera inviata al quotidiano Avvenire, da Antonella Goisis, un medico di hospice. Ho fatto questa scelta perché ciò che in essa viene narrato si pone in piena continuità con ciò che abbiamo meditato la scorsa settimana e inoltre perché questo Testata d’Angolo uscirà sabato 1 novembre, il giorno in cui Brittany Maynard ha annunciato al mondo che si toglierà la vita. Malata di cancro al cervello, la cui prima diagnosi le è stata fatta a gennaio, Brittany ha preso la decisione di farsi praticare l'eutanasia agli inizi di ottobre, quando ha dichiarato che sarebbe morta in pace, con suo marito a fianco, il primo novembre, proprio il giorno dopo il compleanno del suo compagno.
“Non sono una suicida – ha spiegato – e se lo fossi stata l’avrei già fatto, ma sto morendo e voglio farlo. Il mio tumore è così grande che servirebbero delle potenti radiazioni al cervello solo per rallentarne l’avanzata ma con effetti collaterali spaventosi, tra cui le ustioni. Con la mia famiglia abbiamo ragionato e verificato che non esiste un trattamento. Le cure palliative inoltre non riducono comunque il dolore devastante e la possibilità che possa perdere a breve le capacità cognitiva e di movimento, ho deciso quindi per una morte dignitosa”.

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La ragione per la quale merita vivere



Sac. Carlo Sacchetti

Desidero iniziare la riflessione di questa settimana con le parole di Dietrich Bonhoeffer che afferma:

“Il Sì e l’Amen sono il terreno sicuro sul quale poggiamo. Perdiamo continuamente di vista in questo tempo sconvolto la ragione per la quale merita vivere. Ci è consentito vivere continuamente vicino a Dio e in sua presenza e allora non c’è più niente di impossibile per noi non essendoci niente di impossibile per Dio. Nessuna potenza terrena può toccarci senza il volere di Dio e la miseria e il pericolo ci portano più vicino a Dio”.

Parole quelle di Bonhoeffer che aprono, nella difficile situazione attuale, una finestra di speranza, proprio perché ridanno peso specifico all’uomo. Sì perché le speranze che non nascono da un riscoprire i fondamenti dell’umano, che non ti portano a rimetterti in gioco per entrare in una prospettiva che nasce dalla verità del tuo essere profondo, sono pericolose e deludenti.

La prima risposta che ognuno di noi è tenuto a dare, per onestà con se stesso, per carità verso la propria persona, per la dignità della vita che ha tra le mani, è: “Perché sono al mondo?”.

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