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Unità Pastorale di Campagnola e Cognento


Nella speranza siamo stati salvati
Spiritualità

Dio vive già nella città

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Sac. Carlo Sacchetti

Il Pontefice continua sviluppando quanto detto in precedenza.

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Queste parole del Papa mi ricordano alcune sue riflessioni del passato, nelle quali l'allora cardinal Bergoglio ha scritto che Dio vive già nella città, vitalmente mescolato in mezzo a tutti e unito a ciascuno. È un altro modo, a mio avviso, per dire ciò che sant'Ignazio scrisse negli Esercizi Spirituali, cioè che Dio «lavora e opera» nel nostro mondo. Gli chiedo dunque: «dobbiamo essere ottimisti? Quali sono i segni di speranza nel mondo d'oggi? Come si fa ad essere ottimisti in un mondo in crisi?».
«A me non piace usare la parola "ottimismo", perché dice un atteggiamento psicologico. Mi piace invece usare la parola "speranza" secondo ciò che si legge nel capitolo 11 della Lettera agli Ebrei che citavo prima. I Padri hanno continuato a camminare, attraversando grandi difficoltà. E la speranza non delude, come leggiamo nella Lettera ai Romani. Pensa invece al primo indovinello della Turandot di Puccini», mi chiede il Papa.
Sul momento ho ricordato un po' a memoria i versi di quell'enigma della principessa che ha come risposta la speranza: Nella cupa notte vola un fantasma iridescente. / Sale e spiega l'ale / sulla nera infinita umanità. / Tutto il mondo l'invoca / e tutto il mondo l'implora. / Ma il fantasma sparisce con l'aurora / per rinascere nel cuore. / Ed ogni notte nasce / ed ogni giorno muore! Versi che rivelano il desiderio di una speranza che qui però è fantasma iridescente e che sparisce con l’aurora.
«Ecco - prosegue Papa Francesco -, la speranza cristiana non è un fantasma e non inganna. È una virtù teologale e dunque, in definitiva, un regalo di Dio che non si può ridurre all'ottimismo, che è solamente umano. Dio non defrauda la speranza, non può rinnegare se stesso. Dio è tutto promessa».

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Proviamo a capovolgere la visione di preghiera, non per toglierla, ma per ridefinirne lo spazio vitale. La sostanza della preghiera è nella vita quotidiana, negli incontri che facciamo ogni giorno. Come ricorda il Papa: «Dio vive già nella città, vitalmente mescolato in mezzo a tutti e unito a ciascuno». È lì che possiamo trovare Dio. Può venir da pensare che se è così non è più necessario pregare. Ma subito ci si accorge che per avere questo sguardo, per avere questa fame, per avere questa capacità di riconoscerlo e accoglierlo in tutto ciò che accade, non si può fare a meno di momenti di solitudine, di ascolto della Parola, di rigenerazione nel sacramento. Ecco che questa spiritualità non ci toglie la preghiera ma ci mostra la sua dinamica profonda e vera. Attraverso il silenzio e la preghiera il mio cuore si dilata, la fame di Dio cresce, il desiderio di Lui diventa irresistibile. Ora però sappiamo che per placare questa fame, lo possiamo incontrare solo dentro la città, perché è vitalmente mescolato in mezzo a tutti e unito a ciascuno.
Questa dialettica, e solo questa “opposizione polare” (per usare un termine caro a Romano Guardini, ma da quanto abbiamo letto finora possiamo dire anche caro a Papa Francesco), ci può introdurre nella verità della preghiera, nell’essenza della vita cristiana.

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Solo la Verità può renderci liberi

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Sac. Carlo Sacchetti

Dopo alcune considerazioni sul Concilio Vaticano II che il Papa vede come “una rilettura del Vangelo alla luce della cultura contemporanea” da cui è nato un movimento di rinnovamento che è assolutamente irreversibile, il pontefice affronta la sfida di “cercare e trovare Dio in tutte le cose”.

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Il discorso di Papa Francesco è molto sbilanciato sulle sfide dell'oggi. Anni fa aveva scritto che per vedere la realtà è necessario uno sguardo di fede, altrimenti si vede una realtà a pezzi, frammentata. È questo anche uno dei temi dell'enciclica Lumen fidei. Ho in mente anche alcuni passaggi dei discorsi di Papa Francesco durante la Giornata Mondiale della Gioventù di Rio de Janeiro. Glieli cito:
«Dio è reale se si manifesta nell'oggi»; «Dio sta da tutte le parti».
Sono frasi che riecheggiano l'espressione ignaziana «cercare e trovare Dio in tutte le cose». Chiedo dunque al Papa: «Santità, come si fa a cercare e trovare Dio in tutte le cose?».
«Quel che ho detto a Rio ha un valore temporale. C'è infatti la tentazione di cercare Dio nel passato o nei futuribili. Dio è certamente nel passato, perché è nelle impronte che ha lasciato. Ed è anche nel futuro come promessa. Ma il Dio "concreto", diciamo così, è oggi. Per questo le lamentele mai mai ci aiutano a trovare Dio. Le lamentele di oggi su come va il mondo "barbaro" finiscono a volte per far nascere dentro la Chiesa desideri di ordine inteso come pura conservazione, difesa. No: Dio va incontrato nell'oggi».
«Dio si manifesta in una rivelazione storica, nel tempo. […]
«Incontrare Dio in tutte le cose non è un eureka empirico. In fondo, quando desideriamo incontrare Dio, vorremmo constatarlo subito con metodo empirico. Così non si incontra Dio. Lo si incontra nella brezza leggera avvertita da Elia. I sensi che constatano Dio sono quelli che sant'Ignazio chiama i "sensi spirituali". Ignazio chiede di aprire la sensibilità spirituale per incontrare Dio al di là di un approccio puramente empirico. È necessario un atteggiamento contemplativo: è il sentire che si va per il buon cammino della comprensione e dell'affetto nei confronti delle cose e delle situazioni. Il segno che si è in questo buon cammino è quello della pace profonda, della consolazione spirituale, dell'amore di Dio, e di vedere tutte le cose in Dio».

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Le lamentele non portano a nulla. Lamentarsi è lavarsene le mani. Non vi è momento storico che non abbia avuto le sue difficoltà, contraddizioni, limiti. La difficoltà mette in moto l’uomo, fa uscire risorse che difficilmente si manifesterebbero senza l’energia attraverso la quale si affronta il problema. Quando tutto va bene è molto facile fermarsi, sedersi. Ma ciò che è fermo già comincia a morire! Al giorno d’oggi si corre moltissimo, non si è mai fermi eppure, anche in questa situazione, si può rimanere immobili, non crescere, non mettere vita nella propria esistenza. È più facile correre che crescere. Paradossalmente lo stare fermi, il fare silenzio, ci può mettere in grande movimento, ci può far fare tanta strada. La lamentela è come il correre: ci difende dall’affrontare con coraggio le situazioni, le domande decisive, le sfide che ci permettono di vivere in modo maturo e pieno. Come dice il papa il lamentarsi finisce per portare a staticità, a “pura conservazione”.

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La Maldicenza è un vero omicidio - II parte

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Sac. Carlo Sacchetti

Continuiamo a riflettere sulla Maldicenza seguendo le considerazioni di San Francesco di Sales nella sua opera “Filotea”:

«Non dire mai: Il tale è un ubriacone, anche se l'hai visto ubriaco davvero; quello è un adultero, perché l'hai visto in adulterio; è incestuoso perché l'hai sorpreso in quella disgrazia; una sola azione non ti autorizza a classificare la gente. Il sole si fermò una volta per favorire la vittoria di Giosuè e si oscurò un'altra volta per la vittoria del Salvatore; a nessuno viene in mente per questo di dire che il sole è immobile e oscuro.
Noè si ubriacò una volta; e così anche Lot e questi, in più, commise anche un grave incesto: non per questo erano ubriaconi, e non si può dire che quest'ultimo fosse incestuoso. E non si può dire che S. Pietro fosse un sanguinario perché una volta ha versato sangue, né che fosse bestemmiatore perché ha bestemmiato una volta.
Per classificare uno vizioso o virtuoso bisogna che abbia fatto progressi e preso abitudini; è dunque una menzogna affermare che un uomo è collerico o ladro, perché l'abbiamo visto adirato o rubare una volta soltanto.
Anche se un uomo è stato vizioso per lungo tempo, si rischia di mentire chiamandolo vizioso.
Simone il lebbroso chiamò Maddalena peccatrice, perché lo era stata prima; mentì, perché non lo era più, anzi era una santa penitente; e Nostro Signore la difese. Quell'altro Fariseo vanesio considerava grande peccatore il pubblicano, ingiusto, adultero, ladro; ma si ingannava, perché proprio in quel momento era giustificato.
Poiché la bontà di Dio è così grande che basta un momento per chiedere e ottenere la sua grazia, come facciamo a sapere che uno, che era peccatore ieri, lo sia anche oggi? Il giorno precedente non ci autorizza a giudicare quello presente, e il presente non ci autorizza a giudicare il passato. Solo l'ultimo li classificherà tutti.

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L'uomo è mistero



Sac. Carlo Sacchetti

Dio è più vicino di quanto pensiamo. Mi torna in mente il brano del libro del Deuteronomio al capitolo 4 versetto 7: “... quale grande nazione ha gli dei così vicini a sé, come il Signore, nostro Dio, è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo?”

Il problema di fondo è che abbiamo perso (anche per il peccato) la capacità di riconoscerlo. Ciò impoverisce l’uomo, lo rende insensibile e incapace di riconoscere quell’infinità di piccole cose che passano accanto ai suoi sensi e che gli parlano di Altro.

L’attenzione a quelle situazioni, esperienze, che ogni giorno accadono nella nostra vita è realmente un momento “spirituale”. Per spirituale non intendo qui solo la sua accezione religiosa, ma tutto ciò che permette all’uomo di cogliere la profondità e la grandezza del suo mistero, del suo esserci. L’uomo è un universo che parla di Altro. L’uomo è Mistero!

Tra le tante esperienze che l’uomo vive, vorrei sottolineare oggi quella dello “stupore”.

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