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Unità Pastorale di Campagnola e Cognento


Nella speranza siamo stati salvati
Verità

Morire non è nulla; non vivere è spaventoso

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Sac. Carlo Sacchetti

Oggi vorrei proporre alla vostra riflessione il testamento di Reyhaneh Jabbari, 26 anni, impiccata il 25 ottobre scorso dal regime iraniano per avere ucciso l’uomo che voleva stuprarla. Avrebbe potuto salvarsi, perché i familiari dell’accusato avevano promesso la grazia se lei avesse negato il tentativo di stupro. Ma lei, fedele a se stessa fino alla fine, non lo ha fatto.
Il primo aprile, una volta saputo della sua condanna a morte, aveva registrato per la madre l’audio messaggio con le sue ultime volontà.
Per la nostra comunità, vorrei che fosse un momento di riflessione sulla bellezza di questa donna, che ha un cuore troppo grande per preferire pochi anni di vita in più a ciò che sente come vero. Come dice a sua madre: «Sei stata tu a insegnarmi che bisogna perseverare, anche fino alla morte, per i valori». In questa persona troviamo incarnate le parole di Victor Hugo che affermava: «Morire non è nulla; non vivere è spaventoso».

«Cara Shole, oggi ho appreso che è arrivato il mio turno di affrontare la Qisas (la legge del taglione del regime ndr).
Mi sento ferita, perché non mi avevi detto che sono arrivata all’ultima pagina del libro della mia vita. Non pensi che dovrei saperlo? Non sai quanto mi vergogno per la tua tristezza. Perché non mi hai dato la possibilità di baciare la tua mano e quella di papà?
Il mondo mi ha permesso di vivere fino a 19 anni. Quella notte fatale avrei dovuto essere uccisa. Il mio corpo sarebbe stato gettato in un qualche angolo della città e, dopo qualche giorno, la polizia ti avrebbe portata all’obitorio per identificare il mio cadavere, e avresti appreso anche che ero stata stuprata. L’assassino non sarebbe mai stato trovato poiché noi non godiamo della loro ricchezza e del loro potere. E poi avresti continuato la tua vita nel dolore e nella vergogna, e un paio di anni dopo saresti morta per questa sofferenza, e sarebbe finita così. Ma a causa di quel colpo maledetto la storia è cambiata. Il mio corpo non è stato gettato via, ma nella fossa della prigione di Evin e nelle sue celle di isolamento e ora in questo carceretomba di Shahr-e Ray. Ma non vacillare di fronte al destino e non ti lamentare. Sai bene che la morte non è la fine della vita.
Mi hai insegnato che veniamo al mondo per fare esperienza e per imparare una lezione, e che ogni nascita porta con sé una responsabilità. Ho imparato che a volte bisogna combattere. Mi ricordo quando mi dicesti che l’uomo che conduceva la vettura aveva protestato contro l’uomo che mi stava frustando, ma quest’ultimo ha colpito l’altro con la frusta sulla testa e sul volto, causandone alla fine la morte. Sei stata tu a insegnarmi che bisogna perseverare, anche fino alla morte, per i valori.

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Solo la Verità può renderci liberi

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Sac. Carlo Sacchetti

Dopo alcune considerazioni sul Concilio Vaticano II che il Papa vede come “una rilettura del Vangelo alla luce della cultura contemporanea” da cui è nato un movimento di rinnovamento che è assolutamente irreversibile, il pontefice affronta la sfida di “cercare e trovare Dio in tutte le cose”.

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Il discorso di Papa Francesco è molto sbilanciato sulle sfide dell'oggi. Anni fa aveva scritto che per vedere la realtà è necessario uno sguardo di fede, altrimenti si vede una realtà a pezzi, frammentata. È questo anche uno dei temi dell'enciclica Lumen fidei. Ho in mente anche alcuni passaggi dei discorsi di Papa Francesco durante la Giornata Mondiale della Gioventù di Rio de Janeiro. Glieli cito:
«Dio è reale se si manifesta nell'oggi»; «Dio sta da tutte le parti».
Sono frasi che riecheggiano l'espressione ignaziana «cercare e trovare Dio in tutte le cose». Chiedo dunque al Papa: «Santità, come si fa a cercare e trovare Dio in tutte le cose?».
«Quel che ho detto a Rio ha un valore temporale. C'è infatti la tentazione di cercare Dio nel passato o nei futuribili. Dio è certamente nel passato, perché è nelle impronte che ha lasciato. Ed è anche nel futuro come promessa. Ma il Dio "concreto", diciamo così, è oggi. Per questo le lamentele mai mai ci aiutano a trovare Dio. Le lamentele di oggi su come va il mondo "barbaro" finiscono a volte per far nascere dentro la Chiesa desideri di ordine inteso come pura conservazione, difesa. No: Dio va incontrato nell'oggi».
«Dio si manifesta in una rivelazione storica, nel tempo. […]
«Incontrare Dio in tutte le cose non è un eureka empirico. In fondo, quando desideriamo incontrare Dio, vorremmo constatarlo subito con metodo empirico. Così non si incontra Dio. Lo si incontra nella brezza leggera avvertita da Elia. I sensi che constatano Dio sono quelli che sant'Ignazio chiama i "sensi spirituali". Ignazio chiede di aprire la sensibilità spirituale per incontrare Dio al di là di un approccio puramente empirico. È necessario un atteggiamento contemplativo: è il sentire che si va per il buon cammino della comprensione e dell'affetto nei confronti delle cose e delle situazioni. Il segno che si è in questo buon cammino è quello della pace profonda, della consolazione spirituale, dell'amore di Dio, e di vedere tutte le cose in Dio».

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Le lamentele non portano a nulla. Lamentarsi è lavarsene le mani. Non vi è momento storico che non abbia avuto le sue difficoltà, contraddizioni, limiti. La difficoltà mette in moto l’uomo, fa uscire risorse che difficilmente si manifesterebbero senza l’energia attraverso la quale si affronta il problema. Quando tutto va bene è molto facile fermarsi, sedersi. Ma ciò che è fermo già comincia a morire! Al giorno d’oggi si corre moltissimo, non si è mai fermi eppure, anche in questa situazione, si può rimanere immobili, non crescere, non mettere vita nella propria esistenza. È più facile correre che crescere. Paradossalmente lo stare fermi, il fare silenzio, ci può mettere in grande movimento, ci può far fare tanta strada. La lamentela è come il correre: ci difende dall’affrontare con coraggio le situazioni, le domande decisive, le sfide che ci permettono di vivere in modo maturo e pieno. Come dice il papa il lamentarsi finisce per portare a staticità, a “pura conservazione”.

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