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Unità Pastorale di Campagnola e Cognento


Nella speranza siamo stati salvati

Tu sei la porta per la mia felicità

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Sac. Carlo Sacchetti

Dopo aver parlato della chiacchiera, della critica, della maldicenza, da più prospettive, ora passiamo alla parte che prediligo: la via maestra per superare queste piaghe della vita insieme.

I vari rimedi che abbiamo sottolineato negli editoriali precedenti sono tutti utili e ciascuno, a seconda della sua situazione, potrà trovare beneficio nell’uno piuttosto che nell’altro. Qui però vorrei indicarvi quella che è, a mio avviso, la via che colpisce alla radice questo peccato.

Ciò che il Vangelo ci insegna è il cercare sempre la parte più bella del fratello in ogni situazione, anche le più difficili. È una vera e propria ascesi che ci è richiesta. Non è sempre immediato e spontaneo vedere le cose positive del fratello e nutrire con esse il proprio cuore. Entrano in campo tantissimi elementi che come un esercito schierato fanno guerra ad una visione evangelica dell’altro.
Quando ad esempio si pensa di aver ricevuto dei torti ecco che tutto quello che di bello si poteva vedere scompare come fumo al vento.
Quando l’altro va ad intaccare le mie sicurezze pensando in modo diverso da me, il riconoscere i suoi limiti diventa una necessità per l’equilibrio personale. Come posso rimanere rigidamente nelle mie convinzioni se concedo una visione positiva a chi la pensa in modo diverso da me? Per evitare di incrinare il mio sistema sono costretto ad evidenziarne i limiti, è un’esigenza di sopravvivenza.
Quando l’altro semplicemente mi è antipatico, ha un modo di fare che urta la mia sensibilità e il mio essere, ecco che diventa molto faticoso andare oltre a questo fastidio per vedere ciò che di bello questa persona ha. I caratteri più sanguigni, ben appoggiati sul loro “sentire”, comprendono bene questa fatica.
Vi è poi la necessità di occupare il tempo. Cosa dico con le mie amiche/amici quando ci troviamo, se non vi è qualche persona da rosolare al fuoco della critica? È un piacere intimo, per alcuni, a cui si rinuncia mal volentieri.

Potrei continuare a descrivere questo esercito in tutte le sue legioni ma occorre che passiamo ora a ciò che ci permette di vincere, non solo una battaglia, ma l’intera guerra.

Il modo più bello di vivere, ciò che ci permette di raggiungere la vera pace è legato a come consideriamo gli altri. La nostra felicità è legata agli altri! Questo lo si ripete spesso quando si dice che vi è più “gioia nel dare che nel ricevere”. Quante testimonianze ho ascoltato di persone che mi hanno raccontato la gioia sperimentata nel dare gioia agli altri.
Quello che però vogliamo sottolineare qui, a mio avviso, è ancora più profondo e intimo: impegnarsi ogni giorno a cercare aspetti positivi e belli del fratello.
Questo è un vero è proprio lavoro che impegna tutte le nostre risorse umane e spirituali. Occorre libertà, occorre maturità e capacità di ascolto. Senza umiltà, dopo un iniziale successo verrai sorpreso là dove non te lo aspetti. Senza la fede, i limiti e sbagli del fratello resteranno sempre delle montagne troppo alte da valicare. Non a caso Gesù ha detto «In verità io vi dico: se avrete fede pari a un granello di senape, direte a questo monte: «Spòstati da qui a là», ed esso si sposterà, e nulla vi sarà impossibile» (Mt 17.20). La fede ci permette di superare ostacoli che sarebbero umanamente insormontabili. Grazie alla fede si arriva a considerare il fratello come lo considera Dio, con la partecipazione e la fiducia che Dio ha in lui. Dio sa che non è con la violenza, la critica, la chiusura che si potranno migliorare le cose. Anche il sottile/intenso piacere della vendetta non costruisce futuro.
Cerchiamo di guardare l’altro con lo sguardo di chi lo ama al di là di tutto. Pensiamo a come possa guardarlo una madre, come possa guardarlo Gesù sulla croce, oppure come possa guardarlo quel Dio che facendolo svegliare anche questa mattina gli dona un altro giorno perché spera ancora in lui al di là dell’evidenza.
In questo percorso non può mancare la preghiera che come abbiamo ricordato nell’ultima Scuola di preghiera è decisiva nell’imparare a guardare il fratello come Dio.

Più cresciamo in questo desiderio di cogliere ciò che vi è di positivo nel fratello più ci accorgeremo che questa è la via maestra della nostra fede. Sentiremo come questo stile ci plasma dentro e fa fiorire la nostra umanità e la nostra anima. Scopriremo cosa significa essere veramente felici e contenti. Uscendo da quella falsa idea di felicità che la fa coincidere con la tranquillità, comprenderemo che non vi è gioia senza passione, senza coraggio, senza fiducia, senza l’altro. Imparare dal Padre Abramo a sperare contro ogni speranza. Non lasciarsi illudere da quel piacere apparente che certi sfoghi danno al cuore. Evitare di raccontarsi che è per esigenza di giustizia che si dicono certe cose.

Come dice Papa Francesco nell’intervista alla Civiltà Cattolica: «Dio è nella vita di ogni persona, Dio è nella vita di ciascuno. Anche se la vita di una persona è stata un disastro, se è distrutta dai vizi, dalla droga o da qualunque altra cosa, Dio è nella sua vita. Lo si può e lo si deve cercare in ogni vita umana. Anche se la vita di una persona è un terreno pieno di spine ed erbacce, c’è sempre uno spazio in cui il seme buono può crescere. Bisogna fidarsi di Dio».

Tutte le spiritualità trovano in questa via la cartina tornasole che ne svela il senso evangelico. Le scelte di povertà, castità, obbedienza il loro criterio di autenticità. Lo stesso amore a Dio la sua verità.
Ogni volta che guardiamo (o pensiamo) al fratello ripetiamo al nostro cuore: tu sei la porta per la mia felicità e la chiave per aprirla è fatta di fiducia, misericordia e amore.
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