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Unità Pastorale di Campagnola e Cognento


Nella speranza siamo stati salvati

Un peccatore al quale il Signore ha rivolto i suoi occhi

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Sac. Carlo Sacchetti

Ritengo che l’intervista che il Papa ha concesso ad Antonio Spadaro S.I. sia un testo fondamentale che ci permette, non solo di conoscere meglio il cuore e l’anima del nostro caro Papa, ma anche di cogliere aspetti fondamentali della nostra esperienza di credenti.
Per questo motivo ho pensato di rileggere con voi, e commentare, questo testo che se assunto, una goccia alla volta, può risultare molto salutare. Ovviamente questo percorso verrà fatto in più editoriali.
La prima domanda che viene rivolta al pontefice è chi sia Jorge Mario Bergoglio. Leggiamo:

Ho la domanda pronta, ma decido di non seguire lo schema che mi ero prefisso, e gli chiedo un po’ a bruciapelo: «Chi è Jorge Mario Bergoglio?» Il Papa mi fissa in silenzio. Gli chiedo se è una domanda che è lecito porgli... Lui fa cenno di accettare la domanda e mi dice: «non so quale possa essere la definizione più giusta… Io sono un peccatore. Questa è la definizione più giusta. E non è un modo di dire, un genere letterario. Sono un peccatore».
Il Papa continua a riflettere «Sì, posso forse dire che sono un po’ furbo, so muovermi, ma è vero che sono anche un po’ ingenuo. Sì, ma la sintesi migliore, quella che mi viene più da dentro e che sento più vera, è proprio questa: “sono un peccatore al quale il Signore ha guardato”». E ripete: «io sono uno che è guardato dal Signore. Il mio motto Miserando atque eligendo l’ho sentito sempre come molto vero per me». Il motto di Papa Francesco è tratto dalle Omelie di san Beda il Venerabile, il quale, commentando l’episodio evangelico della vocazione di san Matteo, scrive: «Vide Gesù un pubblicano e, siccome lo guardò con sentimento di amore e lo scelse, gli disse: Seguimi». E aggiunge: «il gerundio latino miserando mi sembra intraducibile sia in italiano sia in spagnolo. A me piace tradurlo con un altro gerundio che non esiste: misericordiando».

Papa Francesco continua nella sua riflessione e mi dice, facendo un salto di cui sul momento non comprendo il senso: «Io non conosco Roma. Conosco poche cose. Tra queste Santa Maria Maggiore: ci andavo sempre». Rido e gli dico: «lo abbiamo capito tutti molto bene, Santo Padre!». «Ecco , sì - prosegue il Papa -, conosco Santa Maria Maggiore, San Pietro... ma venendo a Roma ho sempre abitato in via della Scrofa. Da lì visitavo spesso la chiesa di San Luigi dei Francesi, e lì andavo a contemplare il quadro della vocazione di san Matteo di Caravaggio». Comincio a intuire cosa il Papa vuole dirmi. «Quel dito di Gesù così... verso Matteo. Così sono io. Così mi sento. Come Matteo». E qui il Papa si fa deciso, come se avesse colto l’immagine di sé che andava cercando: «È il gesto di Matteo che mi colpisce: afferra i suoi soldi, come a dire: “no, non me! No, questi soldi sono miei!”. Ecco, questo sono io: “un peccatore al quale il Signore ha rivolto i suoi occhi”. E questo è quel che ho detto quando mi hanno chiesto se accettavo la mia elezione a Pontefice”. Quindi sussurra: «Peccator sum, sed super misericordia et infinita patientia Domini nostri Jesu Christi confisus et in spiritu penitentiae accepto».

Con queste semplici parole il Pontefice ci introduce nel fondamento della nostra vita di fede. Essere credente non significa essere migliore degli altri, più furbo, più virtuoso. Essere credente significa essere “un peccatore al quale il Signore ha rivolto i suoi occhi”. La fede ci illumina sul nostro “bisogno di Salvezza”. Il peccato fondamentale (l’episodio di Adamo ed Eva riportato al capitolo 3 della Genesi lo mostra con chiarezza) è quello di pensare di fare senza Dio. Di conseguenza la tentazione fondamentale è quella di dubitare che Lui possa essere colui che ci ha guardato, pensato e voluto con amore da sempre e di cui abbiamo assolutamente bisogno per poter vivere una vita piena, anche umanamente.
Troppo spesso i credenti vengono (e sono stati) visti come coloro che fanno certe cose rispetto agli altri. Questo può essere una conseguenza ma non è certamente il fondamento. In principio il credente è un uomo che comprende di non bastare a se stesso. Coglie che da solo non può spiegare il perché è al mondo; che da solo non può dare un senso vero alla sua esistenza; che da solo non può realizzare tutte le potenzialità, risorse e sogni che ha nel cuore; che da solo, alla fine, non riesce a vivere pienamente il suo essere uomo.
Questa verità il Signore ce l’ha scritta nella carne e la sperimentiamo quotidianamente tutte le volte che ci accorgiamo che senza relazioni vere e significative rimaniamo incompleti, incompiuti. Ma questa verità esistenziale ci riporta a quella relazione fondamentale senza la quale l’uomo non può essere se stesso fino in fondo: la relazione con Dio.
Essere peccatori, riconoscere di essere peccatori, prima che riguardare determinati atti, è essenzialmente sentirsi bisognosi di questo sguardo: “un peccatore al quale il Signore ha rivolto i suoi occhi”. Da qui, e solo da qui, può nascere una vita morale teologicamente ben fondata, libera e liberante.
Se noi credenti cominciamo a ritrovare questo fondamento, ci accorgeremo che la preghiera non è un di più o un dovere, ma semplicemente un’esigenza. Che l’amore non è un di più o un dovere, ma semplicemente un debito di riconoscenza. Che la fede non è un di più o un dovere, ma l’esigenza fondamentale di ogni mia giornata, che mi introduce nel mistero del “chi sono” e riempie la mia vita di senso e di speranza.
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