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Unità Pastorale di Campagnola e Cognento


Nella speranza siamo stati salvati

Una parola buona in più

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Sac. Carlo Sacchetti

Dopo aver suggerito alcuni temi su cui poter costruire il programma di Quaresima, ovvero di “conversione”, ovvero di “ingresso nella vita”, ho pensato di soffermarmi su un aspetto che spero non manchi nell’impegno umano-spirituale di tutti.

Il Padre Benedettino tedesco Anselm Grün afferma: «Secondo i padri della chiesa, col nostro linguaggio noi costruiamo una casa. E se esso è pieno di rimproveri o giudizi, costruiamo una casa in cui nessuno vorrebbe abitare: una casa fredda, inospitale, da cui si cerca di uscire il più in fretta possibile».
Partendo da questo testo verrei consigliare, in questo percorso di quaresima, di soffermarsi sulle proprie parole.

Si sente, da più parti, sottolineare l’importanza dei fatti, delle opere. È evidente che il parlare che non è seguito dalle opere è vuoto e la stessa fede è morta. Gesù stesso ha detto: «21Non chiunque mi dice: «Signore, Signore», entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21). La lettera di Giacomo al capitolo secondo ricorda: «4A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha le opere? Quella fede può forse salvarlo? 15Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano 16e uno di voi dice loro: «Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi», ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve? 17Così anche la fede: se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta».
Alcune persone, forti di queste certezze, si impegnano, si danno da fare, pensando che sia importante solo questo e, di conseguenza, trascurano ciò che rappresenta la “casa”. Il linguaggio, le parole che usiamo, il come le usiamo, i tempi in cui parliamo o taciamo, l’intenzione che ispira il nostro dire, sono le fondamenta, le travi, le porte e le finestre della nostra casa.

La stessa lettera di Giacomo, che abbiamo citato poco sopra, dice al capitolo successivo, il terzo: «Se uno non pecca nel parlare, costui è un uomo perfetto, capace di tenere a freno anche tutto il corpo. 3Se mettiamo il morso in bocca ai cavalli perché ci obbediscano, possiamo dirigere anche tutto il loro corpo. 4Ecco, anche le navi, benché siano così grandi e spinte da venti gagliardi, con un piccolissimo timone vengono guidate là dove vuole il pilota. 5Così anche la lingua: è un membro piccolo ma può vantarsi di grandi cose. Ecco: un piccolo fuoco può incendiare una grande foresta! 6Anche la lingua è un fuoco, il mondo del male! La lingua è inserita nelle nostre membra, contagia tutto il corpo e incendia tutta la nostra vita, traendo la sua fiamma dalla Geènna. 7Infatti ogni sorta di bestie e di uccelli, di rettili e di esseri marini sono domati e sono stati domati dall'uomo, 8ma la lingua nessuno la può domare: è un male ribelle, è piena di veleno mortale».
Oltre alla possibilità di fare del male attraverso le parole della nostra bocca (vedi chiacchiere, giudizi e maldicenze), possiamo con esse rendere anche inospitale, fredda, la nostra “casa”, come ci mettono in guardia i Padri della Chiesa che abbiamo citato all’inizio di questa riflessione. La parola è realmente uno strumento molto efficace. Con una parola gentile, si può cambiare la giornata di una persona. Con una parola di perdono si può ridare vita al fratello. Con una parola di comprensione si può ridare fiducia a chi ormai non crede più di potersi rialzare. Con una parola di incoraggiamento si può ridare energia a chi ormai è stanco. Con una parola che valorizza ciò che di bello è nell’altro si può ridare consapevolezza di sé e del proprio valore a chi la riceve, con un semplice saluto si può aiutare una persona a sentirsi importante e notata, con un sorriso (considero anche questo come parola) si può riaccendere la luce in un cuore triste.
Sappiamo che nella maggior parte dei casi si ottiene di più con parole di incoraggiamento che di rimprovero.

Sul danno che le critiche e i giudizi procurano abbiamo già parlato a lungo l’anno scorso. Mi raccomando di non dimenticare ciò che è stato scritto.

Il Cristiano sceglie il Cristo perché lo ritiene non solo la strada giusta, ma anche quella più bella. Un cristiano che non si riscalda il cuore nella “bella” prospettiva evangelica rischia di diventare duro e inospitale. Se un tratto distintivo del Vangelo (chiamato anche Buona (e bella) Novella) è proprio la bellezza, occorre che i suoi testimoni esprimano nel loro essere più profondo questa bellezza che è anche accoglienza e ospitalità. Non avvicineremo nessuno al Vangelo presentandogli una casa “fredda e inospitale”.

Vi consiglio, di conseguenza, di prestare molta attenzione, in questa quaresima, a come usiamo il linguaggio. Non sottovalutiamo questa dimensione. Rimarremo sorpresi di come una parola “buona” in più possa trasformare il nostro cuore e quello del nostro fratello.
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