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Unità Pastorale di Campagnola e Cognento


Nella speranza siamo stati salvati

Il Racconto della serata

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Siete fatti per la Grandezza!


É arrivata mercoledì 19 settembre Gianna Jessen, ci é venuta incontro all'aeroporto con la sua valigia e la sua disabilità evidente, ingombrante, che appena la vedi camminare l'istinto ti dice di aiutarla, di sorreggerla, spinto da questa sua fragilità. Ma quale fragilità! Ti bastano pochi minuti per renderti conto che sei dinanzi a una “donna forte” (Pr 31,10): prende aerei, si reca dall'altra parte del mondo per raccontare la sua storia che come lei é straordinaria.
E così venerdì sera a Campagnola ci ha redarguito: "ci lamentiamo tanto di nulla, di sciocchezze, di una vita normale. Smettiamola di lamentarci e cerchiamo di reagire! Cosa dovrei dire io allora?"
Cosa è accaduto esattamente venerdì 21 nella piazza dell'Oratorio? Ormai potremmo soprannominarla "la piazza degli eventi": se lo scorso anno ha visto come protagonista Alessandro D'Avenia con un grande successo, quest'anno ha ospitato mille e duecento persone, la maggior parte giovani, venute a vedere la donna che sopravvisse all'aborto.
Guardandola ti tornano in mente le parole di San Paolo: “quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti” (1Cor 1,27). Mi confidava che ha problemi di attenzione, dovuti ai danni cerebrali conseguenti al tentativo di aborto, che le rendono difficile la concentrazione. Di un discorso tratterrebbe solo il 20% se non vi fosse una medicina che le permette di arrivare all’80%. Venerdì sera si è colta la sua difficoltà nel condurre in modo lineare il discorso (la debolezza di cui parla San Paolo), ma proprio da questa donna “debole” si è levato un messaggio di una tale “forza” da dare speranza e coraggio ai tanti presenti nella piazza. Quando a una persona basta “esserci” per fare un discorso che trascina e dà speranza, vuol dire che dietro alle sue parole c’è una storia che parla prima di lei e meglio di lei.
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Quale miglior completamento del “Processo” pensato da Oriana Fallaci nel suo: “Lettera a un bambino mai nato”! Geniale e profonda la giornalista-scrittrice nel mostrare i vari percorsi della coscienza dinanzi a un mistero che la supera, il mistero della vita. Mi ha colpito tantissimo vedere più di mille persone in silenzio, per trenta minuti, mentre le parole della Fallaci scolpivano nel cuore e nella mente di ognuno, riflessioni, emozioni e domande.
Ma anche in questo capolavoro vi è un limite. Il bambino che chiude il Processo, non è in realtà il bambino, ma il pensiero dell’autrice che proietta in lui i suoi dubbi, le sue angosce, le sue speranze. Nei “Processi” che avvengono nelle coscienze di tutti manca sempre una voce: quella del bambino.
Ecco che venerdì sera abbiamo cercato di completare questo Processo, dando voce a chi non è mai ascoltato, a chi subisce la decisione di altri senza poter dire il suo punto di vista. “Dov’erano le femministe convinte, quando i miei diritti venivano calpestati in quel giorno?” ha detto questo “bambino” (o meglio bambina di nome Gianna), che a differenza di innumerevoli altri casi, ha potuto parlare e gridare il suo pensiero.
Il suo orrore dinanzi a chi pensa di poter decidere della vita di un’atra persona solo perché nascerà con qualche disabilità, ci è entrato nel cuore più che tanti discorsi teorici. Non parlava l’esperto di turno, ma chi questa battaglia - e non ce lo ha nascosto, raccontandoci le sue fatiche: “Ho impiegato trent’anni a riconoscere che sono bella e preziosa” ci ha confidato - l’aveva condotta e l’aveva vinta. In questa prospettiva è stato presentato anche l’esempio di Zanardi (rimasto senza gambe dopo un incidente automobilistico) che in una recente intervista a proposito della speciale bicicletta con cui ha vinto ai Giochi, ha detto: «Non l'avrei mai scoperta se non fossi stato vittima dell'incidente che ho avuto. Vittima, poi, è una parola che può essere trasformata nel corso della vita, perché di cose belle ne sono successe così tante quasi ad arrivare a dire che quell'incidente è diventato un'opportunità».
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Su questo argomento tornano le parole di un grande maestro Jean Vanier: «Sono sempre più convinto che Dio abbia scelto i più deboli e i più disprezzati per confondere i potenti e gli intellettuali. La semplicità, il loro cuore, spesso più visibilmente pronto rispetto alle capacità intellettive, la loro sete profonda di relazione, sembrano aprirli in modo speciale a Dio, che è Amore e relazione. Questo Dio amorevole è indubbiamente a suo agio con loro. […] I forti vivono spesso la rivalità, scartando e schiacciando i deboli. Dio è con i deboli. La mia gioia è di essere qui con loro e di celebrare insieme la vita. [...] L’Arca, come Fede e luce, è nata in un momento della storia in cui molte persone con handicap erano abortite prima della nascita. In quel momento, era necessario che Dio suscitasse dei luoghi con l’obiettivo prioritario di rivelare al mondo che si tratta di persone umane meravigliose, che hanno un dono da portare agli altri. E se si entra in relazione con loro, esse hanno il potere di trasformare i nostri cuori. Dal dramma più grave, costituito dalla loro morte, sono sorti luoghi in cui si annuncia il loro valore e la loro bellezza. Dio veglia sulla nostra umanità ferita».
Gianna continua: «Quando sento il disgustoso argomento secondo il quale bisognerebbe abortire i bambini disabili... oh... l'orrore che sente il mio cuore! Signore e signori ci sono cose che si possono imparare solo dai più deboli tra noi. E quando tu li soffochi tu sei il perdente. Il Signore si prende cura di loro ma tu soffrirai per sempre. E quale arroganza, assoluta arroganza nell'argomentazione secondo la quale il forte dovrebbe dominare il più debole e decidere chi dovrebbe vivere e chi morire. L'arroganza di ciò. Non realizzate che tutto il potere che pensate di possedere in realtà non c'è. È la pietà di Dio che vi sostiene anche quando odiate». 
Grazie a questa donna “debole”, molti di noi sono tornati a casa venerdì sera più “forti”, consapevoli che la prima prevenzione contro l’aborto è aiutare le persone, i giovani in particolare, a desiderare una vita piena. Alle ragazze presenti ha suggerito: «Non accontentatevi di storie d’amore costruite sull’emozione del momento, sul bisogno immediato di sentire che qualcuno si interessa a te». Ricordo che in uno dei tanti dialoghi che abbiamo fatto in questi giorni le ho chiesto se desiderava sposarsi e se aveva un ragazzo. Lei mi ha risposto che desiderava sposarsi ma non aveva ancora trovato l’uomo con il quale poter costruire qualcosa di profondo e vero. Preferiva aspettare perché è certa che la persona giusta arriverà.
Con queste e tante altre parole Gianna ci ha ripetuto, ci ha gridato: «Siete fatti per la grandezza!». Con uno stile, tipicamente americano, ha chiesto a tutti gli uomini presenti di alzarsi e gridarlo. Del resto sappiamo che è proprio questo il punto. Quando hai messo nel cuore di un giovane il fuoco di una speranza “vera”, avrai, domani, un uomo coraggioso e carico di fiducia, capace di amare la vita e difenderla.

Sac. Carlo Sacchetti